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Malagò: il “commissario politico” per la FIGC senza passare dal commissariamento formale

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

L’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC non è soltanto un passaggio di consegne, né un semplice cambio di guida dopo le dimissioni di Gravina. È un evento che racconta molto più del suo dato formale, perché si colloca in un momento in cui il calcio italiano non cerca un presidente, ma una soluzione. E la larga maggioranza con cui Malagò è stato eletto, quel 68,58% che a prima vista potrebbe sembrare il segno di una leadership forte e riconosciuta, diventa invece la cifra di un sistema che ha smesso di credere nella propria capacità di generare alternative. È il voto di un mondo che non sceglie per entusiasmo, ma per necessità; che non premia un progetto, ma si affida a una figura che appare come l’unica in grado di tenere insieme ciò che da anni tende a sfaldarsi.


La larga affermazione di Giovanni Malagò non è il segno di un progetto vincente, ma il referto clinico di un sistema che ha smarrito la capacità di produrre leadership nuove e che, di fronte all’incertezza, preferisce rifugiarsi nella figura più rassicurante disponibile.


In questa prospettiva, la vittoria di Malagò non è il trionfo di un uomo, ma il referto clinico di un sistema fragile. Un sistema che, dopo due mancate qualificazioni ai Mondiali, dopo tensioni istituzionali continue, dopo una stagione di conflitti tra Leghe e Federazione, dopo un rapporto sempre più complicato con la politica, ha scelto di affidarsi a un presidente che non proviene dal calcio, ma dal cuore del sistema sportivo italiano. È come se il calcio avesse riconosciuto di non essere più in grado di curarsi da solo e avesse chiamato un medico esterno, qualcuno che conosce la macchina dello sport meglio di chiunque altro, ma che non appartiene a nessuna delle sue tribù interne. E proprio questa estraneità relativa diventa la sua forza: Malagò non è percepito come il rappresentante di una componente, ma come il garante di un equilibrio che nessuno, da solo, è più in grado di assicurare.

Il vecchio che torna

I commenti di oggi si sprecano, e ha ragione. Malagò non è certo il nuovo che avanza, ma un passato che ritorna. E il dato laterale è proprio questo: il sistema non ha scelto Malagò perché è forte, ma perché è debole. Debole nel produrre alternative, nel costruire visioni, nel formare dirigenti capaci di reggere la complessità del calcio contemporaneo. Debole nel trovare un equilibrio tra le sue componenti, che da anni si percepiscono come tribù in guerra più che come parti di un’unica architettura.


La candidatura di Abete, figura rispettata ma non percepita come vettore di futuro, è stata la conferma di un sistema che guarda all’indietro perché non sa guardare avanti. La vittoria di Malagò è dunque la fotografia di un calcio che ha smesso di credere nella propria capacità di autoriformarsi e ha scelto di affidarsi a un “commissario politico” senza commissariamento formale. Il paradosso è evidente: più il presidente è forte, più il sistema è fragile.

E la vera domanda non è cosa farà Malagò, ma cosa faranno — o non faranno — le componenti che oggi lo hanno votato per necessità più che per convinzione.

Il ruolo della Serie A

Il dato più interessante, però, è che questa scelta non nasce dentro la FIGC, ma fuori. È la Serie A ad aver spinto con decisione la candidatura di Malagò, ed è qui che si apre la seconda linea di lettura: il ritorno dei club maggiori come kingmaker del sistema. Dopo anni di conflitti con Gravina, dopo la sensazione di essere stati più volte marginalizzati nelle scelte strategiche, dopo la frustrazione per riforme annunciate e mai realizzate, la Lega ha deciso di riprendere in mano il proprio destino. Non lo ha fatto scegliendo un presidente “amico”, non lo fa scegliendo un presidente per affinità culturale, ma per convenienza strategica. Decide di scegliere un presidente forte, qualcuno che possa rappresentare un’interlocuzione stabile con il Governo, con il CONI, con le istituzioni internazionali. La Serie A non cerca un federale, cerca un mediatore perché vuole tornare a dettare l’agenda, non a subirla. E Malagò, con la sua rete di relazioni politiche e istituzionali, con la sua capacità di muoversi nei corridoi del potere, con la sua esperienza nel gestire equilibri complessi, un personaggio con cui poter avere un rapporto diretto e non conflittuale è apparso come la figura ideale per questo ruolo.


I club sanno che molte partite decisive (stadi, fiscalità, norme sul lavoro sportivo) si giocano fuori dal campo. Malagò è un ponte naturale verso la politica. Un profilo più interno al calcio avrebbe potuto imporre riforme sgradite: riduzione delle squadre, salary cap, controlli più rigidi. Un presidente forte ma esterno è percepito come meno interventista.

Gli altri non staranno a guardare

Ma questa scelta, che oggi appare come un atto di forza, contiene in sé un potenziale paradosso. Perché se la Serie A è stata decisiva nel determinare l’esito dell’elezione, le altre componenti non accetteranno facilmente un riequilibrio di potere che le veda marginalizzate. La LND, la Lega Pro, l’AIC, l’AIAC: tutte realtà che negli ultimi anni hanno vissuto una crescente sensazione di irrilevanza e che ora, di fronte a un presidente percepito come vicino ai club maggiori, potrebbero irrigidirsi, chiedere garanzie, rivendicare spazi. La forza iniziale di Malagò rischia così di trasformarsi in un equilibrio instabile, in cui ogni decisione diventa un test di lealtà e ogni riforma un terreno di scontro. È il destino di ogni presidente forte in un sistema debole: essere al tempo stesso il punto di riferimento e il bersaglio di tutte le tensioni irrisolte.


