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Prendersela con Elkann è facile. Capire chi ha colpito la Juve, molto meno

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min

La Juve ha ormai più di un piede e mezzo fuori dalla Champions League 2026-2027 e, come ampiamente prevedibile, i social sono un ribollire di analisi - poche - e una comprensibile caccia alle streghe, dominata dall’idea che la crisi attuale sia il risultato solo di scelte tecniche sbagliate, di dirigenti inadeguati, di allenatori incompatibili o di stagioni mal gestite. È una lettura comoda, rassicurante, perché riduce tutto a un problema di uomini e di campo.


La verità è che l’epilogo della stagione 2025‐2026 non può essere ridotto solo al prodotto di una cattiva programmazione sportiva (che intendiamoci, c’è stata), non senza accorgersi che è in realtà solo il punto di arrivo di un declino politico, di un indebolimento istituzionale, di un cambio di paradigma proprietario imposto da fuori. Senza considerare anche questa parte, ogni analisi rimane forse facile per la pancia, per la rabbia del tifoso - legittima e condivisa - ma rischia di non guardare alla realtà intera, che spesso è la somma di più questioni e quindi molto più complessa.


La Juventus degli ultimi decenni ha vissuto infatti due momenti “tragici”: dal 2006 fino al 2012, e poi dal 2022 fino ad oggi. Queste date sono citate perché sono proprio loro a raccontare la profondità delle cause di ciò che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Perché c’è un dato, che nella rabbia di oggi, sembra sfuggire ai più: quello che racconta come la Juventus ha iniziato a perdere potere quando è stata colpita nei momenti di massima forza dalla clava della giustizia sportiva. Nel 2006, quando dominava l’Italia e l’Europa e aveva un potere politico enorme, quella sentenza in un giorno ha azzerato tutto. E se sportivamente la fedeltà dei Buffon, Nedved, Del Piero ha permesso di barcollare ma non soccombere, da un punto di vista politico quella sentenza ha privato la Juventus di credibilità istituzionale per anni.


E quando sembrava che quella dimensione si fosse ristabilita, nel 2022‐2023 la storia si è ripetuta: la Juventus era l’unico club italiano con ricavi da big continentale, infrastrutture moderne

e un progetto industriale credibile. E di nuovo una sentenza sportiva senza precedenti ha fatto perdere dirigenti, reputazione, sponsor, potere politico, e ha costretto la proprietà ad una gestione prudenziale.


La cosa più assurda, però, è che questo ragionamento — che la Juventus sia stata colpita con dolo, due volte, nei momenti di massima forza — dovrebbe essere la prima cosa che ogni juventino pensa. E invece no. Per molti è un dettaglio, quasi folklore. Come se il problema sia Elkann che non compra un regista, e non il fatto che la Juventus sia stata colpita da un sistema che ha usato la giustizia sportiva come una clava. È come guardare un incendio doloso e dire:


“Eh, però il proprietario poteva almeno comprare un estintore rosa, che stava meglio con le pareti.”


In questo contesto, John Elkann è diventato il bersaglio perfetto. Lo si accusa di non amare il calcio, di non capirlo e di non amare la Juve. Che sono anche cose vere. Però diametralmente questa è anche una semplificazione che non regge, è una narrazione comoda e che funziona perché da un volto al malcontento, aiuta a semplificare un quadro complessivo, ma evita di affrontare il nodo vero: che la Juventus è stata colpita in modo anomalo e sproporzionato nelle due fasi storiche di suo massimo splendore. E questo grazie e attraverso la complicità di un sistema di giustizia sportiva che per come è strutturato (ma siamo in attesa di una pronuncia della Corte Europea che potrebbe finalmente mettere fine a questa grossa anomalia) oggi può essere utilizzato come una clava da cui non ci si può difendere messa nelle mani di chi decide chi “deve essere colpito”.


La verità è che molti tifosi preferiscono prendersela con Elkann perché è più facile che guardare in faccia il punto vero: la Juventus non è caduta da sola. È stata fatta cadere da fuori.

Volontariamente. Perché in entrambe le occasioni, la Juventus è stata giudicata con un metro diverso, più severo, più creativo, più afflittivo. E in entrambe le occasioni, la conseguenza non è stata solo sportiva: è stata soprattutto politica.


Perché quando un club perde credibilità istituzionale, perde anche la capacità di difendersi, di incidere, di essere ascoltato. Perde la sua “massa critica”. E la Juventus, che per decenni è stata il centro di gravità del calcio italiano, si è ritrovata improvvisamente isolata, vulnerabile, priva di alleati. È questo il vero punto: la Juventus non è più un soggetto politico forte. E nel calcio italiano, chi non ha potere non ha protezione.

E diciamolo forte: la perdita di potere politica da parte della Juve non è una conseguenza incidentale di percorso, ma era l’obiettivo di chi ha mosso quella clava. Perché quando un club domina per 10 anni vince, incide, pesa e condiziona, evidentemente diventa “di troppo”.

