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il funambolo, il filo e la direzione del vento

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 9 giu
  • Tempo di lettura: 8 min

C’è una domanda che ritorna, ostinata, ogni volta che si parla del caso Juventus: se il metodo contabile utilizzato dalla società è sempre stato lo stesso, perché solo alcuni anni sono stati contestati e gli altri no? Se il modo di contabilizzare le plusvalenze non cambia, perché a un certo punto diventa un problema penale, sportivo, regolamentare, mentre prima e dopo sembra rientrare nella normalità del calcio italiano? È una domanda che sembra quasi una trappola logica, perché parte da un presupposto intuitivo: se fai la stessa cosa per dieci anni, o è lecita sempre o è illecita sempre. E invece no. Perché nel diritto — e nella vita — non è mai lo strumento a fare la differenza, ma il modo in cui lo usi, il contesto in cui lo applichi, il mondo che ti gira intorno mentre lo fai.


Per capire davvero cosa sia successo, bisogna immaginare la Juventus come un funambolo, e il suo bilancio come un filo sospeso. Il funambolo è la società, il filo è la sua struttura economica, il bilanciere che tiene in mano sono le plusvalenze. Il bilanciere è uno strumento legittimo, usato da tutti, che serve a mantenere l’equilibrio. Non è il bilanciere a far camminare il funambolo: è la sua abilità, la sua forza, la solidità del filo. Ma quando il vento cambia, quel bilanciere può diventare improvvisamente l’unico modo per non cadere.


Per anni, la Juventus cammina su quel filo con sicurezza. I ricavi crescono, il patrimonio netto è positivo, la posizione finanziaria netta è impegnativa ma gestibile, gli indicatori FIGC di liquidità e indebitamento sono in range accettabili. Per chi non ha familiarità con il linguaggio dei bilanci, vale la pena soffermarsi un momento su queste voci, perché sono loro a raccontare se una società sta camminando su un terreno solido o se, invece, procede in equilibrio precario. I ricavi rappresentano l’insieme delle entrate ordinarie del club — diritti televisivi, incassi da stadio, sponsorizzazioni, premi UEFA, merchandising — e indicano la capacità della società di generare valore nel suo ciclo operativo. Il risultato netto è la differenza tra tutto ciò che entra e tutto ciò che esce, e misura la sostenibilità economica della gestione. Il patrimonio netto è la “ricchezza” della società, ciò che resta una volta sottratti i debiti dalle attività: più è alto, più la struttura è solida e in grado di assorbire eventuali shock. La posizione finanziaria netta, invece, misura il livello di indebitamento finanziario al netto delle disponibilità liquide: quando cresce troppo, significa che la società sta camminando con un peso crescente sulle spalle. Gli indicatori FIGC di liquidità e indebitamento servono proprio a valutare questo equilibrio: il primo indica se il club ha risorse sufficienti per far fronte ai propri impegni nel breve periodo, mentre il secondo misura quanto i debiti pesano rispetto alla capacità di generare ricavi. Sono questi numeri, letti insieme, a dire se il funambolo procede su un filo stabile o se quel filo comincia a tendersi pericolosamente.


Dal 2014 al 2017, la Juventus cammina con i ricavi che crescono, il patrimonio netto sale, gli indicatori FIGC sono solidi. Le plusvalenze ci sono, e sono importanti: 9 milioni, poi 36, poi 139. Ma sono una leva, non una stampella; sono parte del modello, non il modello, non una necessità strutturale. Il funambolo cammina, il filo regge, il bilanciere aiuta ma non è l’unico motivo per cui non cade.


Poi arriva il 2017/2018, il vento cambia. Non è ancora una tempesta, ma una folata improvvisa e il filo comincia a vibrare. Il funambolo sente il filo oscillare sotto i piedi. I ricavi restano alti ma la PFN sale oltre i 300 milioni e il patrimonio netto scende. Il bilancio mostra un primo scricchiolio: le plusvalenze salgono a 126 milioni, il patrimonio netto si assottiglia e la posizione finanziaria non è ancora un problema, ma da un primo segnale: il funambolo sente che il filo non è più immobile come prima e per la prima volta, senza quel bilanciere, rischierebbe di perdere l’equilibrio.


Il vero punto di svolta arriva nel 2018/2019. I ricavi toccano i 621 milioni, ma il patrimonio netto scende ancora e la PFN supera i 459 milioni, mentre le plusvalenze — circa 126 milioni — diventano per la prima volta decisive per evitare una perdita ancora più pesante dei quasi 40 milioni registrati. È il primo anno in cui il bilanciere non è più un aiuto: è ciò che impedisce al funambolo di cadere. 


