IL CONI STOPPA LA FIGC: FINE DEL MONOPOLIO GIUDIZIARIO?
Il rigetto dell'archiviazione sul caso Malagò apre due letture sulla giustizia sportiva
Il momento istituzionale che sta attraversando i palazzi del calcio italiano non sembra un semplice cavillo burocratico destinato a essere superato in corridoio, ma un passaggio che potrebbe avere conseguenze rilevanti per l'intero sistema. La decisione della Procura Generale dello Sport presso il CONI, guidata da Ugo Taucer, di respingere la richiesta di archiviazione firmata da Giuseppe Chinè sul caso del mancato tesseramento di Giovanni Malagò, rappresenta un passaggio significativo e piuttosto inconsueto nella gestione della FIGC. Un diniego netto che interrompe quella che in molti definiscono una prassi consolidata di chiusura rapida dei procedimenti, riaprendo una vicenda che potrebbe avere ripercussioni non trascurabili su Via Allegri. Per anni si è assistito a un sistema in cui la giustizia federale ha agito con ampia autonomia, decidendo tempi e modalità dei procedimenti secondo logiche interne, spesso capace di derubricare anche vizi formali significativi attraverso archiviazioni rapide. Questa volta, però, il meccanismo consueto si è inceppato: il CONI ha esercitato un potere di controllo superiore che appare come un segnale netto nei confronti della governance federale. Sorge quindi una domanda legittima: siamo di fronte all'inizio di un cambiamento strutturale legato ai principi del diritto europeo, oppure a un episodio riconducibile a dinamiche interne di potere tra diverse componenti dell'ambiente federale?
Il primo scenario: verso una giustizia sportiva più autonoma
Il primo scenario, quello che desta maggiore preoccupazione tra i tifosi dell'Inter e l'ambiente nerazzurro, descrive una svolta potenzialmente rilevante rispetto agli assetti consolidati negli ultimi anni. Se la giustizia sportiva venisse progressivamente riallineata ai principi costituzionali e al diritto dell'Unione Europea, riducendo il margine di autonomia esclusiva della FIGC, gli esiti dei procedimenti non dipenderebbero più soltanto da dinamiche interne. La giurisprudenza europea, insieme al percorso intrapreso con i ricorsi al TAR e alle iniziative legali portate avanti da Andrea Agnelli, ha in effetti aperto un solco significativo su questo tema. L'autonomia della giustizia federale non appare più un principio assoluto e indiscutibile. Per l'Inter, in questo scenario, il rischio ipotetico non si limiterebbe a una sanzione pecuniaria o a una penalizzazione di modesta entità. Si tratterebbe piuttosto di uno scenario particolarmente severo: l'eventuale riapertura dei fascicoli legati alla vicenda di Interopoli, con un esame approfondito di bilanci, tesseramenti e operazioni finanziarie degli ultimi anni, potrebbe in teoria condurre a sanzioni rilevanti, fino a ipotesi estreme come la retrocessione d'ufficio o la revoca di titoli conquistati.
I rischi per l'Inter
In questo scenario, i tifosi dell'Inter avrebbero ragione di essere preoccupati: se la protezione istituzionale storicamente percepita attorno al club dovesse ridursi sotto il peso di eventuali pronunce dei tribunali ordinari e del CONI, le conseguenze potrebbero essere rilevanti. Non si tratterebbe solo di eventuali penalizzazioni sportive, ma anche di possibili provvedimenti disciplinari nei confronti di singoli dirigenti e di un più ampio riesame del sistema calcio. Per anni si è ritenuto che alcuni assetti fossero difficilmente scalfibili, ma se dovesse venire meno il meccanismo dell'archiviazione rapida, ogni operazione sotto esame della Procura tornerebbe a essere un elemento di incertezza concreta. Le eventuali azioni risarcitorie nei confronti dei vertici federali potrebbero spingere la FIGC a mostrare maggiore rigore procedurale, anche per ragioni di tutela economica rispetto ai ricorsi di società che si ritengono danneggiate. In questo scenario, l'Inter rischierebbe di trovarsi al centro di un ripensamento complessivo del sistema, con conseguenze rilevanti sulla propria storia recente e sui propri quadri dirigenziali.
Le ricadute sul mondo arbitrale
Questo scenario di trasformazione coinvolgerebbe direttamente anche la credibilità del settore arbitrale. L'idea che gli arbitri abbiano potuto operare all'interno di un sistema in cui alcune anomalie venivano derubricate a semplice errore umano verrebbe messa in discussione dall'intransigenza mostrata dalla Procura Generale dello Sport. Se dovesse ridursi il filtro preventivo esercitato dalla FIGC, la gestione delle designazioni e le valutazioni sui singoli direttori di gara finirebbero sotto una supervisione esterna e indipendente. Diversi addetti ai lavori ritengono che la terzietà dell'AIA sia stata talvolta un elemento utilizzato per giustificare decisioni controverse. Con il diniego opposto da Ugo Taucer, alcuni dossier considerati chiusi potrebbero essere riesaminati, con un impatto significativo sulla catena di comando e sulla classe arbitrale.
