top of page

Interopoli? il governo del calcio sfida lo Stato

Un'inchiesta che si allarga, un sistema che resiste, e un governo che — questa volta — potrebbe non arretrare.

Esiste un filo sottile ma resistente che lega tra loro cinque anni di scandali calcistici italiani. Non è il filo della casualità, né quello della semplice malgestione. È qualcosa di più strutturato: il filo di un sistema che, con impressionante sistematicità, ha saputo piegare o aggirare ogni tentativo esterno di controllo, fino a quando — forse — non ha esagerato. La domanda che oggi si pongono in molti, dentro e fuori dal palazzo della politica, non è più "cosa è andato storto nel calcio italiano", ma una ben più scomoda: chi ha permesso che andasse storto, e per quanto tempo ancora potrà farlo?


L'inchiesta coordinata dal pm Maurizio Ascione presso la Procura di Milano ha assunto, nelle ultime settimane, una dimensione che va ben oltre il gossip giudiziario sportivo. Al centro, in qualità di indagati per concorso in frode sportiva, figurano il designatore arbitrale Gianluca Rocchi e il supervisore VAR Andrea Gervasoni, entrambi autosospesi dai rispettivi incarichi. Insieme a loro, altri tre assistenti alla sala VAR: Rodolfo Di Vuolo, Luigi Nasca, e Daniele Paterna — quest'ultimo indagato per falsa testimonianza. Le ipotesi d'accusa sono precise: pressioni sulle designazioni arbitrali per privilegiare fischietti "graditi" a un determinato club, interferenze sui meccanismi del VAR attraverso le ormai note "bussate" al vetro della sala di Lissone, e una gestione del potere che, stando alle intercettazioni, si sentiva al riparo da qualsiasi conseguenza.


L'intercettazione più eloquente è quella del 2 aprile 2025, giorno della semifinale di andata di Coppa Italia tra Inter e Milan, in cui Rocchi avrebbe detto a Gervasoni, riferendosi all'arbitro Daniele Doveri: "Loro non lo vogliono più vedere." In quelle cinque parole è racchiusa, se confermata, la cifra di un sistema: non la valutazione tecnica di un direttore di gara, ma la trasmissione di una preferenza esterna che diventa ordine operativo interno. L'inchiesta è stata prorogata di altri sei mesi. Non è prossima alla chiusura.


A fare luce sul contesto sistemico in cui questo sarebbe maturato ci ha pensato l'ex assistente arbitrale Pasquale De Meo, intervistato nell'anteprima di Report di ieri sera: Rocchi "si sentiva blindato dal sistema", ha dichiarato De Meo, che ha raccontato come dopo aver presentato un esposto interno all'AIA — a seguito di una vicenda che lo riguardava direttamente nella partita Milan-Empoli del 7 aprile 2023 — si sia ritrovato di fatto emarginato, escluso dalle designazioni senza motivazione ufficiale, in un clima che ha definito "pesantissimo". Un clima in cui, a suo dire, Gravina, Chinè e Rocchi "comandavano tutto." De Meo ha poi chiesto pubblicamente una rifondazione dell'AIA come organismo autonomo dalla FIGC, sul piano legislativo ed economico. Una richiesta che, detto da chi ha vissuto il sistema dall'interno, suona come una diagnosi, non come una proposta di riforma.

Il nodo politico: quando lo Stato prova a intervenire e il pallone risponde con le minacce

Per comprendere l'attuale volontà politica di commissariare la Federazione Italiana Gioco Calcio — una volontà che si è manifestata in modo crescente nel corso degli ultimi mesi, pur tra oscillazioni e prudenze istituzionali — è necessario ripercorrere almeno tre episodi recenti in cui il sistema calcistico ha frontalmente sfidato lo Stato. Non per trascuratezza o per eccesso di autonomia, ma con una consapevolezza quasi esibita di poterselo permettere.


