l'analisi dell'intervista di marotta
- Dott.ssa Barbara Zedda

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
Quando non si risponde: il controllo passa dalla parola alla sottrazione
Dottoressa, che tipo di comunicazione stiamo osservando?
Risposta:
Una comunicazione di controllo. L’intervistato non è lì per rispondere, ma per governare la situazione. Non entra nel merito, non si espone, non concede. Presidia. È una dinamica che Erving Goffman definirebbe come gestione della “faccia”: tutto è orientato a mantenere intatta l’immagine, evitando qualsiasi incrinatura.
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Eppure non sembra in difficoltà.
Risposta:
Infatti non lo è. Ed è proprio questo il punto. Non siamo di fronte a una difesa reattiva, ma a una difesa strategica. L’intervistato non combatte la domanda: la svuota. La tratta come marginale, secondaria, quasi irrilevante. È una forma di potere comunicativo molto più sofisticata della semplice negazione.
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Parliamo dello sguardo. Cosa emerge?
Risposta:
Uno sguardo che non cerca relazione, ma controllo. È frontale, stabile, ma privo di apertura. Non invita al dialogo, non costruisce alleanza. È uno sguardo che segnala: “io sono qui, saldo nella mia posizione”.
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E il tono della voce?
Risposta:
È costruito per normalizzare. Basso, stabile, poco modulato. La prosodia piatta riduce l’impatto del contenuto. Anche un tema potenzialmente critico viene trattato come ordinario, quasi amministrativo. Qui si può richiamare Paul Watzlawick: non è tanto ciò che si dice, ma come lo si dice a definire il significato.
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Si può parlare di minimizzazione?
Risposta:
Sì, ed è costante. Attraverso formule come “abbiamo visto dei commenti” o “lo apprendiamo dalla stampa”, il tema viene declassato. Non è un fatto, è un rumore esterno. Non viene negato, ma reso marginale.
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Le risposte entrano nel merito delle domande?
Risposta:
Solo apparentemente. Sono risposte tangenziali: formalmente pertinenti, ma sostanzialmente laterali. L’intervistato non affronta il nucleo della domanda, lo aggira e lo sostituisce con contenuti più controllabili.
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C’è un momento chiave in questa dinamica?
Risposta:
Sì, quando utilizza espressioni come “oggi siamo qua per…”. In quel momento ridefinisce il campo. Il tema scomodo viene chiuso e l’attenzione spostata. Non è evitamento: è gestione attiva dell’agenda comunicativa.
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C’è però un passaggio molto specifico: “io non voglio dire… io non mi ricordo”. Come lo interpreta?
Risposta:
È un passaggio estremamente rivelatore. Non è una semplice esitazione, ma una costruzione comunicativa complessa. L’intervistato non dice “non ricordo”, che sarebbe una posizione chiara. Introduce invece una doppia cornice: “non voglio dire” e “non mi ricordo”.
La prima è una dichiarazione di volontà, la seconda una dichiarazione di contenuto. Mescolandole, produce un effetto preciso: chiude senza assumere pienamente la responsabilità della chiusura.
Quindi non è una difficoltà reale nel ricordare?
Risposta:
Non appare come tale. Se fosse reale, la comunicazione sarebbe lineare. Qui invece vediamo un’autocorrezione in tempo reale: il discorso viene aggiustato mentre prende forma. È il segno di un controllo attivo.
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Che effetto produce questa doppia formulazione?
Risposta:
Produce una zona grigia. Non c’è conferma, non c’è negazione, non c’è esposizione. È una sospensione strategica che consente di mantenere il controllo della posizione.
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In sintesi, che tipo di comunicazione è?
Risposta:
Non è una comunicazione trasparente, ma strategica. L’obiettivo non è chiarire, ma governare la percezione. L’intervistato non risponde per spiegare, ma per delimitare.
E nel momento in cui afferma “non voglio dire… non mi ricordo”, compie un passaggio ulteriore:
non solo evita, ma definisce il limite oltre il quale non intende esporsi.



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