Il silenzio di Chinè
In questo contesto di trasformazione, il silenzio mantenuto finora da Chinè assume un significato rilevante. Il tempo che la Procura federale sta impiegando per definire una posizione più solida suggerisce quanto il terreno si stia facendo più complesso per chi ha gestito la giustizia sportiva secondo logiche consolidate. Senza la copertura garantita dall'archiviazione automatica, i dossier rimasti in sospeso sul settore arbitrale e sulle relazioni interne potrebbero trasformarsi in elementi delicati per le carriere di designatori, giudici e dirigenti. Per anni si è osservato un intreccio di ruoli istituzionali e rapporti personali che ha influenzato, secondo diversi osservatori, le dinamiche decisionali. Si pensi alla posizione di figure chiave come Viglione, stretto collaboratore e diretto sottoposto di Chinè, storicamente vicino all'apparato guidato da Gravina. Approfondire accertamenti rigorosi in un contesto di questo tipo ha sempre rappresentato, secondo diversi osservatori, un passaggio delicato. Lo stesso si può dire del rapporto tra Gravina e Marotta, un asse che nel tempo ha esercitato un'influenza significativa sulle decisioni federali. Se la Procura Generale del CONI dovesse davvero incidere su questi equilibri, per l'Inter e per i suoi alleati istituzionali il contesto favorevole finora goduto potrebbe modificarsi in modo sostanziale.
Le conseguenze economiche per la FIGC
L'incertezza che oggi attraversa la FIGC si riflette anche sulla stabilità economica dell'intero calcio italiano. Le società che negli ultimi anni hanno subito decisioni penalizzanti, o che ritengono di aver subito gestioni finanziarie discutibili da parte di altri club, starebbero valutando iniziative legali. Con l'apertura determinata dalle pronunce della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, la giustizia sportiva non appare più un ambito esente da responsabilità civile e risarcitoria. Un'eventuale riapertura delle indagini e l'accertamento di irregolarità nei tesseramenti o nei bilanci esporrebbe la Federazione al rischio di richieste di risarcimento da parte dei club che si ritengono danneggiati, con cifre potenzialmente rilevanti per le casse di Via Allegri. Per questo motivo la FIGC potrebbe trovarsi nella condizione di dover mostrare rigore verso tutti i soggetti coinvolti, per ragioni anche di tutela economica.
Il secondo scenario: uno strumento di pressione interna
Esiste tuttavia una lettura alternativa, più legata alle dinamiche di potere interne all'ambiente federale. È noto come la figura di Malagò si sia affermata al vertice attraverso un percorso fatto di accordi ed equilibri interni all'apparato federale. Dal momento della sua elezione, il presidente ha comunque rivendicato margini di autonomia crescenti, prendendo alcune decisioni non gradite a determinati ambienti e discostandosi in parte da schemi consolidati, ad esempio nella scelta dei vertici tecnici e nella gestione dei quadri arbitrali.
In questa lettura, la decisione della Procura Generale del CONI potrebbe avere anche una funzione più strategica: mantenere aperto un fascicolo su un vizio formale, ma potenzialmente rilevante per la tenuta di una carica elettorale, potrebbe rappresentare, secondo questa interpretazione, un modo per mantenere una forma di pressione politica sui vertici. Un segnale, secondo questa lettura, capace di ricordare all'ambiente che ogni iniziativa che si discosta dagli equilibri consolidati potrebbe essere accompagnata dalla riapertura di dossier delicati.
Un sistema in bilico
Resta la sensazione, condivisa da diversi osservatori, che le regole della giustizia sportiva possano talvolta essere lette anche in chiave di equilibri di potere interni, più che di puro rigore procedurale. Nel tempo, l'uso dei tempi procedurali e l'apertura o la chiusura di alcuni fascicoli sono stati oggetto di critiche da parte di osservatori e tifosi, con un impatto sulla percezione di imparzialità del sistema. Lo stallo sul caso Malagò mostra come, secondo alcuni, il rispetto formale dei regolamenti conviva con dinamiche più complesse all'interno dell'ambiente federale.
Ci troviamo di fronte a una situazione articolata, in cui trasparenza e rigore procedurale convivono con logiche interne non sempre lineari, in un contesto che lascia tifosi e appassionati in una condizione di incertezza. In ogni caso, la decisione di Ugo Taucer segna una discontinuità rispetto a una prassi ritenuta da molti troppo rapida nella chiusura dei procedimenti. La FIGC si trova oggi in una fase in cui le decisioni non sembrano più scontate a priori. Che si tratti dell'avvio di una fase di maggiore rigore normativo, con eventuali conseguenze sportive per l'Inter, o di un episodio riconducibile a dinamiche di potere interne all'ambiente federale, resta il fatto che il caso è stato riaperto, e le sue conseguenze potrebbero avere un impatto significativo sull'intero movimento calcistico italiano.




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