LA PROCURA FEDERALE TROPPO LENTA
Dai casi Caprile e Osimhen al nodo del tesseramento di Malagò
Un sistema sotto accusa
Si moltiplicano in questi giorni le vicende che alimentano un dibattito acceso attorno alla credibilità del sistema calcio italiano. Non si tratta soltanto di una sequenza di episodi isolati, ma di un insieme di questioni che, messe in fila, sollevano interrogativi rilevanti sull'equità e sulla coerenza con cui vengono trattate le diverse situazioni all'interno del mondo del pallone — dai singoli casi giudiziari fino ai vertici istituzionali della stessa Federazione.
Due velocità di giustizia
Da un lato si osserva l'attività della magistratura ordinaria, che prosegue nei propri accertamenti su bilanci e operazioni finanziarie dei club. Dall'altro, si registra invece una certa lentezza da parte della giustizia sportiva, che in diversi casi sembra attivarsi soprattutto quando le vicende vengono già portate alla luce da fascicoli trasmessi dalle procure della Repubblica.
Il caso Caprile
Quanto emerso recentemente attorno al trasferimento del portiere Elia Caprile dal Bari al Napoli rappresenta un esempio significativo di questa dinamica. Secondo quanto riportato da atti giudiziari, nella perizia relativa alla stima economica del calciatore sarebbe stata utilizzata un'età anagrafica non corretta — ventisei anni anziché i ventuno effettivi — con un effetto di riduzione del valore teorico di mercato attribuito al giocatore, in un'operazione che avrebbe coinvolto due società riconducibili alla medesima proprietà familiare.
Un'inchiesta che solleva interrogativi
Questi elementi non nascono da illazioni generiche, ma risultano messi nero su bianco in atti giudiziari circostanziati. La Procura della Repubblica di Bari ha contestato la congruità di quella specifica operazione, nell'interesse della tutela dei creditori e del patrimonio del club pugliese.
La lentezza della Procura Federale
A fronte di questi accertamenti della giustizia ordinaria, la Procura Federale guidata da Giuseppe Chinè non risulta essersi ancora attivata con un proprio procedimento autonomo sulla vicenda, mantenendo una posizione attendista che ha sollevato critiche da parte di osservatori e tifosi in cerca di maggiore trasparenza.
Il caso Osimhen e il rinvio a giudizio
Il caso Caprile non è un episodio isolato in questo tipo di dibattito. Va ricordato anche l'altro filone giudiziario legato al Napoli, relativo all'operazione che ha portato Victor Osimhen al club partenopeo dal Lilla, e alle plusvalenze connesse alle valutazioni di alcuni giovani calciatori inseriti nella trattativa. Su questo fronte, la Procura di Roma ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio per falso in bilancio nei confronti di Aurelio De Laurentiis — un atto che, va precisato, apre la fase processuale senza costituire una condanna, restando quindi da accertare nelle sedi competenti. Di fronte a questo sviluppo giudiziario, la Procura Federale non ha riaperto un proprio procedimento disciplinare sulla vicenda, che risulta archiviata a livello sportivo.
Una percezione di disparità
Questa differenza di approccio, o quantomeno la percezione diffusa di una simile disparità tra tifosi e osservatori, è un tema sempre più discusso nel dibattito pubblico. In passato si sono visti procedimenti sportivi conclusi in tempi rapidi, con penalizzazioni applicate anche a campionato in corso; in altri casi, come quelli appena citati, la giustizia sportiva ha invece mantenuto un profilo più attendista. È una percezione di squilibrio che merita attenzione, pur restando, allo stato, una lettura critica più che un dato accertato in sede disciplinare.
Il nodo del mancato tesseramento
A questo quadro si aggiunge una vicenda distinta ma altrettanto delicata, che riguarda direttamente i vertici della Federazione. Giovanni Malagò si troverebbe oggi al centro di una situazione legata all'applicazione di una regola relativa ai requisiti di eleggibilità per le cariche federali. Il Presidente del CONI avrebbe contestato l'applicazione di questa norma, definendola un'anomalia procedurale. Il punto che rende la vicenda particolarmente delicata è che quella stessa norma risulterebbe essere stata istituita durante la sua lunga presidenza al CONI.
La regola che porta la firma di Malagò
Giovanni Malagò si troverebbe quindi a contestare l'applicazione di una regola approvata, secondo questa ricostruzione, sotto la sua stessa presidenza. È una situazione che pone un interrogativo legittimo di coerenza istituzionale: quando una norma riguarda altre società o altre situazioni, viene generalmente applicata con rigore; quando invece rischia di toccare direttamente gli equilibri interni, c'è chi ne contesta l'applicazione, chiedendo eventuali deroghe.
