top of page

La Psicologia dell'Abusato

18 mag
Tempo di lettura: 3 min
Quando smettere di fare i «critici oggettivi» diventa la prima forma di dignità.

È finita. Con la sconfitta di ieri, la Juventus dice addio alla Champions League della prossima stagione. Si potrebbe fermare qui, fare l'elenco dei punti persi, degli errori tattici, delle prestazioni insufficienti. E quelle critiche restano legittime. Ma fermarsi lì sarebbe raccontare solo una parte della storia — e forse nemmeno la più onesta.

Perché ieri, ancora una volta, il campo ha detto una cosa e qualcos'altro ha detto il resto. Arbitri, calendari, VAR: non come alibi post-partita, ma come sistema che molti di noi hanno ormai imparato a riconoscere. Lo stesso che Berrutto, in tutt'altro contesto, aveva evocato parlando di Procura Federale e giustizia sportiva — quella sensazione che i protocolli si pieghino al momento e ai colori della maglia che fa comodo proteggere. Chi ha occhi per vedere, ieri sera li aveva spalancati.

«Il sistema ci ha martoriato. Sistematicamente. Con metodo. E noi, invece di dirlo, ci siamo convinti di meritarcelo.»

Ma qui arriva il punto che brucia di più, quello che voglio chiamare con il suo nome: la psicologia dell'abusato.


Il tifoso juventino autentico porta dentro di sé un'immagine — non è nostalgia, è identità. Una Juve fatta di uomini prima che di campioni, capace di vincere perfino quando il mondo intorno le remava contro. Quella Juve non chiedeva pietà: la imponeva sul campo. Ed è proprio quella memoria a trasformarsi in arma nelle mani sbagliate. Perché oggi, nel tentativo di non sembrare «piagnoni», nel terrore di assomigliare — orrore degli orrori — alla «nuova Inter», una parte del tifo bianconero ha adottato una postura che si crede lucida e invece è qualcos'altro.


Si chiama autocolpevolizzazione. Si chiama interiorizzare la narrativa di chi ti fa del male.


Nota — La dinamica dell'abuso

In psicologia, la vittima di abuso sistematico sviluppa spesso un meccanismo di difesa paradossale: si convince di meritare ciò che subisce. Non perché sia vero, ma perché quella convinzione — dolorosa quanto si vuole — è psicologicamente più tollerabile dell'alternativa. L'alternativa sarebbe ammettere di essere stati presi di mira, deliberatamente, da qualcuno con più potere.

L'abusante, dal canto suo, non ha nemmeno bisogno di difendersi: ci pensa la vittima stessa a scagionarlo, a minimizzare, a trovare le colpe in casa propria. «Ce lo siamo guadagnato.» «Siamo stati noi a sbagliare.» «È il campo, non il sistema.» Ogni volta che diciamo queste cose senza interrogarci sul contesto, stiamo facendo il lavoro sporco al posto di chi ci ha fatto del male.


Non si tratta di negare le responsabilità reali della squadra. Si tratta di non accettare che la critica interna diventi lo schermo perfetto dietro cui nascondere un trattamento che, se subito da chiunque altro, chiameremmo senza esitazione con il suo nome. Quando Berrutto parla, quando certi episodi si ripetono stagione dopo stagione con una coerenza che la statistica fatica a spiegare come casualità, il tifoso che risponde «ma in fondo ce lo meritiamo» non è un critico coraggioso. È qualcuno che ha smesso di credere di avere il diritto di essere trattato con equità.


La vera lucidità non è equidistanza a tutti i costi. È saper tenere insieme due verità: sì, questa squadra ha deluso. E sì, opera in un ambiente che non è neutro. Entrambe le cose sono vere. Negarle entrambe è facilità. Tenerle insieme è onestà.


L'abusato che denuncia non è un debole. È l'unico che ha ancora abbastanza rispetto di sé da pretendere qualcosa di diverso.


 
 
 

Commenti


bottom of page