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In difesa di Sigfrido Ranucci: vogliono zittire il giornalismo d'inchiesta

3 ago
Tempo di lettura: 4 min

Sigfrido Ranucci non e un giornalista qualunque. E il volto e il motore di Report, la trasmissione di Rai 3 che da anni scava dove altri preferiscono non guardare. Ha scoperchiato scandali politici, imprenditoriali e di criminalità organizzata con metodo, documenti e fonti. Ha pagato un prezzo altissimo: minacce, querele, campagne di delegittimazione e, nella notte del 16 ottobre 2025 a Pomezia, una bomba piazzata davanti al cancello di casa. L'ordigno ha distrutto le due auto della famiglia e danneggiato il muro perimetrale. Nessuno e rimasto ferito, ma il messaggio era chiaro: un atto di intimidazione grave, poi aggravato dalle indagini con l'ipotesi di metodo mafioso.



Le indagini e gli esecutori materiali

Il 30 giugno 2026 i carabinieri hanno eseguito quattro misure cautelari contro i presunti esecutori materiali: tre in carcere e uno ai domiciliari. Il commando, proveniente dalla Campania, avrebbe agito su commissione, dietro un compenso di alcune migliaia di euro, con supporto logistico, schede telefoniche dedicate e piani di fuga.


Le intercettazioni restituiscono parole inquietanti:

- "Andiamo a fare la storia"

- "Far venire giù il palazzo"


Ranucci ha ringraziato pubblicamente gli investigatori e il pm Carlo Villani, sottolineando che una parte dello Stato ha funzionato. Ma ha anche ribadito la necessita di individuare eventuali mandanti e livelli superiori. Le indagini proseguono.


Il paradosso: invece della difesa, la delegittimazione

Invece di una difesa unanime del giornalismo d'inchiesta, si e assistito spesso al contrario. La solidarietà istituzionale - dal Quirinale al governo e alle opposizioni - e arrivata, ma accanto ad essa si sono visti silenzi, minimizzazioni, querele e tentativi di scavare nel passato di Ranucci per trovare un appiglio da sfruttare.

E uno schema noto: quando un giornalista tocca poteri forti, non si discute il contenuto delle inchieste. Si attacca la persona.


Le inchieste su La Russa e le reazioni furibonde

Le puntate su Ignazio La Russa e la famiglia, sui rapporti storici, sugli ambienti e sul trattamento giudiziario riservato al figlio Leonardo Apache hanno scatenato reazioni violente: querele, richieste di risarcimento, campagne mediatiche.


Parte delle accuse e stata archiviata: i giudici hanno riconosciuto l'esercizio diligente del diritto di critica e di informazione. Non e odio. Non e partigianeria. E giornalismo.



Il caso Inter: non contro un club, ma contro l'opacità

Report ha ripreso il filone Calciopoli, evidenziando intercettazioni e comportamenti che avrebbero favorito alcuni club. Ha indagato l'era Zhang:

- bilanci opachi

- sponsorizzazioni sospette

- struttura societaria a scatole cinesi

- capitale negativo

- rischio concreto di fallimento evitato con operazioni straordinarie.


Un ex membro della CoViSoc ha parlato di pressioni per non approfondire irregolarita che avrebbero potuto portare all'esclusione dal campionato.

Non e contro l'Inter. E contro un sistema calcistico che vive di eccezioni, salvataggi e controlli deboli.


Il giornalismo d'inchiesta: una specie in via di estinzione

Ranucci e pochi altri - Giletti, alcune redazioni indipendenti, giornali che ancora investono in inchieste lunghe - rappresentano ciò che resta del giornalismo d'inchiesta serio in Italia.

Non gossip. Non talk show urlati. Non propaganda. Documenti, fonti, verifiche, rischi personali.

Una categoria minacciata, querelata, isolata, spesso non difesa nemmeno dalle aziende per cui lavora. Dopo l'attentato, Ranucci ha affrontato mediazioni e cause senza la piena tutela legale della Rai. Un segnale grave.


La reazione dei poteri: intimidire, isolare, ribaltare la narrazione

C'è chi parla di regime o poteri occulti. La realtà e più semplice e più pericolosa: reti di interessi concreti - politici, imprenditoriali, criminali - che non accettano di essere indagati.


Il meccanismo e sempre lo stesso:

- lettere anonime

- minacce

- pedinamenti

- bombe

- campagne di delegittimazione.


E accaduto in Italia e all'estero: Daphne Caruana Galizia, giornalisti uccisi o intimiditi in molti Paesi. L'Italia non e immune.


Democrazia e giornalismo: un legame inscindibile

La democrazia non sopravvive senza un giornalismo capace di controllare il potere. Senza inchieste precise, resta solo la narrazione ufficiale. E la narrazione ufficiale, quando non e contestata, diventa propaganda.

Ranucci ha continuato a lavorare.

La redazione di Report ha ribadito il proprio impegno. I colleghi hanno gridato: "La scorta siamo noi".

Gesti importanti. Ma non sufficienti.


Un dovere collettivo

Non possiamo lasciare soli i pochi che ancora fanno questo mestiere. Non solo per la loro incolumità fisica - che lo Stato deve garantire - ma per il bene dell'informazione e della democrazia.

Ogni querela strumentale, ogni campagna di fango, ogni silenzio complice e un pezzo di democrazia che si spezza.

Difendere Ranucci non significa condividere ogni sua tesi. Significa difendere il principio: il diritto di indagare, pubblicare, sbagliare, essere criticati sui fatti e non sulla persona.


Conclusione

Ranucci ha scoperchiato scandali, ha contribuito a far emergere verità scomode, si e esposto personalmente. Ha subito un attentato. E invece di una difesa solida, ha trovato spesso abbandono o attacchi.

Il giornalismo d'inchiesta non e un optional. E il sale della democrazia. Se lo lasciamo spegnere, resta solo l'oscurità di chi non vuole essere controllato.

Non facciamo vincere chi vuole intimidire, delegittimare e isolare. Continuiamo a leggere, guardare, chiedere conto. Sosteniamo chi indaga. Pretendiamo che le indagini arrivino fino ai mandanti. Difendiamo la liberta di stampa ogni volta che qualcuno prova a spegnerla.

Ranucci e i pochi come lui non devono restare soli. E un dovere collettivo.

 
 
 

1 commento


Ranucci appena ha toccato le emmozzioniiii di qualcuno gli hanno hanno mandato un regalo scoppiettante!!!!

Chissà chi c'è dietro La---vit----ola?

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