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La 19° regola del calcio: la pelOta no se mancha

Cronaca e analisi del caso Rocchi-Zazzaroni, tra intercettazioni, audizioni e strategie di narrazione

La 18° regola che Zazzaroni cita ma non rispetta.

Ivan Zazzaroni ama ricordarci, dalle colonne del Corriere dello Sport e nei suoi interventi televisivi, che nel calcio esiste una regola non scritta: la diciottesima, il buon senso. È un concetto che il direttore richiama spesso, quasi come un mantra, presentandolo come il principio superiore che dovrebbe orientare le scelte di dirigenti, arbitri, giornalisti, e in generale di chiunque eserciti una qualche forma di responsabilità all’interno del sistema calcio. Un richiamo elegante, quasi filosofico, che però rischia di restare lettera morta se non viene accompagnato da coerenza.


C’è però un dettaglio che sfugge, o che forse viene volutamente lasciato ai margini: le regole non si enunciano soltanto, si rispettano. Non basta citarle nei salotti televisivi o negli editoriali della domenica: vanno applicate anche — e soprattutto — quando toccano da vicino chi le predica. E quando questo non accade, la sanzione non arriva dal giudice sportivo, non arriva da un cartellino o da una squalifica: arriva dalla credibilità, che è una moneta ben più difficile da recuperare una volta spesa male.


Perché dopo la diciottesima regola, quella del buon senso enunciato, noi ne abbiamo trovata un’altra: la diciannovesima. È quella che dice che il buon senso non è un accessorio retorico da sfoderare quando fa comodo, ma un dovere costante, valido anche — anzi, soprattutto — quando si tratta di raccontare vicende che coinvolgono colleghi, amici, o persone con cui si condivide un pezzo di storia professionale. E quando questo dovere viene tradito, la pelata — metaforica o reale che sia — non resta immacolata.

 

11 maggio 2026: il punto di rottura

In quella data il quadro dell’inchiesta sul sistema arbitrale, condotta dalla Procura di Milano e coordinata dal pm Maurizio Ascione, entra in una fase nuova. Giancarlo Viglione, avvocato e responsabile dell’ufficio legislativo e delle relazioni istituzionali della Figc, viene convocato come testimone. Un atto formale, certo, uno dei tanti in una “sfilata” di audizioni che negli stessi giorni ha coinvolto anche altri protagonisti del mondo arbitrale. Ma la reazione del sistema mediatico è stata immediata, coordinata, quasi nervosa. Come se qualcuno avesse toccato un nervo scoperto, come se quella convocazione avesse acceso un allarme che andava subito spento con la narrazione giusta.


Il giorno successivo, come vedremo, tocca allo stesso Zazzaroni varcare la soglia della Procura. E anche in quel caso la macchina della comunicazione si mette in moto con una velocità che, col senno di poi, dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali.

 

Il muro difensivo del Corriere dello Sport

Il quotidiano diretto proprio da Zazzaroni si attiva subito, e lo fa con una narrazione rassicurante, quasi infantile nella sua semplificazione: si tratterebbe soltanto di chiarimenti tecnici, di spiegazioni su come funzionano i protocolli, sul chi-fa-cosa nella sala Var di Lissone. Una versione minimale,


innocua, che riduce un atto giudiziario a una sorta di lezione di educazione civica sul regolamento.

È una versione che non spiega: copre. Una versione che non chiarisce: diluisce. Una versione che non informa: protegge. Una versione che, soprattutto, non coincide del tutto con ciò che oggi, con il progredire dell’inchiesta, sappiamo con maggiore precisione.

 

Oggi sappiamo che non era così

Le carte raccontano un’altra storia, molto più articolata di una semplice lezione sul Var. Al centro del fascicolo, aperto per ipotesi di frode sportiva, ci sono l’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi — poi autosospesosi — l’ex supervisore Var Andrea Gervasoni e altri tre fischietti. Le partite finite sotto la lente degli inquirenti non sono una sola: si va da Inter-Verona del maggio 2025, a Bologna-Inter dell’aprile dello stesso anno, fino a Inter-Milan di Coppa Italia e, più di recente, anche a Torino-Inter dello scorso aprile 2026. Per ciascuna di queste gare, la Procura ipotizza designazioni non casuali, arbitri considerati “graditi” o “poco graditi” a un club, scelte che sarebbero maturate non sulla base del merito tecnico ma di altre logiche.


Non si tratta quindi di una lezione sul Var, ma di intercettazioni scottanti, rilevanti, per certi versi gravissime, che coinvolgono proprio alcuni dei testimoni convocati in quelle settimane. In una di queste, per esempio, si parla apertamente di chi “vorrebbe” un determinato arbitro per unapartita specifica, riferendosi implicitamente ai desiderata di un club. Frasi che, decontestualizzate o meno, pesano come macigni in un fascicolo che parla di sistema, non di episodi isolati.