La Serie A ha scelto un presidente forte per proteggere i propri interessi. Ma un presidente forte, per definizione, non può essere il presidente di una sola parte. E la tensione è già scritta.


Cambiare tutto, per non cambiare niente


C’è un altro dettaglio che completa il quadro: il Consiglio Federale è rimasto identico. Nessun ricambio, nessun segnale di discontinuità, nessuna apertura a nuove sensibilità. È un dato che parla da solo e che si inserisce perfettamente nella logica che attraversa tutta l’elezione: il sistema non vuole cambiare, vuole sopravvivere.


Il fatto che la squadra di governo della FIGC resti la stessa indica che Malagò non entra in un sistema da rifondare, ma in un sistema che vuole essere gestito senza scossoni. È un messaggio chiaro: le componenti non hanno scelto un presidente per cambiare gli equilibri, ma per preservarli. E questo rende la sua posizione ancora più precaria. Perché un presidente forte, circondato da un Consiglio immobile, rischia di diventare un corpo estraneo in un organismo che non vuole mutare. Un garante, non un riformatore. Un argine, non un architetto.


In un contesto così statico, ogni tentativo di riforma diventa una frizione, ogni proposta un potenziale conflitto, ogni passo avanti un test di resistenza. Il Consiglio Federale invariato è la prova definitiva che il sistema ha scelto Malagò per contenere, non per trasformare. E che la sua forza, ancora una volta, coincide con la sua fragilità.

Elezioni FIGC come laboratorio politico italiano

Ed è proprio qui che si innesta la terza linea di lettura, forse la più laterale e la più interessante: la FIGC come laboratorio politico del Paese. La nomina di Malagò rompe una tradizione implicita del sistema sportivo italiano, quella che ha sempre tenuto separati i ruoli del presidente del CONI e dei presidenti federali. Per la prima volta, la figura che ha guidato lo sport italiano nel suo complesso assume la guida della federazione più importante, quella che muove più risorse, più attenzione mediatica, più interessi politici. È un gesto che va oltre il calcio e che apre un precedente potenzialmente dirompente: se il modello funziona, potrebbe diventare un paradigma; se fallisce, potrebbe segnare la fine di un’idea di governance che negli ultimi anni ha già mostrato molte crepe.


La FIGC diventa così un laboratorio politico, un luogo dove si testano modelli di governance che potrebbero essere replicati altrove.


Malagò sarà un test su almeno tre punti.

Per la verifica della tenuta di un presidente di garanzia per un sistema in crisi. La scelta di una figura super partes, con relazioni trasversali, è infatti un modello tipico delle fasi di transizione istituzionale.


Come test per il rapporto tra sport e Governo. Malagò è uno dei pochi dirigenti capaci di dialogare con tutti i livelli della politica. La sua gestione sarà un indicatore della futura architettura dei rapporti tra sport e istituzioni.


Come segnale all’Europa. In un momento in cui UEFA e FIFA stanno ridefinendo i confini del potere federale, avere un presidente con peso internazionale è un messaggio di posizionamento.

La FIGC diventa così un campo di prova per capire se il modello “presidente forte + sistema debole” può funzionare come soluzione temporanea o se rischia di trasformarsi in una dipendenza strutturale. Diventa il luogo in cui si misura la capacità dello sport italiano di dialogare con la politica senza esserne assorbito, di riformarsi senza essere commissariato, di trovare un equilibrio tra autonomia e responsabilità. Diventa, soprattutto, il banco di prova di un rapporto tra sport e Governo che negli ultimi anni è stato segnato da tensioni, incomprensioni, interventi normativi spesso percepiti come invasivi. Malagò, con la sua capacità di muoversi tra i livelli istituzionali, diventa il mediatore naturale di questo rapporto, ma anche il garante di un equilibrio che potrebbe rivelarsi più fragile del previsto. E come ogni laboratorio, il risultato non è garantito: può produrre innovazione o esplodere tra le mani di chi lo ha costruito.


In definitiva, l’elezione di Malagò non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È il segnale che il calcio italiano ha scelto di affidarsi a una figura che rappresenta stabilità in un momento di incertezza, continuità in un momento di transizione, forza in un momento di debolezza. Ma è anche il segnale che il sistema, per la prima volta dopo molti anni, riconosce di non poter più procedere per inerzia. La domanda, ora, non è cosa farà Malagò, ma cosa farà il calcio italiano con l’occasione che si è dato. Perché un presidente forte può essere un’opportunità, ma può diventare anche un alibi. E la storia recente insegna che il confine tra le due cose è sottile.


Alla fine, l’elezione di Malagò dice una cosa semplice e scomoda: il calcio italiano non ha scelto un presidente, ha scelto un argine. Un argine contro la propria frammentazione, contro la propria incapacità di riformarsi, contro la tentazione di continuare a galleggiare aspettando che siano altri — la politica, l’Europa, il mercato — a decidere il suo destino. Ma un argine, per definizione, non basta: contiene, non trasforma. Protegge, non costruisce. E se il sistema pensa di aver risolto i propri problemi delegandoli a una figura forte, allora non ha capito la lezione degli ultimi dieci anni: nessun presidente può salvare un mondo che non vuole salvarsi da solo. Per questo la vera sfida non è davanti a Malagò, ma davanti al calcio italiano: capire se questa volta avrà il coraggio di accompagnare la forza del presidente con la forza delle scelte. O se, ancora una volta, si limiterà a chiedergli di tenere insieme i pezzi mentre tutto il resto continua a muoversi come sempre. Perché un presidente forte può essere un’opportunità, ma può diventare anche un alibi. E il confine tra le due cose, oggi più che mai, è sottile come una linea di porta.

 
 
 

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