Soprattutto in un paese come l’Italia, dove vige la cultura dell’invidia, dove invece di lavorare per raggiungere chi è più bravo si cerca di distruggerlo. E quando un club pesa troppo, diventa un bersaglio.

La Juve è l’unico club italiano che negli ultimi 20 anni è stato punito due volte con criteri mai replicati su altri, ha subito processi sportivi riaperti o costruiti su valutazioni discrezionali, è stato oggetto di un’inchiesta penale poi finita nel nulla. E questo ha creato un precedente: la Juve è giudicata con un metro diverso. Non dirlo sarebbe negare la realtà.

E le due grandi crisi della Juve hanno avuto un effetto identico: ridurre il suo peso politico, limitarne la capacità di incidere, riportarla “a livello” del sistema. Non è complottismo: è realpolitik.


E infatti dopo Calciopoli la Juve non ha contato più nulla per anni. E appena ha ripreso vigore, con il dopo Prisma è tornata a essere un soggetto debole, prudente, isolato.

Ed è in questo punto che la dimensione esterna si è “scontrata” con quella interna. Elkann non è un presidente operativo, non vuole esserlo e non deve esserlo: è un proprietario che delega, come fanno quasi tutti i grandi gruppi europei. Non è un De Laurentiis o un Sensi. Il problema quindi non è “Elkann non capisce di calcio”. Il problema è: a chi ha delegato, e in quale contesto politico-istituzionale si è trovato a operare. Un contesto in cui ogni scelta doveva essere prudente, ogni passo controllato, ogni decisione evitare nuovi fronti giudiziari o politici.


È così che nasce la governance post‐Prisma: una governance aziendalista, attenta alla compliance, più orientata alla stabilità, al controllo del rischio, alla riduzione dell’esposizione e alla prudenza finanziaria che all’ambizione. L’antitesi, il modello opposto di quello espansivo, aggressivo, visionario dell’epoca Agnelli. Una governance che ha un pregio — evita nuovi terremoti — ma anche un limite: non genera slancio. E senza slancio, una società come la Juventus si inaridisce. Non è un caso che molti tifosi percepiscano un club “immobile”: non è immobilismo, è autoprotezione.

Scegliere profili fuori dal mondo del calcio non è impreparazione, ma una risposta naturale al genere di crisi scatenata. Perché quando sei sotto attacco, non puoi permetterti dirigenti divisivi, non puoi permetterti ulteriori conflitti istituzionali e devi ricostruire credibilità prima ancora che competitività. Ed è in questo che trovano spiegazione tutte quelle vicende che da fuori sono sembrate un “appecoramento” o un vendere la Juventus al sistema. Scelte che non possono piacere ai tifosi, ma sono coerenti con la situazione.


Dopo Calciopoli, e ancora di più dopo Prisma, la Juve non ha più uomini nelle istituzioni, non ha più alleati politici, non ha più massa critica nei tavoli decisionali. E il calcio italiano, lo sappiamo, è un sistema feudale: se non hai potere, non hai protezione, e in un sistema dove vivi costantemente con la spada di Damocle della giustizia sportiva attivata a comando, questo può diventare letale.


E qui arriva, scontatissima, l’obiezione più pigra di tutte: “Elkann si sarebbe dovuto difendere”.

Certo. Come no. Come se bastasse bussare alla porta della giustizia sportiva e dire “scusate, non colpiteci così forte”. Questo è l’argomento perfetto per chi vuole sentirsi lucido senza fare lo sforzo di capire il contesto. Perché come ti difendi da un sistema che è autorizzato a decidere le regole mentre ti colpisce? Come ti difendi da chi è autorizzato a cambiare il codice a seconda del bersaglio? È come giocare a Monopoli con uno che, quando stai per passare dal Via, decide che il Via non esiste più.


Pensare che Elkann potesse “difendersi” è come pensare di potersi difendere da un plotone d’esecuzione chiedendo gentilmente di mirare più in basso.

E soprattutto è un modo elegante per non guardare il punto vero: la Juventus non è stata messa all’angolo perché non si è difesa, ma perché non c’era difesa possibile quando l’altro ha in mano la clava, il regolamento e qualcuno chiede di usarli entrambi. La verità è che la Juventus non poteva difendersi: poteva solo evitare che la clava scendesse ancora più forte. E in certi sistemi, sopravvivere è già un atto rivoluzionario.

C’è una sfumatura poi che spesso si ignora: nell’ecosistema Exor la Juventus è un asset anomalo. Perché una società di calcio non è strutturata per fare utili, ma è un asset “ontologicamente” in perdita. Ferrari deve produrre utili, Stellantis deve produrre utili, Gedi doveva produrre utili - e infatti, quando ha incominciato a non farne più è stata venduta.

