Leb wohl alexander. Ruhe in Frieden.(Addio Alexander. Riposa in pace.)
- Cristiano Murtas

- 17 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Un uomo in piedi in un mondo inginocchiato
Ci sono figure che attraversano una squadra senza fare rumore, eppure lasciano un’impronta che resiste al tempo con la solidità del legno lavorato a mano. Alexander Manninger era una di queste. La notizia della sua morte, giunta stamane dall’Austria come un colpo improvviso e insensato, ha fermato il respiro del calcio europeo.
Aveva 48 anni. La sua automobile è stata travolta da un treno nei pressi di Salisburgo, a un passaggio a livello non custodito. I soccorsi sono intervenuti prontamente, ma non c’era più nulla da fare. Una fine brutale, crudele nella sua casualità, per un uomo che aveva scelto la semplicità come forma di saggezza.
L’uomo prima del portiere
Alexander Manninger era nato il 4 giugno 1977 a Salisburgo, quella città alpina che non ha mai smesso di amare e verso cui ha sempre gravitato, anche negli anni più lontani, come un’ancora calata nel profondo. Diventò portiere negli anni ’80 come tanti piccoli colleghi — ritrovandosi per caso a difendere quei pali che nessuno, da bambino, vuole affrontare. Crebbe a Salisburgo, amandola, e in ogni intervista rimarcava la bellezza della sua città d’origine.
Prima del calcio, però, c’era il lavoro vero. Fece l’apprendista falegname dai 15 ai 18 anni, poi si diplomò. Un mestiere delle mani, della materia, della pazienza — qualità che, non a caso, avrebbe poi contraddistinto anche la sua carriera tra i pali.
La carriera: dall’Arsenal alla Vecchia Signora
Nel 1997 divenne il primo austriaco a trasferirsi all’Arsenal, con cui vinse la Premier League e la FA Cup nella stagione 1997/98. Quattro anni a Londra, una quarantina di presenze con i Gunners, un apprendistato ai massimi livelli europei.
Poi l’Italia, che diverrà la sua seconda patria calcistica per oltre un decennio. Prima la Fiorentina, poi Bologna, Siena, Torino. Tra il 2008 e il 2012 fu il secondo portiere della Juventus, con cui nell’ultima stagione vinse lo Scudetto. Collezionò anche 33 presenze con la nazionale austriaca.
Ma fu proprio alla Juventus che Manninger scrisse forse la pagina più significativa della sua storia umana e professionale.
Gli anni bianconeri: il silenzio come virtù
Arrivato a Torino nell’estate del 2008, vestì il bianconero per quattro stagioni, dimostrando come il ruolo del portiere non sia fatto solo di parate, ma di carisma, affidabilità e silenzioso spirito di sacrificio. In un’epoca segnata dalla presenza monumentale di Gigi Buffon, Manninger seppe farsi trovare pronto ogni volta che fu chiamato in causa, diventando un punto di riferimento assoluto per lo spogliatoio e una garanzia tra i pali.
Erano anni difficili per la Juventus — un club che cercava ancora la via del ritorno alla grandezza dopo il purgatorio di Serie B. E Alexander era lì, silenzioso e determinato, con quella sua compostezza austera che non aveva bisogno di clamore per essere riconosciuta.
Parlava di Buffon con ammirazione franca e disarmante: «Mi sono ispirato sempre a lui, quando l’ho conosciuto gliel’ho detto. Siamo amici. Quell’anno Gigi si infortunò e giocai al suo posto, ma nessuna rivalità.» Quella frase — nessuna rivalità — dice tutto di un uomo. In un ambiente in cui l’ego è spesso l’unico dio riconosciuto, Alex Manninger era rimasto semplicemente se stesso.
La vita vera: il bosco, la famiglia, il legno
Dopo il Liverpool, nell’estate del 2017 Manninger decise di ritirarsi. Conclusa la sua avventura in campo, tornò a fare il falegname, lavoro che svolgeva prima dell’inizio della sua carriera.
Non fu una resa, fu una scelta radicale e lucidissima. «Quando ho smesso col pallone ho ricominciato da lì: ho traslocato con la mia compagna, ho costruito i mobili della casa nuova, mesi e mesi di fatica. Mi sono divertito tantissimo. La mia prossima gara sarà la partita della famiglia: costruirci un nido, trovare soddisfazione dalle giornate normali», racontò in una delle sue rare interviste post-carriera.
«Mi ha insegnato il sudore e la fatica. E sono felice. Il calcio di oggi è solo moda e business; io invece non ho nemmeno Instagram, pensi un po’. Sono felice nella mia pace e nella semplicità», aveva detto pochi giorni fa alla Gazzetta dello Sport, quasi un testamento spirituale pronunciato senza saperlo.
Lascia una moglie giovane e dei bambini. Quel minivan Volkswagen, quella mattina di aprile, stava portando via un padre, un marito, un uomo che aveva scelto di essere felice lontano dalla ribalta.
Il saluto della Juventus e dei compagni
La Vecchia Signora ha parlato con parole rare per il calcio — parole vere. «Oggi salutiamo non solo un grande atleta, ma un uomo dai valori rari: umiltà, dedizione e una serietà professionale fuori dal comune.»
Giorgio Chiellini ha aggiunto: «Oggi è un giorno tristissimo, ci saluta un compagno di squadra esemplare e una persona di grande valore.»
Ma la voce più commossa e più bella è quella di Gigi Buffon, che con Alex ha condiviso anni, spogliatoio e rispetto profondo: «Hai scelto di rimanere indipendente dall’assuefazione del mondo del calcio, andando alla ricerca della tua felicità nelle cose semplici: una vita salutare nei boschi, la pesca, la natura, la famiglia. In un mondo spesso curvo e genuflesso, che rincorre sopraffazione, carrierismo e guadagni facili, tu hai sempre rivendicato la tua libertà, mantenendo una postura eretta, con l’orgoglio di chi sa cosa vuole.»
Il ritratto di un uomo
C’è qualcosa di antico e nobile nel profilo di Alexander Manninger — una coerenza morale che il calcio moderno tende a erodere, e che lui invece ha difeso con la stessa tenacia con cui difendeva la propria porta. Non cercava la gloria, non inseguiva i riflettori. Era un secondo portiere in una squadra con Buffon, eppure non si definiva secondo a nessuno nel senso più profondo: la dignità non si misura in presenze stagionali.
Aveva capito prima di molti che la vera libertà non sta nel contratto più ricco, ma nel saper dire basta — e saper costruire qualcosa con le proprie mani.
«La grandezza di un uomo non è in quanto egli abbia acquistato, ma in quanto abbia lasciato.» — Stefan Zweig, Il mondo di ieri.
Torino piange uno dei suoi, anche se Vienna lo ha cresciuto e Salisburgo lo ha abbracciato per sempre.
Noi bianconeri lo ricordiamo come si ricordano le persone rare: non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che erano.



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