IL CERBERO GIUDIZIARIO CHE PARALIZZA IL VAR
Tre filoni d'indagine, da Monza a Milano, dietro il silenzio della sala di Lissone
Il silenzio della tecnologia
Il silenziatore calato sulla tecnologia. Una certa prudenza, se non vera e propria cautela, che sembra paralizzare i fischietti della massima serie. Un intero campionato di Serie A trasformato in un caso di studio, attraversato da una dinamica poco raccontata che la narrazione mediatica ordinaria tende a lasciare sullo sfondo.
Mentre diverse testate giornalistiche accolgono con una certa frenesia un presunto proscioglimento penale dell'intero sistema arbitrale, rassicurando tifosi e addetti ai lavori, i dati raccontano una storia diversa. Una storia fatta di cautela investigativa, di strategie difensive prudenti e di un rallentamento sistemico che non ha precedenti recenti nella storia del calcio italiano.
Un dato senza precedenti
Guardate cosa sta accadendo con evidenza empirica sui campi in questo avvio di stagione. Tre intere giornate di campionato trascorse in sostanziale immobilismo tecnologico. Ventisette partite consecutive disputate senza che sia mai stata effettuata una singola chiamata al monitor dell'area di rigore. Zero revisioni a bordo campo. Zero interventi della sala operativa. Un primato negativo mai registrato prima in Europa da quando è stato introdotto il protocollo della tecnologia applicata al gioco del pallone. Un dato statistico che difficilmente può essere spiegato soltanto con una semplice direttiva tecnica sulla soglia del fallo o con un repentino adeguamento della classe arbitrale allo stile di direzione all'inglese.
L'ipotesi dietro il silenzio
La realtà, secondo diversi osservatori, appare più complessa. La centrale operativa di Lissone sembrerebbe rallentata anche per una maggiore cautela rispetto al contesto giudiziario in corso. Il nuovo designatore Daniele Orsato, arrivato ai vertici operativi della Commissione Arbitri Nazionale dopo l'uscita di scena dell'ex designatore Gianluca Rocchi, si troverebbe secondo questa lettura in una posizione delicata: qualunque decisione presa dietro un monitor o qualunque indicazione trasmessa in cuffia potrebbe, in astratto, finire sotto la lente della Magistratura, alla luce di una singola revisione controversa che potrebbe riaprire questioni legate all'inchiesta penale in corso. In quest'ottica, ridurre l'uso della tecnologia e rallentare le revisioni sembrerebbe una scelta prudenziale per limitare l'esposizione della sala operativa di Lissone rispetto al procedimento giudiziario in corso.
Tre filoni, un solo nodo giudiziario
A pesare sulla governance e sui vertici arbitrali del calcio italiano non è un semplice sospetto astratto, ma un quadro giudiziario articolato su tre filoni distinti, tra loro collegati, che insieme compongono una vicenda complessa dalla quale sarà difficile uscire senza conseguenze per qualcuno.
Monza: il fascicolo più delicato
Il primo filone si trova nelle stanze della Procura della Repubblica di Monza. È nel tribunale brianzolo che si trova il fascicolo più delicato e operativo dell'intera vicenda, trasmesso per competenza territoriale dalla Procura di Milano poiché la struttura fisica del centro VAR di Lissone ricade sotto la giurisdizione geografica di Monza. L'indagine condotta dai magistrati brianzoli non risulta destinata a un rapido archivio. Gli inquirenti di Monza avrebbero acquisito elementi rilevanti: le registrazioni ambientali interne, i file audio e le trascrizioni delle comunicazioni intercorse tra la centrale di Lissone e i componenti della Commissione Arbitrale durante le partite più discusse delle ultime stagioni. Al centro dell'attenzione dei pm ci sarebbe l'ipotesi di frode in competizioni sportive, un reato che riguarderebbe le comunicazioni al monitor e il loro possibile impatto sulla serenità dei varisti nelle decisioni sui risultati dei match.
Milano: un procedimento tutt'altro che chiuso
Il secondo filone si trova nell'aula del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano. Chi ritiene che la vicenda penale sul capoluogo lombardo sia definitivamente chiusa soltanto perché il pubblico ministero Maurizio Ascione ha firmato una richiesta di archiviazione prima del suo trasferimento alla Procura Europea, commette una semplificazione. A Milano la pratica non risulta archiviata né conclusa. Il destino del procedimento è infatti subordinato alle valutazioni del GIP, lo stesso Giudice che nei mesi scorsi non ha mostrato l'intenzione di chiudere rapidamente l'inchiesta, ma al contrario ha autorizzato una proroga delle indagini preliminari e ha concesso un nuovo filone di intercettazioni telefoniche e ambientali. Un giudice che riattiva i decreti di ascolto e spinge gli inquirenti a notificare formali avvisi di garanzia agli indagati non sembra un organo disposto a firmare con leggerezza un decreto di archiviazione senza aver approfondito ogni elemento a disposizione.
