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Platini, Infantino e il potere nel calcio globale

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min
Quattro piani per leggere una stessa storia

La denuncia presentata da Michel Platini contro Gianni Infantino non è l’ennesimo capitolo di una rivalità personale né un residuo rancore di un uomo che si sente defraudato del proprio destino. È, piuttosto, la superficie visibile di un sistema di potere che da anni si muove su piani paralleli: la geopolitica delle federazioni, la matematica dei voti, la governance interna della FIFA, la dimensione personale dei protagonisti e il ruolo cruciale delle giurisdizioni che decidono cosa è perseguibile e cosa no. Per capire davvero questa vicenda bisogna abbandonare la cronaca giudiziaria e guardare il quadro più ampio, quello in cui la storia di Platini e Infantino diventa un caso di studio sulla costruzione, la conservazione e la legittimazione del potere nello sport globale.

La geografia del voto

La prima chiave è la geografia del voto. La FIFA è costruita su un principio solo in apparenza democratico: ogni federazione vale un voto. Ma applicato a un organismo con 211 membri, questo principio produce un effetto paradossale: il potere non segue il calcio, segue la geografia. Il continente che genera la maggior parte del valore economico, televisivo e tecnico del calcio mondiale — l’Europa — conta appena 55 voti. È un blocco forte, ma non autosufficiente. Può influenzare, ma non può decidere. Platini, da presidente UEFA, era il candidato naturale dell’élite calcistica, ma non del sistema FIFA nel suo complesso: la sua forza era qualitativa, non quantitativa. L’Europa è il cuore del calcio, ma non il cuore della FIFA.


Il vero potere elettorale risiede altrove, in due blocchi che non hanno la forza economica dell’Europa, ma hanno la forza numerica per determinare qualsiasi elezione: Africa e Asia. La CAF ha 54 membri, l’AFC ne ha 47: insieme fanno 101 voti, quasi la metà dell’intero congresso FIFA. È qui che si costruiscono le maggioranze, non nei corridoi di Nyon. È qui che si decide chi governa il calcio mondiale. E non è un caso che Infantino abbia costruito la sua base proprio fuori dall’Europa, presentandosi come un presidente “globale”, non europeo. Ha parlato la lingua delle federazioni che per decenni si erano sentite marginalizzate: investimenti, programmi di sviluppo, redistribuzione, infrastrutture. Ha promesso ciò che l’Europa non aveva mai promesso: attenzione politica e risorse economiche. In un sistema dove il voto del Liechtenstein vale quanto quello del Brasile, la matematica è più forte della storia.


Il terzo blocco, quello americano, è più piccolo ma strategico. Il Sudamerica, con la CONMEBOL, ha un peso simbolico enorme: è il continente che ha trasformato il calcio in religione. Il Nord e Centro America, con la CONCACAF, ha un peso commerciale crescente, soprattutto grazie agli Stati Uniti. Insieme, questi due blocchi non decidono da soli, ma decidono chi decide: sono l’ago della bilancia tra Europa e il resto del mondo. Sono i blocchi che completano la maggioranza costruita da chi riesce a parlare sia al potere numerico sia al potere simbolico.


È in questo contesto che la caduta di Platini assume un significato diverso. Non è solo la fine di una carriera: è la fine della possibilità per l’Europa di esprimere un presidente FIFA con un consenso naturale. La sua uscita di scena ha aperto un vuoto che Infantino ha riempito costruendo un’alleanza globale che l’Europa non avrebbe mai potuto replicare. L’Europa resta il luogo dove si produce il calcio migliore, ma non è il luogo dove si decide chi governa il calcio mondiale. È un’élite tecnica, non una maggioranza politica.

La questione di governance interna

Il secondo piano è quello della governance interna, un terreno spesso ignorato dal grande pubblico ma decisivo per comprendere come si esercita il potere reale. Platini non denuncia solo Infantino: chiama in causa Marco Villiger, storico capo dell’ufficio legale FIFA, e Domenico Scala, presidente del comitato di audit e compliance. Due figure tecniche, apparentemente neutrali, ma in realtà centrali nella gestione dei dossier sensibili, nei rapporti con la procura svizzera, nella definizione dei processi interni. Se davvero avessero avuto un ruolo attivo nel “neutralizzare” Platini, significherebbe che gli organi di controllo non sono semplici garanti della trasparenza, ma strumenti che possono essere orientati, attivati o disattivati in funzione degli equilibri politici. Scala, del resto, si dimise nel 2016 accusando Infantino di voler interferire nelle nomine e nei meccanismi di supervisione: un segnale che la governance tecnica non è un contropotere, ma un campo di battaglia. La vicenda Platini–Infantino mostra come, nelle grandi organizzazioni internazionali, il potere non si esercita solo attraverso le elezioni, ma attraverso la gestione delle informazioni, dei procedimenti, delle relazioni con le autorità giudiziarie.

La questione personale 

Il terzo livello è quello personale, e sarebbe ingenuo sottovalutarlo. Platini e Infantino non sono due estranei: per anni hanno lavorato insieme, con un rapporto quasi gerarchico. Platini era il leader politico, Infantino il suo braccio tecnico, l’uomo dei regolamenti, dei sorteggi, delle riforme amministrative. Il piano originario era chiaro: Platini alla FIFA, Infantino all’UEFA. Quando Platini cade, Infantino si candida. Per Platini non è solo un cambio di scenario: è un tradimento. E come spesso accade nelle storie di potere, la frattura personale amplifica quella istituzionale. Oggi Platini non cerca più un ruolo, non punta a tornare in sella; cerca qualcosa di più profondo e più difficile: la riabilitazione della propria storia. Vuole che resti scritto che non è caduto per colpa sua, ma per manovre altrui. È una battaglia identitaria, non politica. E come tutte le battaglie identitarie, è potenzialmente infinita.

Il piano giuridico

Il quarto e ultimo piano è quello giuridico, ed è forse il più rivelatore. Platini ha scelto di rivolgersi alla giustizia francese dopo anni di tentativi infruttuosi in Svizzera. Non è un dettaglio tecnico: è un cambio di campo. La Svizzera è la sede naturale delle federazioni sportive internazionali, ma è anche un ambiente giudiziario particolare, con tempi lunghi, un forte garantismo istituzionale e un rapporto storico con la FIFA che ha spesso sollevato interrogativi sulla reale indipendenza delle indagini. La Francia, al contrario, offre una giurisdizione più ampia, una pressione mediatica maggiore e un contesto meno permeabile alle logiche di protezione istituzionale. La scelta di Platini è un atto politico prima ancora che giudiziario: sposta la battaglia in un luogo dove la FIFA non può contare sugli stessi equilibri, sugli stessi interlocutori, sulle stesse inerzie. È un modo per dire che la questione non riguarda solo lui, ma il funzionamento stesso del sistema.


Alla fine, la vicenda Platini–Infantino non è una storia di due uomini, ma una storia di come si costruisce il potere nel calcio globale. È la dimostrazione che le elezioni non bastano a spiegare chi comanda davvero, che gli organi di controllo possono diventare strumenti di lotta politica, che le giurisdizioni non sono neutre e che le rivalità personali possono trasformarsi in battaglie istituzionali. È un caso che rivela più del previsto: non solo cosa è successo nel 2015, ma come funziona — e come si difende — il potere nella FIFA. E forse è proprio questo il punto che Platini vuole mettere al centro: non la sua caduta, ma il sistema che l’ha resa possibile.


 
 
 

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