Qui, per amore di verità, bisogna ricordare una cosa che spesso chi contesta le azioni della Juve dimentica: un amministratore ha il dovere, sancito dagli artt. 2392 e 2403 del Codice Civile, di fare tutto ciò che è in suo potere per salvaguardare la solidità della società. E quando il bilancio comincia a scricchiolare, non c’è nulla di illecito nel cercare strumenti per rafforzarlo. Non è una scelta. È un obbligo imposto dalla Legge.


Il 2018/2019 non è un anno “sporco”. È un anno “difficile”. Un anno in cui la Juventus viaggia su un filo sottilissimo.


Nel 2019/2020, la situazione non migliora, e anzi si consolida in negativo. I ricavi scendono verso i 573 milioni, la PFN resta molto alta, intorno ai 385 milioni, il risultato netto è una perdita di quasi novanta milioni e le plusvalenze nette raggiungono i 166 milioni, un livello che non è più un semplice aiuto ma un elemento necessario per mantenere l’equilibrio. La dipendenza dalle plusvalenze non è ancora una “struttura” nel senso di modello permanente (come ricorderà anche il GIP parlando di “parentesi”), ma è già una tendenza consolidata. Il funambolo continua a camminare, non è ancora in pericolo ma il bilanciere è sempre più essenziale e deve essere utilizzato più spesso, più intensamente, più consapevolmente; è già una tendenza consolidata. Il filo non è spezzato, ma vibra.


Poi arriva il 2020/2021. Arriva la pandemia. Arriva la tempesta. I ricavi crollano, il risultato netto precipita a una perdita di 227 milioni, il patrimonio netto scende si assottiglia e la PFN resta vicina ai 390 milioni, mentre l’indicatore FIGC di indebitamento supera 1,16, un livello che segnala una tensione finanziaria eccezionale. È un bilancio che racconta una società sotto stress, che deve fare i conti con stadi chiusi, ricavi in caduta, costi rigidi, contratti difficili da rinegoziare. È il momento in cui il funambolo non cammina più per scelta, ma per necessità: ogni passo è una strategia di sopravvivenza.


In questo contesto, la Juventus fa una scelta controcorrente: mentre le altre società ricorrono al Decreto Liquidità, smettono di pagare stipendi, chiedono sostegni allo Stato e scaricano parte del peso della crisi sulla collettività, la Juventus decide di provare a risolvere la questione “in casa”, usando gli strumenti che ha: accordi con i giocatori, manovre sugli stipendi, permute, plusvalenze. Non perché siano strumenti “furbi”, ma perché sono gli unici strumenti immediati che un amministratore ha a disposizione in un settore dove i ricavi dipendono da fattori esterni in quel momento congelati e i costi sono in larga parte rigidi. È in questo contesto eccezionale — e solo in questo contesto — che emergono elementi che prima non c’erano e che dopo non si ripeteranno: manovre stipendi, scritture private, accordi retrodatati, chat interne. Non è il metodo contabile a cambiare. È il modo in cui viene usato. È il vento che cambia il significato del bilanciere.


Covisoc e Consob non segnalano nel 2018 o nel 2019: non è il loro mestiere intervenire su un singolo esercizio isolato. Le autorità di vigilanza osservano i trend, analizzano le serie storiche, valutano la coerenza complessiva. È nel 2021, guardando retrospettivamente il triennio 2018/2019–2019/2020–2020/2021, che vedono una traiettoria: una dipendenza crescente dalle plusvalenze, indicatori che peggiorano, un bilancio non più sostenuto da componenti ordinarie. 


Non segnalano un anno, ma un’anomalia sistemica. Consob e Covisoc non parlano di dolo o frode: rilevano un’anomalia contabile. Vedono una dipendenza crescente da plusvalenze, indicatori FIGC in deterioramento, un modello economico che vacilla senza permute. È la fotografia di una fase, non la prova di un reato. Il Covid non è la causa, ma il contesto che amplifica la tensione di un filo già mosso dal vento. E a quel punto fanno ciò che devono: segnalare. Valutano la continuità aziendale formale, quella che emerge dai numeri, dagli indicatori, dai flussi e dai margini, non quella sostanziale, garantita dalla presenza di Exor. Non possono basarsi sulla “garanzia implicita” del proprietario, ma solo sui dati. E quei dati raccontano di PFN altissima, patrimonio netto in erosione, indebitamento FIGC che esplode, ricavi in crollo e plusvalenze come unica leva per evitare difficoltà contabili. La Juventus non rischiava il fallimento, ma in quel periodo - era una parentesi, non una crisi strutturale - il bilancio non era più sostenuto da componenti ordinarie.