L'opposizione della Fondazione Jdentità Bianconera
Sul tavolo del GIP di Milano pesa oggi l'opposizione formale e circostanziata depositata dalla Fondazione Jdentità Bianconera ai sensi dell'articolo 410 del codice di procedura penale. Un atto che mette in evidenza alcune criticità procedurali nel lavoro svolto dai pm milanesi, in particolare due elementi: il mancato sequestro informatico dei dispositivi telefonici degli indagati e l'uso, secondo quanto riportato, di chat crittografate su applicazioni riservate per impartire direttive al di fuori dei canali ufficiali di registrazione della sala VAR. La Fondazione ha richiamato la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, secondo cui la frode sportiva disciplinata dalla legge quattrocentosessantuno del millenovecentottantanove è un reato di pericolo astratto a consumazione anticipata. Non servirebbe quindi la prova di un risultato alterato sul campo per configurare il reato: basterebbe la presenza di un atto idoneo e diretto a condizionare lo svolgimento della gara. Una pressione riservata o una direttiva inviata tramite chat protetta costituirebbe di per sé un tentativo penalmente rilevante.
Se il GIP di Milano, all'esito dell'imminente udienza in camera di consiglio, dovesse accogliere le motivazioni dell'opposizione disponendo l'imputazione coatta o nuove indagini con il sequestro dei telefoni, il filone in mano alla Procura di Monza riceverebbe un impulso significativo. Le due indagini risultano infatti collegate, e i dati digitali estratti dalle chat degli arbitri potrebbero confluire nei fascicoli dei magistrati brianzoli a sostegno delle ipotesi relative alla centrale di Lissone.
Il nodo Inter e la responsabilità dell'ente
Il terzo filone, quello che desta maggiore attenzione tra dirigenza e tifosi del club nerazzurro, riguarda la Procura Generale di Milano. Negli ambienti interisti si registra un certo ottimismo su un'immunità che, nei fatti, non risulta essere mai stata sancita da alcun giudice. La Procura Generale mantiene infatti la supervisione sulla posizione dell'Inter come ente giuridico, ai sensi del decreto legislativo 231 del duemilauno sulla responsabilità amministrativa delle società. Nel nostro ordinamento giuridico la responsabilità dell'ente non si estingue per la notorietà del marchio sportivo coinvolto: resta legata alla sussistenza del reato presupposto di frode sportiva commesso da tesserati, dirigenti o soggetti collegati alla struttura. Se il GIP di Milano o la Procura di Monza dovessero accertare nei prossimi mesi la natura penale di quelle condotte o l'esistenza di un condizionamento della regolarità dei campionati, la Procura Generale avrebbe la facoltà di riaprire l'istruttoria nei confronti della società nerazzurra.
Le conseguenze possibili
Le conseguenze sanzionatorie di questo scenario giudiziario, qualora confermate, non sarebbero di poco conto. Per gli arbitri, i designatori e i varisti eventualmente coinvolti si profilerebbero rinvii a giudizio per il reato di frode sportiva, la radiazione dai quadri federali dell'AIA e la fine della carriera sportiva. Per la società dell'Inter, qualora la magistratura penale o la giustizia sportiva dovessero accertare la responsabilità dell'ente o un condizionamento diretto delle competizioni, il Codice di Giustizia Sportiva della FIGC e il decreto legislativo 231 prevedono un ventaglio di sanzioni possibili: sanzione pecuniaria, penalizzazione di punti in classifica, revoca di titoli eventualmente conquistati e sanzioni interdittive sulle attività commerciali e societarie.
Una vicenda tutt'altro che chiusa
La narrazione mediatica del "tutto archiviato" appare, alla luce degli atti disponibili, distante dai fatti riportati nei verbali, che raccontano di un'indagine giudiziaria ancora attiva, articolata su più fronti formalmente distinti ma profondamente interconnessi sul piano delle prove, e potenzialmente destinata a nuovi sviluppi nelle prossime settimane nelle aule di tribunale. Il fatto che oggi la Serie A giochi con un ricorso ridotto al VAR non sembra tanto il segnale di un nuovo stile di conduzione di gara, quanto il sintomo di un sistema in una fase di cautela dovuta al contesto giudiziario in corso. La partita della giustizia penale ha concluso i tempi regolamentari, ma è ormai chiaro a chi segue da vicino la vicenda che i tempi supplementari potrebbero riservare ancora sviluppi rilevanti per il nostro campionato.




Commenti