Quando il giornalismo anticipa la sentenza: il caso Mola come specchio di un metodo
- Jacques de Molay

- 6 giorni fa
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Non è (solo) una questione di un post su X: è il modo in cui oggi si racconta un'inchiesta sportiva
Un caso singolo, un problema generale
Ogni volta che un'inchiesta giudiziaria sfiora il mondo del calcio, si ripete lo stesso copione: mentre i procedimenti sono ancora in corso, sui social e sulle testate specializzate iniziano a circolare anticipazioni, letture, sentenze anticipate. Non è un fenomeno nuovo e non riguarda un solo protagonista: è diventato un tratto strutturale del giornalismo sportivo italiano, abituato a muoversi alla velocità di un tweet anche quando il tema richiederebbe la cautela di un'aula di tribunale. In questo contesto si inserisce la vicenda di Giulio Mola, giornalista che nei giorni scorsi ha pubblicato su X due post sull'inchiesta nota come Arbitropoli, dando per acquisita l'assenza di illeciti sia per la giustizia ordinaria sia per quella sportiva. Il caso specifico, però, è già superato dai fatti: ciò che resta, e che merita di essere approfondito, è il metodo che quel caso rappresenta, comune a buona parte dell'informazione sportiva contemporanea.
Cosa succede, in generale, quando un'inchiesta è ancora aperta
Prima di entrare nel merito delle singole dichiarazioni, vale la pena ricordare come funziona, in astratto, il rapporto tra procedimenti in corso e informazione. Sia in ambito penale sia nelle fasi preliminari della giustizia sportiva, il segreto istruttorio tutela la riservatezza degli atti, la genuinità delle indagini e la non divulgazione di elementi probatori prima della conclusione del procedimento: fino alla chiusura dell'istruttoria, in teoria nessuno al di fuori degli organi competenti dovrebbe conoscere o anticipare gli esiti ufficiali. È una regola pensata per proteggere sia gli indagati sia la correttezza dell'accertamento, ma che nella pratica quotidiana del giornalismo sportivo viene messa costantemente sotto pressione da un ecosistema mediatico che chiede aggiornamenti in tempo reale, anche quando la materia prima – gli atti – resta coperta.
È in questa cornice generale che si collocano i due post di Mola. Nel primo, il giornalista ha scritto che non ci sono reati per la giustizia ordinaria – richiamando la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Milano nel filone dell'inchiesta Arbitropoli – e che non risulterebbero riscontrati illeciti sportivi da parte della giustizia sportiva, sottolineando come dagli atti non emerga alcuna intercettazione diretta tra dirigenti dell'Inter e arbitri o designatori. Nel secondo, pubblicato pochi giorni dopo, ha aggiunto che il caso non si sarebbe chiuso con la seconda archiviazione, quella in sede di giustizia sportiva, e che restano da monitorare le tensioni interne al mondo arbitrale, tra malumori e regolamenti di conti fra fischietti in attività. Due prese di posizione nette, che nel loro insieme anticipano conclusioni su un procedimento – quello della Procura Federale guidata da Giuseppe Chiné – che al momento della pubblicazione non si era ancora formalmente concluso.
Il nodo di sempre: si può davvero sapere come finirà un'indagine?
Il problema, generalizzato, è questo: come può chiunque – non solo Mola, ma qualunque cronista che si occupi di inchieste sportive – dichiarare pubblicamente l'esito di un procedimento quando la procedura è ancora, almeno in parte, coperta da riserbo istituzionale? La risposta non è mai binaria, perché davanti a un'affermazione di questo tipo si aprono sempre due scenari possibili, ed entrambi, a prescindere dal nome del giornalista coinvolto, restano delicati per la credibilità del sistema informativo sportivo.
Due scenari possibili, sempre gli stessi
Nel primo scenario, il giornalista non ha accesso ad atti riservati: le sue affermazioni sono dunque deduzioni personali, per quanto informate, presentate però con il tono della certezza. È un rischio professionale non trascurabile, perché significa diffondere una ricostruzione non verificabile dall'esterno, con la possibilità di orientare la percezione pubblica di club, dirigenti e arbitri prima che un organo competente si sia pronunciato. In un ambito dove la reputazione è un asset economico oltre che simbolico, presentare come acquisita l'assenza di illeciti senza basi documentali pubbliche può configurare, nella sostanza, una comunicazione imprecisa, anche quando l'intenzione di chi scrive è di sintesi e non di scorrettezza.
Nel secondo scenario, il giornalista avrebbe invece ricevuto informazioni riservate da organi della giustizia sportiva o ordinaria: un'ipotesi ancora più grave, perché implicherebbe che qualcuno all'interno del sistema abbia violato il segreto istruttorio, trasmettendo dati interni prima della loro divulgazione ufficiale. In questo caso il problema non riguarderebbe più solo la correttezza del singolo articolo o post, ma la tenuta delle procedure di riservatezza dell'intero impianto disciplinare, con conseguenze potenzialmente più gravi di quelle della singola indiscrezione. Applicato al caso concreto, resta un dato di fatto: le anticipazioni di Mola sull'orientamento della Procura Federale, arrivate prima della comunicazione ufficiale dell'archiviazione prevista per settembre, si sono rivelate coerenti con la ricostruzione che le agenzie e le testate hanno poi confermato — il che non chiarisce da sola quale dei due scenari si sia effettivamente verificato, ma mostra bene perché il tema meriti attenzione al di là del singolo episodio.
