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Juventus, La società o il mito che i suoi tifosi abitano?

Aggiornamento: 17 apr

Vi è una scena memorabile nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in cui Tancredi, con quella cinica lucidità che appartiene solo ai giovani capaci di non illudersi, sussurra allo zio Fabrizio la frase che è diventata uno dei più potenti aforismi della letteratura italiana


«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»

Rileggendola oggi, con gli occhi puntati sul calcio italiano e sulla Juventus in particolare, quella sentenza assume una risonanza quasi insopportabile.


Esiste, nella psicologia sociale, un fenomeno che Henri Tajfel ha descritto con precisione nella sua Teoria dell’Identità Sociale: gli individui tendono a definire se stessi attraverso l’appartenenza a gruppi, proteggendo l’immagine del proprio gruppo di riferimento anche quando i comportamenti oggettivi di quel gruppo contraddicono i valori professati. Il tifoso, in questa prospettiva, non è semplicemente uno spettatore: è un portatore di identità.

Chi si definisce juventino non tifa per una squadra di calcio. Tifa per una narrativa di sé stesso.


Ed è proprio questa la prima, fondamentale contraddizione che occorre affrontare con onestà intellettuale: dal 2006, anno del cosiddetto Calciopoli, fino alle vicende più recenti del 2023, la tifoseria bianconera ha costruito la propria identità collettiva attorno all’immagine di una società perseguitata, martire, sola contro un sistema corrotto. Una narrazione che ha il fascino delle grandi tragedie romantiche — e la fragilità di chi scambia il martirio per virtù.


Chi è davvero la Juventus? La società o il mito che i suoi tifosi abitano?


Friedrich Nietzsche, in Al di là del bene e del male, ha scritto:

«Le convinzioni sono prigioni più pericolose della menzogna, perché chi mente sa di mentire».

Il tifoso che grida allo scandalo, che si erge a custode di una giustizia sportiva che gli altri negherebbero, spesso non mente: è convinto. Ed è proprio questa buona fede, questa fede nel senso più letterale del termine, a renderlo impermeabile all’evidenza.


Perché l’evidenza dice altro.


La Juventus non è una società estranea al sistema del calcio italiano. Ne è, storicamente, uno dei pilastri fondanti. Investimenti massicci, indebitamenti strutturali, infrastrutture imponenti come l’Allianz Stadium: gesti che parlano il linguaggio di chi non vuole sovvertire un sistema, ma consolidarne la propria posizione al suo interno. Non è la postura di chi si mette di traverso. È la postura di chi vuole contare di più, stando dentro.


Le recenti elezioni federali, con la rielezione di Gabriele Gravina alla presidenza della FIGC e la successiva candidatura di Giovanni Malagò — sponsorizzata prima da Beppe Marotta e avvallata dalla Juventus in sede di assemblea federale — raccontano una storia precisa: quella di una società che, pur avendo subito condanne e decurtazioni di punti, sceglie di allinearsi ai centri di potere esistenti piuttosto che contrastarli. Una scelta politica, legittima forse, ma radicalmente incompatibile con la retorica della vittima del sistema che la tifoseria ha coltivato per quasi vent’anni.


Su questo punto non c’è spazio per i “pare”: lo stesso Marotta ha rivendicato dapprima pubblicamente la linea, definendo la candidatura di Malagò «un primo atto di consenso su una strada maestra per migliorare il calcio da due punti di vista, Nazionale e riforme», sintetizzando così l’appoggio della Lega di Serie A all’ex presidente del CONI come scelta di sistema, non di rottura.


E mentre la narrazione ufficiale resta quella di un calcio “contro” la politica, i fatti raccontano altro: come ha ricostruito Calcio e Finanza, Marotta ha incontrato al Quirinale il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per discutere proprio della partita sulla presidenza FIGC, chiedendo sostegno per la candidatura di Malagò.


La COVISOC, l’organo preposto al controllo dei conti societari, si trova in uno stato di crisi. Le dimissioni, presentate il 27 maggio 2024, non sono un dettaglio tecnico, ma un atto politico, il Presidente e tre componenti della Co.Vi.So.C. hanno rimesso il mandato con una motivazione inequivocabile.


<<Con l’approvazione del Decreto Legge in cui si istituisce la Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, con la contestuale soppressione della Co.Vi.So.C., sono venute meno le condizioni per operare».>>

In questo contesto, il silenzio o la compiacenza di chi avrebbe titolo e forza per chiedere riforme strutturali è, nei fatti, una forma di complicità.