Il primo episodio: la Covisoc e la commissione Mulè. Quando, nel 2024, il governo tentò di affiancare alla Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche (Covisoc) un nuovo organismo di controllo esterno, dotato di maggiore indipendenza dalla FIGC, la reazione del mondo del calcio fu immediata e compatta. Gravina si oppose con ogni mezzo diplomatico a sua disposizione. I club irrigidirono le posizioni. E soprattutto, arrivò la risposta di chi, in quel momento, godeva di un'autorità sovranazionale: l'UEFA di Aleksander Ceferin fece recapitare una lettera congiunta con la FIFA al presidente federale italiano, in cui si ventilava, senza troppe circonlocuzioni, l'esclusione delle squadre italiane dalle competizioni europee e la perdita della candidatura per Euro 2032, nel caso in cui il Parlamento italiano avesse proceduto nell'approvazione dell'emendamento Mulè. Il presidente della Lega Serie A Casini aveva condiviso pubblicamente quell'emendamento. Ceferin trovò modo di affrontare il ministro dello sport Abodi durante gli ottavi di Euro 2024, a Berlino, ottenendo rassicurazioni.


La risposta di Mulè, in quel contesto, fu di rara lucidità istituzionale: nessuna federazione privata, e tantomeno la UEFA, può permettersi di ricattare uno Stato sovrano. È una cosa che non si era mai vista, e che non avrebbe dovuto essere tollerata. Eppure l'emendamento subì una "profonda riformulazione." Il messaggio era stato recepito.


Il secondo episodio: la doppia curva e la 'ndrangheta a San Siro. Il maxi blitz "Doppia curva" del settembre 2024, che portò all'arresto dei vertici del tifo organizzato milanese, aprì una finestra scomoda su quanto avveniva nell'ombra dello stadio Meazza. Le motivazioni della sentenza del GUP di Milano Rossana Mongiardo, depositate nel dicembre 2025, sono state impietose: la Curva Nord interista era definita "un mero contesto materiale di copertura" per attività illecite, inserita "in un rapporto di protezione di matrice mafiosa" avallato dalla cosca dei Bellocco. E, soprattutto, il GUP ha scritto nero su bianco che la società interista "si trovava in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli." I vertici societari, i responsabili della sicurezza: a vario titolo coinvolti, pur senza risultare iscritti nel registro degli indagati. Pene complessivamente superiori ai novant'anni comminate ai soli sedici imputati del processo abbreviato. Eppure il club ha continuato la propria stagione sportiva senza che alcuna conseguenza federale o istituzionale di rilievo modificasse il corso ordinario delle cose. Anche questa è una forma di impunità.


Il terzo episodio: lo stadio Meazza e la turbativa d'asta. Il 31 marzo 2026, la Guardia di Finanza ha condotto perquisizioni simultanee negli uffici del Comune di Milano, nella sede di M-I Stadio — la società di Inter e Milan che gestisce il Meazza — e nelle abitazioni di nove indagati. L'ipotesi di reato è turbativa d'asta e rivelazione del segreto d'ufficio. Tra gli indagati: l'ex assessore Giancarlo Tancredi, l'ex assessore Ada De Cesaris, il direttore generale di Palazzo Marino Christian Malangone — braccio destro del sindaco Sala —, l'ex AD nerazzurro Alessandro Antonello, il suo ex procuratore Mark Van Huukslot, e diversi consulenti di Inter e Milan.


Secondo il GIP Roberto Crepaldi, che ha autorizzato le perquisizioni su richiesta dei PM Cavalleri, Filippini e Polizzi, il bando di vendita del complesso di San Siro sarebbe stato costruito su misura per i due club attraverso "accordi informali e collusioni" durati dal 2017 al 2025. Il meccanismo era sofisticato: si sarebbero concordati i contenuti delle delibere dirigenziali, condivisi dettagli sui vincoli culturali pendenti sullo stadio — stabilendo che la procedura dovesse concludersi entro il 10 novembre 2025 per neutralizzare il vincolo legale del Ministero della Cultura — e valutati gli aspetti economici in modo da consentire a Inter e Milan di acquisire non solo lo stadio, ma circa 280.000 metri quadrati di terreni circostanti, per un'operazione immobiliare stimata in oltre due miliardi di euro. In gioco non c'è uno stadio: c'è un intero quartiere di una città. Il telefono di Malangone, sequestrato nella perquisizione, potrebbe contenere elementi di notevole rilevanza per l'intera istruttoria.

