Quando la penna non sa riconoscere il dolore
Risposta all'articolo di Emilio Marrese su Repubblica del 20 aprile 2026. Sul tributo della Juventus ad Alexander Manninger e su chi, con una penna in mano, non ha saputo — o non ha voluto — vederlo.
Vi sono momenti nei quali uno stadio smette di essere un impianto sportivo e diventa qualcosa di altro: un luogo della memoria, uno spazio in cui il tempo rallenta e la folla, per un istante sospeso, torna a essere comunità. Lunedì sera, allo Juventus Stadium, quello spazio ha avuto un nome: Alexander Manninger. Ex portiere, uomo di calcio, scomparso il 16 aprile scorso. La Juventus lo ha salutato come si salutano i compagni veri — non con un comunicato stampa, non con un minuto di silenzio burocratico — ma con una corona di fiori portata in campo dai suoi ex compagni, davanti alla sua porta, mentre lo speaker gli parlava come si parla a qualcuno che è ancora lì ad ascoltare. Tutto lo stadio ha risposto con un applauso lungo, sincero, civile.
Ebbene: Emilio Marrese, sulle colonne di Repubblica del 20 aprile, ha definito questo momento «kitsch», e ha coniato per esso la formula — sibillina nella sua supponenza — di «pacchianata del minuto di silenzio parlato, anzi urlato». Un giudizio pronunciato con la scioltezza di chi è convinto che l'eleganza del lutto si misuri col silenzio imposto, non con la spontaneità del sentimento.
«Il bello non è ciò che è bello, ma ciò che piace.»
— Lev Tolstoj
Ci permettiamo, con rispetto ma senza esitazione, di dissentire. E di farlo nel merito, non per spirito di parte. La critica estetica applicata al lutto è un esercizio pericoloso, perché scivola con facilità dall'analisi al cinismo. Definire «kitsch» un atto di affetto collettivo verso un uomo scomparso non è una finezza critica: è una distanza morale travestita da acume stilistico.
Marrese ha confuso la forma con la sostanza, l'involucro col contenuto.
Carlo Bo — uno dei più lucidi osservatori della cultura italiana del Novecento — insegnava che il giornalismo porta con sé una responsabilità che va oltre la correttezza sintattica: quella di saper leggere i fenomeni umani prima ancora di giudicarli. Non basta avere una penna agile, occorre avere uno sguardo capace di posarsi sulle cose con rispetto, prima di alzarsi in volo verso il verdetto. La penna di Marrese, in questo caso, ha bruciato i tempi.
Ciò che è accaduto in quello stadio non era cerimonia. Era affetto. Era la voce di chi conosceva Manninger — i suoi anni in bianconero, la sua riservatezza, la sua professionalità silenziosa — che cercava un modo per dirgli addio che non fosse anonimo. Vi sono culture del lutto — quelle mediterranee, in primo luogo — nelle quali il silenzio non è l'unica forma dignitosa del compianto. Nelle quali parlare al defunto, nominarlo, ricordarlo ad alta voce davanti a una comunità riunita, è un atto di profonda civiltà. Chiamare tutto questo «pacchianata» tradisce non solo un pregiudizio culturale, ma una lettura superficiale della scena.
Leopardi, nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, fa dire a un morto: «Il morire non è cosa così orribile come si dipinge.» Il problema, semmai, è che i vivi spesso non sanno come stare vicino a chi non c'è più. Quando uno stadio intero trova un modo — imperfetto quanto si vuole, ma autentico — per farlo, forse è il caso di togliersi il cappello, non di affilare la penna.
«Nulla di ciò che è umano mi è estraneo.»
— Publio Terenzio Afro, Heauton Timorumenos
Resta una domanda, che poniamo senza retorica: cosa avrebbe preferito Emilio Marrese? Il silenzio freddo di un minuto scandito dall'orologio? Il tabellone luminoso con la foto e il nome, come da protocollo UEFA? La Juventus ha scelto qualcosa di diverso, di più personale. Ha scelto di non trattare Manninger come un adempimento. Di fronte a questa scelta, il lessico della critica estetica — «kitsch», «pacchianata» — suona non come intelligenza, ma come incomprensione.
Alexander Manninger meritava quel saluto. E chi era presente in quello stadio — tifosi, calciatori, ex compagni — sapeva perfettamente cosa stava vivendo. Certi momenti non si giudicano dagli spalti della prosa. Si capiscono solo se si accetta, almeno per un istante, di essere parte di qualcosa che è più grande di un articolo.




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