La giustizia sportiva come «mannaia» selettiva


Massimiliano Berruto, parlamentare e già commissario tecnico della nazionale di pallavolo, ha usato recentemente un’immagine potente per descrivere la giustizia sportiva italiana: una mannaia che colpisce non in base alla colpa, ma in base alla convenienza. È un’osservazione che merita considerazione, proprio perché proviene da chi conosce il sistema dall’interno e ha la credibilità per parlarne senza essere liquidato come un tifoso in malafede.


Eppure anche qui si impone una distinzione necessaria. Che la giustizia sportiva italiana presenti distorsioni, opacità e asimmetrie è una questione seria, che attiene alla credibilità delle istituzioni democratiche dello sport. Ma sostenere che la Juventus è l’unica a pagare richiede una verifica empirica che i tifosi bianconeri raramente si fermano a compiere, preferendo la forza emotiva dell’affermazione alla solidità del dato.


Basti pensare alle vicende legate alle scommesse che hanno coinvolto recentemente alcune società, con fattispecie di una gravità oggettiva — inclusa la questione dei siti non ufficiali usati per aggirare i divieti — e alle reazioni istituzionali che ne sono conseguite. Il trattamento differenziato, se provato, non giustificherebbe la Juventus: giustificherebbe la riforma del sistema. Che è cosa ben diversa.


Andrea Agnelli: l’eretico che i fedeli non volevano


Ed eccoci al nodo più doloroso, e forse più rivelatore, dell’intera vicenda.


Andrea Agnelli è stato l’unico dirigente italiano ad avere il coraggio — o la temerarietà, a seconda dei punti di vista — di sfidare apertamente le strutture consolidate del calcio europeo, aderendo al progetto della Superlega e portando la battaglia fino alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Una mossa che ha sollevato le ire di UEFA e FIFA, che ha scatenato l’ostilità dei media internazionali, e che ha trovato — paradossalmente — la freddezza e spesso la condanna della stessa tifoseria bianconera.


Qui si manifesta, nella sua forma più acuta, quella che lo psicologo Leon Festinger chiamò dissonanza cognitiva: la condizione di disagio mentale che sperimentiamo quando le nostre azioni o credenze sono in contraddizione tra loro. I tifosi che per anni hanno gridato all’ingiustizia del sistema hanno poi criticato aspramente il solo uomo che ha agito, concretamente e con risorse proprie, per modificare quel sistema dall’esterno. E oggi molti degli stessi tifosi attendono con speranza la sentenza della CGUE, pronti ad applaudire il risultato di una battaglia che hanno ostacolato o deriso quando era ancora incerta.


C’è in questo un che di profondamente italiano, nel senso peggiore che quella definizione può assumere.


Albert Camus, in L’uomo in rivolta, scriveva che la vera ribellione esige coerenza.

«Il ribelle non chiede la vita, ma le ragioni della vita»

Chi critica il sistema senza essere disposto a pagarne il prezzo personale non è un ribelle, è un insoddisfatto. 


 Vale la pena ricordare qui anche Dostoevskij, che in Delitto e castigo metteva in guardia proprio da questa forma di autoassoluzione collettiva, attraverso la voce di Raskolnikov.


<<La coscienza non dorme mai del tutto, sa sempre dove cercare ciò che si è fatto.>>

La tifoseria che per anni ha costruito una narrazione di vittimismo eroico non ha dormito male la notte — ha semplicemente smesso di cercare. E quando la coscienza smette di cercare, non è perché ha trovato la pace: è perché ha scelto il silenzio.


Il coraggio dell’autocritica: parlare da juventino senza difendere la Juventus


Conclude chi scrive queste righe da una posizione che conosce bene la sindrome del seguace fedele: quella di chi, romanticamente, ha giustificato scelte discutibili sperando in una strategia superiore che non è mai arrivata. Non arriverà il fratello grande a raddrizzare i torti. Non esiste un piano segreto di redenzione. Esistono interessi, alleanze, convenienze — gli stessi che muovono tutti gli altri attori di questo sistema.


Dostoevskij, nella sua opera più meditativa, I fratelli Karamazov, metteva in bocca all’inquisitore grande una verità che brucia ancora.


<<gli uomini preferiscono il pane della sicurezza alla libertà della verità>>

La tifoseria juventina ha preferito, per anni, il pane confortante della narrazione vittimistica alla libertà scomoda di guardare in faccia la propria società.


Essere juventini oggi — con serietà, con onestà, con rispetto per l’intelligenza propria e altrui — significa avere il coraggio di dire che la Juventus ha deluso non solo sul campo, ma nella visione. Che si è allineata quando avrebbe potuto distinguersi. Che ha scelto la politica quando avrebbe potuto scegliere il principio.


E che noi, come tifosi, abbiamo urlato allo scandalo per quasi vent’anni senza mai domandarci se fossimo disposti a fare qualcosa di più che urlare.


Infine, come


Italo Calvino scrisse in Le città invisibili:


«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

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