La Juventus è un prodotto che produce rischio, esposizione mediatica, conflitti politici, e che Elkann tiene perché è un asset identitario, storico, simbolico. E proprio perché asset “non economico”, quando diventa fonte di problemi politici e giudiziari, il proprietario tende a sterilizzarlo, non a potenziarlo.


A questo si aggiunge un elemento spesso ignorato: il trauma culturale interno. La Juventus è sempre stata un’azienda con un’identità fortissima, quasi militare. Dopo Calciopoli, dopo Prisma quella identità si è incrinata. Dirigenti storici fuori, dipendenti disorientati, un clima di sospensione

che ha eroso la sicurezza psicologica di chi lavora dentro. Una società senza identità è una società che fatica a reagire, anche quando le condizioni tecniche lo permetterebbero.

Dentro questo quadro già fragile si è inserito un intreccio di scelte sbagliate e frettolose e una,nuvola nera che ha reso il famoso adagio “se qualcosa può andare storto, lo farà” quanto mai

reale. E quindi abbiamo assistito all’arrivo di Thiago Motta, l’uomo magari anche giusto ma nel,momento sbagliato, l’accentramento del potere su Giuntoli, arrivato con l’aura del salvatore, che,,ha confuso la realtà di Napoli, dove poteva essere demiurgo con quella di Torino, complessa,,gerarchica, piena di sensibilità in cui ha portato rigidità, scelte a volte più ideologiche che,pragmatiche (qualcuno ha detto Koopmeiners?) e una grossa difficoltà a leggere le dinamiche

interne che hanno finito per stritolarlo. E poi il ripiegamento su Comolli che si è trovato ad,ereditare una situazione già compromessa, la decisione accelerata su Tudor per via del Mondiale,per Club, soldi spesi male: tutte scelte fatte dentro un contesto di pressione, di urgenza, di vincoli, esterni. Non solo errori, ma anche conseguenze. Non solo cause, ma anche effetti. Una somma di scelte obbligate dalla situazione ereditata dopo il 2023, contingenze sfavorevoli e incompatibilità culturali. Quando Chiellini dice “viviamo alla giornata”, sta raccontando una verità: quella che si è trovata a vivere la Juventus dopo ogni colpo di clava.


La Juventus, in questo ciclo storico, ha vissuto una concatenazione di eventi negativi che ha amplificato ogni fragilità. Infortuni, crolli psicologici, episodi sfavorevoli, giocatori che non rendono, giovani che esplodono tardi. È come se il club fosse entrato in un loop di entropia sportiva, un periodo in cui tutto ciò che può andare storto... va storto.

La somma di tutto questo produce il quadro attuale: una Juventus che rischia di restare fuori dalla Champions non solo perché “non sa più fare calcio”, ma perché è stata indebolita politicamente, economicamente, culturalmente e identitariamente. La crisi non nasce dal campo: si riflette sul campo. E finché non si ricostruirà il potere politico, la credibilità istituzionale, la cultura interna e la visione proprietaria, nessun allenatore, nessun direttore sportivo, nessun mercato potrà invertire la rotta.

La domanda vera da farsi oggi, allora, non è “chi ha sbagliato?”, ma “come si ricostruisce un potere?”. Perché la Juventus, nella sua storia, ha sempre saputo rinascere. Ma per farlo, deve prima riconoscere la natura profonda della sua crisi: non tecnica, non episodica, non emotiva.

Strutturale. Politica. Identitaria.


Solo da lì può ripartire. E tanto passerà da come la proprietà si comporterà dopo la pronuncia, ormai attesa, della Corte di Giustizia Europea sulla legittimità dell’impianto della giustizia sportiva: sarà lì che potremo capire se la proprietà avrà scelto di far valere i propri diritti o se preferirà la continuità. Perché se quella sentenza dovesse stabilire che il sistema è stato utilizzato in modo discrezionale, afflittivo o incompatibile con i principi europei, e quindi che la Juventus ha subito un danno strutturale che nessuna proprietà avrebbe potuto evitare, allora si aprirebbe uno scenario completamente diverso: la Juventus avrebbe finalmente la possibilità di chiedere risarcimenti, di impugnare atti, di contestare sanzioni e procedimenti che oggi è costretta a subire. Fino ad allora non conosciamo il perimetro reale del potere che la Juventus aveva — o non aveva — per difendersi.

Giudicare oggi, senza sapere se il sistema che ha colpito la Juve era legittimo o meno, significa

giudicare nel vuoto.

 
 
 

1 commento


Quando la seconda carica dello Stato dice:" Avrei voluto essere ministro dello sport non per aiutare la mia squadra ma per distruggere la Juventus" si spiega tutto; la Juventus è stata vittima designata di un Sistema politico-calcistico-mafioso costruito scientificamente negli anni, un Sistema che ha protetto una squadra in particolare, l' inter, ma anche altre e ha permesso di trasgredire regole e comportamenti. Contro un Sistema del genere non vedo come la Juventus si possa difendere, aspettando con speranza le sentenze europee.

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