La difesa che rischia di aggravare la posizione
Un aspetto specifico della vicenda riguarda la linea difensiva che sarebbe stata adottata per giustificare l'assenza dei requisiti formali contestati. Secondo quanto sostenuto in questa ricostruzione, si farebbe riferimento a precedenti storici della Federazione Italiana Giuoco Calcio, sostenendo che già in passato altri due presidenti della FIGC — Gabriele Gravina e Giancarlo Abete — sarebbero stati eletti senza il formale tesseramento prescritto dai regolamenti.
Il ruolo di vigilanza mai esercitato
Questo argomento, se confermato, solleverebbe un ulteriore interrogativo di rilievo: chi ricopriva il vertice del CONI nel periodo in cui Gravina e Abete sarebbero stati eletti senza rispettare pienamente i parametri formali? Secondo questa ricostruzione, anche in quei casi il vertice del CONI sarebbe stato occupato da Giovanni Malagò, che avrebbe quindi la responsabilità istituzionale di vigilanza sulla regolarità delle procedure elettive delle federazioni sportive nazionali. Se questa ricostruzione fosse corretta, si porrebbe quindi un doppio interrogativo: da un lato sulla posizione dello stesso Malagò rispetto ai requisiti richiesti per la sua carica, dall'altro sull'effettivo esercizio, in passato, delle funzioni di vigilanza da parte del CONI.
La mossa della Fondazione Jdentità Bianconera
La Fondazione Jdentità Bianconera ha annunciato di voler intervenire formalmente su questa vicenda, inviando un avviso di garanzia istituzionale al CONI. La posizione della Fondazione è netta: chiede che il Comitato Olimpico applichi le proprie regole fino alle estreme conseguenze, ritenendo che sussistano i presupposti per un commissariamento della FIGC, in ragione della presunta assenza dei requisiti di insediamento e delle irregolarità riscontrate secondo questa ricostruzione.
Cosa prevede la norma sul commissariamento
Se il CONI decidesse di non intervenire, la Fondazione ha dichiarato che valuterà iniziative volte a sollecitare un commissariamento dello stesso CONI. Va ricordato, a questo proposito, che il CONI è un ente pubblico non economico, sottoposto alla vigilanza del Governo italiano attraverso il Ministero per lo Sport e i Giovani e il Ministero dell'Economia e delle Finanze. L'articolo 13 del Decreto Legislativo 23 luglio 1999, n. 242 prevede che, in caso di gravi irregolarità nella gestione o di mancato rispetto dei propri regolamenti, il Governo abbia facoltà di sciogliere la Giunta e il Consiglio Direttivo del CONI, nominando un Commissario Straordinario.
Gli strumenti legali annunciati
Secondo quanto dichiarato, la Fondazione intende attivare diversi strumenti: la presentazione di esposti all'autorità di vigilanza governativa; l'invio di dossier alla Corte dei Conti, per una verifica su eventuali profili di danno erariale legati all'erogazione di fondi pubblici; un coinvolgimento dell'Autorità Nazionale Anticorruzione e delle Procure competenti, per valutare eventuali conflitti di interesse o violazioni delle norme sull'eleggibilità delle cariche sportive pubbliche; e un ricorso al TAR del Lazio per impugnare le delibere ritenute in contrasto con la normativa vigente.
Il precedente della sentenza CGUE
Un elemento che la Fondazione ritiene rilevante in questo contesto è la recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea relativa al caso Andrea Agnelli, che ha stabilito un principio importante: le decisioni della giustizia sportiva non sono sottratte al controllo giurisdizionale di un giudice terzo e indipendente, appartenente all'ordinamento giuridico ordinario. Un principio che, secondo la Fondazione, ridimensiona in modo significativo il margine di autonomia con cui gli organismi sportivi hanno storicamente gestito le proprie vicende interne.
Una crisi di credibilità
Il calcio italiano si trova oggi a fronteggiare un tema che va oltre le rivalità tra tifoserie: quello della credibilità complessiva del proprio sistema di giustizia sportiva, tanto nei singoli casi (Caprile, Osimhen) quanto nella gestione dei propri vertici istituzionali. Gli appassionati chiedono con crescente insistenza regole applicate in modo uniforme e tempi di risposta adeguati, indipendentemente dai club o dalle figure coinvolte. Resta da vedere quale sarà, nei prossimi mesi, l'orientamento effettivo del CONI su una vicenda che, al di là del merito specifico, solleva un tema più generale sulla coerenza nell'applicazione delle regole all'interno del sistema sportivo italiano.




Commenti