La Procura, ricevuta la segnalazione può fare ciò che loro non possono: intercettare, sequestrare, acquisire documenti interni, ricostruire gli accordi ex ante. L’ordinanza con cui vengono accordate le intercettazioni lo dice con parole molto chiare: gli accertamenti contabili “si appalesano del tutto insufficienti” perché riflettono un dato apparente, frutto di libera contrattazione tra le parti, riportato in bilancio. Solo con lo strumento intercettivo è possibile ricostruire genuinamente gli accordi presi prima, capire se quei valori anomali attribuiti ai trasferimenti siano il risultato di una scelta consapevole finalizzata a migliorare il bilancio, e non di una semplice valutazione discrezionale. 


Le intercettazioni non sono la prova. Sono lo strumento per cercare la prova. Una frase come “supercazzoliamo la Consob” non condanna nessuno, non è un’ammissione di nessuna colpa, ma può portare a un foglio Excel, che porta a una scrittura privata, che porta a una manovra stipendi, che porta a una chat, che porta a un dialogo con un revisore. È una catena. E quella catena, per quanto potenzialmente poco rilevante, in quegli anni per la Procura esiste. Negli anni precedenti, no. Negli anni successivi, nemmeno. E così si arriva alla richiesta di rinvio a giudizio per quel triennio. 


Il 2021/2022 è un anno completamente diverso. Le plusvalenze nette scendono verso i 28 milioni, le permute si riducono, le manovre stipendi spariscono, le scritture private non ci sono più, la PFN si riduce drasticamente e il patrimonio netto risale. Il funambolo torna a camminare con il bilanciere usato come sempre, non come strumento di emergenza. La Procura di Roma pochi giorni fa archivia, la FIGC non apre nemmeno un procedimento su questo esercizio. Il triennio 2019–2021 resta una parentesi, non una struttura permanente.


E allora la domanda iniziale trova finalmente una risposta: se il metodo è lo stesso, perché solo alcuni anni sono stati contestati? È vero, non è cambiato il metodo, ma è cambiato il contesto, e quindi le stesse condotte possono assumere una rilevanza diversa, se accompagnate da un’intenzione presunta diversa. E il diritto penale non giudica il metodo, non giudica la prassi o la continuità aziendale. Giudica la condotta, l’intenzione, il contesto, gli atti, le persone e gli episodi specifici. Quindi il metodo può essere identico per 10 anni, e il presunto dolo può esistere solo in 2 di quei 10 anni. Perché il dolo nasce solo quando ci sono atti che lo dimostrano, se ci sono condotte atipiche, se c’è un contesto emergenziale, un presunto uso distorto del metodo.


La giustizia ordinaria non giudica il metodo in astratto, giudica come quel metodo viene usato, in quali condizioni, con quali effetti, con quali intenzioni. E per essa fino al 2018 le plusvalenze sono una leva del modello di business, non il pilastro che regge tutto. Quindi metodo considerato accettabile. Nell’esercizio 2018/2019 le plusvalenze smettono di essere una leva e diventano una stampella. Nell’esercizio 2019/2020 la dipendenza dalle plusvalenze diventa più marcata e il modello economico rischia di non reggere più senza operazioni interne e nell'esercizio “Covid” 2020/2021 la dipendenza da componenti straordinarie è evidente e diventa un segnale di rischio sistemico. Usciti dalla situazione emergenziale, nell’esercizio 2021/2022 il metodo rimane sempre lo stesso, ma l’anomalia si attenua perché le plusvalenze tornano a essere un pezzo del quadro, non il fulcro. 


Ed è qui la differenza: la Procura vuole capire perché in quel triennio vengano utilizzati elementi che non esistono negli anni precedenti e non si ripresentano successivamente, e se questi elementi identificano delle condotte atipiche o fraudolente. Perché (e questo emerge chiaramente dalle motivazioni con cui il Gip Morello respinge la richiesta di misure cautelari per Agnelli & co) negli esercizi precedenti e successivi le plusvalenze siano una delle tante leve in un modello che regge mentre nel triennio contestato le plusvalenze diventino l’unico modo per sostenere il bilancio e se questo accada con uno scopo fraudolento. Perché prima e dopo il metodo non sia accompagnato dalla stessa catena di condotte, presenti invece negli anni presi in esame. 


In sintesi: non è il metodo che viene contestato. È il modo in cui, in quegli anni, quel metodo è stato usato dentro un modello economico che faceva fatica a reggersi, e con condotte interne che, secondo l’accusa, lo piegavano a un fine illecito.


Il diritto non giudica il vento, ma il modo in cui lo si affronta.


 
 
 

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