E qui emerge il dato più inquietante: tutti i testimoni chiamati in quelle settimane risultano, in un modo o nell’altro, toccati dalle intercettazioni disposte dagli inquirenti. Non per caso. Non per prassi burocratica. Ma perché c’erano elementi concreti da verificare, punti di contatto da chiarire, versioni da mettere a confronto.


E allora la domanda è semplice, quasi disarmante nella sua linearità: se tutti erano in qualche modo intercettati o comunque coinvolti in un quadro di verifiche così ampio, perché raccontare all’opinione pubblica che si parlava soltanto del funzionamento tecnico del Var?

 

La difesa a oltranza di Rocchi: la strategia del “nulla di illecito”

Il capitolo più delicato di questa vicenda, ed è forse quello che merita l’attenzione più critica, riguarda il modo in cui lo stesso Corriere dello Sport ha continuato, mese dopo mese, a costruire attorno a Gianluca Rocchi una narrazione difensiva sempre più strutturata. Non si tratta più soltanto della gestione della propria convocazione come testimone: si tratta di una vera e propria linea editoriale, che affronta ogni nuova rivelazione investigativa con lo stesso schema, quasi un copione ricorrente.


Lo schema è il seguente: ogni volta che emergono nuove intercettazioni o nuovi atti a carico di Rocchi, l’impostazione giornalistica tende a ridimensionarne la portata, a spiegare che quella determinata conversazione non prova alcun illecito, che il confronto con un dirigente o con un responsabile federale non costituisce reato in sé, che le telefonate più compromettenti menzionate dagli stessi indagati “non ci sono” agli atti. Un approccio che si concentra sistematicamente sulla richiesta di archiviazione presentata dai legali di Rocchi e del club coinvolto, quasi a voler anticipare e orientare l’esito di un procedimento ancora in corso, di cui nessuno, allo stato, può conoscere davvero la conclusione.


È una difesa aprioristica, nel senso più letterale del termine: una difesa che precede l’accertamento dei fatti, che si costruisce prima ancora che gli inquirenti abbiano completato il proprio lavoro, e che si preoccupa più di rassicurare il lettore sull’innocenza sostanziale del protagonista che di raccontare con equilibrio la complessità di un fascicolo che coinvolge più partite, più arbitri e più filoni di indagine. Quando emergono intercettazioni in cui si parla esplicitamente di arbitri “graditi” a un club, la narrazione tende a spostare l’attenzione sull’assenza di prove di un contatto diretto tra il designatore e i vertici societari, come se la mancanza di quell’anello specifico cancellasse automaticamente il significato di tutto il resto.


Questo tipo di racconto non è necessariamente falso nei singoli dettagli che riporta: il punto non è la correttezza formale di ogni singola informazione, quanto la sistematicità con cui viene scelto l’angolo di lettura più favorevole a Rocchi, sminuendo ciò che invece, letto nel suo insieme, disegna un quadro investigativo tutt’altro che marginale. È la differenza tra informare e patrocinare: tra raccontare i fatti lasciando al lettore la libertà di giudicare, e selezionare i fatti in modo da guidare il lettore verso una conclusione già scritta in partenza.

 

Maradona: il calcio che si assumeva le responsabilità

Diego Armando Maradona, con tutte le sue ombre, i suoi eccessi, le sue cadute pubbliche e private, aveva una regola non scritta che oggi sembra quasi archeologia sportiva: le sue beghe se le vedeva fuori dal campo. E soprattutto, quando qualcosa non andava, si prendeva le proprie responsabilità, senza delegarle a un ufficio stampa o a un giornale amico.


Maradona non chiedeva protezioni preventive. Non pretendeva scudi mediatici costruiti a tavolino. Non delegava ad altri il compito di coprirlo quando le cose si complicavano. Non trasformava un problema reale in una narrazione addomesticata, pensata per orientare la percezione pubblica prima ancora che i fatti fossero chiariti fino in fondo.


Quando sbagliava, lo diceva, spesso con la stessa irruenza con cui giocava. Quando cadeva, si rialzava da solo, davanti a tutti, senza filtri. Quando veniva colpito da critiche o accuse, rispondeva lui in prima persona, non un editoriale compiacente scritto da chi aveva interesse a proteggerlo.