Il contesto: un ecosistema arbitrale (e mediatico) sotto tensione
Il tema, ancora una volta, va oltre il singolo protagonista. Il mondo arbitrale italiano sta attraversando una fase di reale complessità: dimissioni ai vertici tecnici, un cambio di designatore, un fascicolo che si è spostato da Milano a Monza per i fatti della sala VAR di Lissone e, in parallelo, le divisioni interne all'AIA che emergono proprio dai post di Mola quando parla di faide e malumori fra arbitri in attività. In questo clima, ogni dichiarazione pubblica – non solo quelle di un singolo giornalista, ma l'insieme del racconto mediatico che si costruisce attorno alle inchieste – assume un peso specifico superiore alla norma, perché va a incidere su una categoria già esposta e su un campionato che, all'apertura della stagione, avrebbe bisogno di stabilità più che di ulteriori elementi di frizione.
Il ruolo del giornalista sportivo, oggi: tra libertà e responsabilità
La libertà di stampa resta un pilastro non negoziabile del sistema democratico e vale, ovviamente, anche per il giornalismo sportivo. Ma questa libertà comporta responsabilità precise, che la deontologia professionale individua da tempo: verificare le fonti, distinguere con chiarezza i fatti accertati dalle opinioni, non anticipare esiti giudiziari o disciplinari come se fossero già acquisiti, non veicolare informazioni coperte da segreto anche quando se ne conosce il contenuto. È un principio generale, valido per qualunque cronista si occupi di inchieste, e che nell'era dei social – dove un post da poche righe viaggia più veloce di qualunque comunicato ufficiale e viene ripreso da decine di testate in tempo reale, come accaduto proprio con i post di Mola – diventa ancora più difficile da rispettare, perché la rapidità della pubblicazione lascia sempre meno spazio alla verifica preventiva. La linea tra cronaca e anticipazione, tra fonte solida e sensazione personale, si assottiglia proprio nel momento in cui servirebbe più nitida che mai.
Perché certe anticipazioni irritano tifosi e addetti ai lavori
Quando un giornalista sportivo si spinge a dichiarare, prima della chiusura ufficiale di un procedimento, che un caso si risolverà in un nulla di fatto, la reazione di tifosi e addetti ai lavori tende a essere sempre simile, a prescindere dal nome coinvolto: viene percepita come un tentativo di chiudere la partita mediatica prima che si sia chiusa quella istituzionale, come una narrazione che rischia di assolvere una parte in causa senza attendere gli atti definitivi, come un messaggio che sembra più orientato a una tifoseria che a un pubblico di lettori generalisti. Nel caso specifico, non sono mancate le critiche di chi ha letto nei post di Mola un tentativo di minimizzare la portata delle tensioni interne al mondo arbitrale o di anticipare, a favore dell'Inter, un esito che solo la Procura Federale poteva formalizzare. Ma la dinamica, va ribadito, non è isolata: si ripropone ogni volta che l'informazione sportiva rincorre la giustizia invece di limitarsi a raccontarla.
Mola non è il punto, è l'esempio
A conti fatti, il caso Mola è già superato dagli eventi: i suoi post restano circoscritti a un momento preciso di un'inchiesta che, tra Procura di Milano e Procura Federale, si avvia comunque verso l'archiviazione. Ma ridurre la questione al singolo giornalista, o al singolo post, significherebbe perdere di vista il punto vero. Il tema non è se Mola avesse ragione nel merito – le sue previsioni, va detto, si sono rivelate coerenti con l'evoluzione dei fatti – ma il metodo con cui oggi buona parte del giornalismo sportivo italiano racconta le inchieste: anticipando, sintetizzando, prendendo posizione prima che gli organi competenti abbiano parlato, in un ecosistema mediatico che premia la rapidità più della cautela. Finché gli atti non sono pubblici, nessuno può dichiarare con piena certezza l'esito di un procedimento: chi lo fa, o sta interpretando informazioni parziali presentandole come definitive, o ha accesso a qualcosa che non dovrebbe avere. In entrambi i casi, il problema non riguarda un singolo protagonista, ma la credibilità complessiva di un sistema – informativo e sportivo – che sembra sempre più abituato a scrivere la sentenza prima che arrivi la sentenza.
Fonti consultate
Post pubblicati su X dal profilo @GiulioMola; FcInterNews, FcInter1908, Tribuna.com, Golssip, Internews24, Tuttosport — articoli pubblicati tra luglio e agosto 2026.



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