Il calcio di oggi, invece, sembra aver smarrito questa cultura della responsabilità diretta. Oggi assistiamo sempre più spesso a un sistema in cui:


-     i dirigenti cercano coperture mediatiche costruite ad hoc,

-     i giornali, anziché raccontare, diventano scudi,

-     le responsabilità individuali vengono diluite in un magma collettivo,

-     le verità scomode vengono edulcorate fino a perdere peso,

-     le intercettazioni più delicate diventano “semplici pettegolezzi”,

-     le convocazioni in Procura diventano “chiacchiere tecniche” su un regolamento,

-     e chi dovrebbe informare con equilibrio finisce, di fatto, per diventare parte del problema.


Maradona, con ogni probabilità, non avrebbe mai accettato un sistema costruito in questo modo. E soprattutto non avrebbe mai chiesto, né preteso, che la sua pelata — metaforica o reale che fosse

— restasse immacolata a prescindere da ciò che aveva fatto o detto.

 

Il sistema che si protegge da solo

Il punto centrale di questa analisi non è soltanto cosa è accaduto nelle sale Var, negli spogliatoi o nei corridoi della Figc. Il punto è, soprattutto, come questi fatti sono stati raccontati al pubblico, con quali toni, con quali omissioni, con quale selezione delle informazioni.


Quando un giornale, sistematicamente:


-     minimizza la portata di ogni nuova rivelazione,

-     riduce inchieste complesse a episodi isolati e ininfluenti,

-     sgonfia il peso di intercettazioni che parlano da sole,

-     derubrica atti giudiziari formali a semplici formalità,

-     trasforma intercettazioni rilevanti in gossip da retroscena,

-     trasforma convocazioni ufficiali in Procura in chiacchiere tecniche,


allora quel giornale non sta più semplicemente informando: sta difendendo, sta prendendo posizione, sta scegliendo da che parte stare, anche quando dichiara pubblicamente il contrario.


E quando un direttore viene convocato come testimone perché il suo stesso giornale pubblicava, nei mesi precedenti, anticipazioni piuttosto puntuali sulle designazioni arbitrali, la domanda che dovrebbe porsi chiunque legga con occhio critico non è più soltanto “perché è stato chiamato”, ma diventa inevitabilmente un’altra: come faceva a sapere, con quel livello di dettaglio e con quell’anticipo, ciò che poi si è puntualmente verificato?

 

Le domande che nessuno vuole fare

Perché Zazzaroni tende a ridurre il lavoro della Procura di Ascione a semplice “gossip”?

Perché minimizzare è un modo, spesso efficace, per spostare la percezione pubblica, per far credere che l’indagine sia poco più di un teatrino mediatico, e non un accertamento giudiziario serio, condotto su più partite e più filoni, con tanto di indagati per frode sportiva e un designatore che ha scelto l’autosospensione.


Perché Zazzaroni è stato chiamato personalmente da Ascione come testimone?

Perché il suo giornale, nei mesi precedenti, pubblicava anticipazioni sulle designazioni arbitrali e su dinamiche interne al mondo arbitrale, dettagli che, secondo una lettura non certo forzata, solo chi aveva accesso a certe informazioni riservate poteva conoscere con quella precisione.


Ci sono motivi concreti per continuare a difendere questo sistema così com’è?

La domanda è inevitabile, e non può essere elusa con un’alzata di spalle. Quando un’inchiesta tocca nodi così sensibili — rapporti tra club e designatori, comunicazioni informali, criteri di designazione, dinamiche interne alla Federazione — chi è parte del sistema tende naturalmente a proteggerlo, per istinto di appartenenza prima ancora che per calcolo. E chi da quel sistema trae vantaggio, in termini di rapporti, accesso alle informazioni o semplice quieto vivere professionale, tende inevitabilmente a coprirlo, anche quando le crepe diventano visibili a tutti.

 

La pelota no se mancha

Il titolo di questo articolo non è una provocazione gratuita: è una diagnosi, costruita seguendo il filo di fatti verificabili e di reazioni pubbliche altrettanto documentabili.


Quando un sistema si protegge da solo, quando chi dovrebbe informare con equilibrio si trasforma in scudo per un singolo protagonista, quando le versioni ufficiali fornite nei primi giorni non coincidono con ciò che emerge successivamente dagli atti, allora la domanda di fondo non è più semplicemente “cosa è successo”, ma diventa un’altra, più scomoda:


Chi ha interesse che non si sappia fino in fondo?

 

Maradona, con tutti i suoi limiti, che nessuno ha mai negato, ci ha insegnato una cosa semplice e tuttora valida: il campo è sacro. E chi lo tradisce, chi lo manipola, chi lo usa per interessi personali o di categoria, non può pretendere, allo stesso tempo, che la propria pelata resti immacolata agli occhi dell’opinione pubblica.


Leggete con attenzione. Guardate chi scrive, e con quale continuità sceglie un certo angolo di lettura. E chiedetevi, ogni volta, quali interessi quella scelta finisca, consapevolmente o meno, per difendere.

 
 
 
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