Simonelli contro il Prefetto: l'ultimo affronto

Il quarto capitolo di questa storia è il più recente e, per certi versi, il più sintomatico. Il calendario della Serie A 2025-26 ha generato un conflitto istituzionale di inaudita brutalità simbolica. Il derby di Roma — Roma-Lazio — era stato originariamente programmato per domenica 17 maggio alle 12:30, in contemporanea con la finale degli Internazionali d'Italia di tennis al Foro Italico, in cui era attesa la presenza in campo di Jannik Sinner e in tribuna del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Prefetto di Roma ha disposto lo spostamento della partita. La Lega Serie A ha risposto ricorrendo al TAR del Lazio.


Nell'intervista successiva alla vicenda, il presidente della Lega Ezio Maria Simonelli ha rilasciato una dichiarazione che merita di essere registrata nella sua letteralità: "Vorrei chiedere a Prefetti e Questori di lasciare a noi l'organizzazione del calendario." Che un presidente di lega sportiva privata si rivolga pubblicamente ai rappresentanti dello Stato chiedendo di "lasciarli fare" è, in sé, un fatto politico prima ancora che sportivo. Non un'opinione: un atto di posizionamento. Il messaggio — "governiamo noi, non voi" — è esplicito.


Prima ancora, il calendario aveva già sollevato polemiche per la distribuzione degli impegni nelle settimane attorno alle gare europee: alcune squadre con sfide più agevoli, altre con partite oggettivamente più impegnative. Una casualità statistica possibile, ma che allenatori come Tudor avevano già denunciato con accenti sorprendentemente precisi.

Perché adesso? La risposta politica si costruisce nel tempo

La domanda che percorre i corridoi di Palazzo Chigi e del Ministero dello Sport non è "se" intervenire, ma "come" e "quando." Il governo ha depositato una prima bozza di Disegno di Legge che prevede, tra le altre cose, l'ampliamento dei presupposti per il commissariamento della FIGC — rendendolo possibile non solo in caso di gravi mancanze amministrative o mancato svolgimento dei campionati, ma anche in caso di "perdita di competitività." Il senatore Paolo Marcheschi di Fratelli d'Italia ha elaborato un testo bipartisan che prevede modifiche alla ripartizione dei diritti televisivi, sgravi per i vivai, tetto alle commissioni degli agenti, e appunto l'estensione dei casi di commissariamento. Le elezioni federali per la presidenza della FIGC sono fissate al 22 giugno: se non venisse eletto un presidente, il CONI potrebbe già oggi imporre un commissario straordinario.


Eppure la traiettoria politica non è lineare. Le stesse fonti dell'esecutivo hanno precisato, in risposta alle indiscrezioni, che "non c'è intenzione di un commissariamento politico." Il presidente del CONI Luciano Buonfiglio si è posizionato con "assoluta prudenza." Il rischio UEFA — l'esclusione dalle coppe europee, la perdita di Euro 2032 — è uno spettro che il sistema calcistico conosce bene e non esita a evocare ogni volta che sente stringersi il cerchio.


Ma c'è qualcosa di diverso, questa volta. La somma degli episodi — Covisoc, 'ndrangheta, stadio, arbitropoli — ha raggiunto una massa critica difficile da ignorare anche per chi, in passato, avrebbe preferito voltarsi dall'altra parte. Ogni singola vicenda poteva essere liquidata come un'eccezione, un caso isolato, una fisiologica stortura del sistema. L'insieme, invece, racconta qualcos'altro: un pattern di comportamento in cui l'impunità non è un effetto collaterale, ma una premessa operativa. Un sistema che ha imparato — o creduto di aver imparato — che lo Stato, alla fine, arretra.

"Interopoli": un nome, una domanda

Il soprannome che circola sui social — "Interopoli" — è, come tutti i neologismi giornalistici, una semplificazione. Ma le semplificazioni, a volte, catturano qualcosa di vero. Non si tratta di sostenere che un solo club abbia orchestrato o controllato tutto ciò che è accaduto. Si tratta di osservare che, in ciascuno degli episodi descritti — dalla Covisoc alla 'ndrangheta, dallo stadio alle designazioni arbitrali — il nome dell'Inter compare con una frequenza che sfida la statistica della coincidenza.


Il pm Ascione, magistrato di solida esperienza, non iscrive nel registro degli indagati per "associazione in frode sportiva" — reato che richiede la prova di un'organizzazione strutturata e continuativa — senza avere elementi che reggano l'urto del dibattimento. Il fatto che al momento del perimetro noto non compaiano ancora dirigenti di club non significa che l'istruttoria sia conclusa. Significa che è in corso. E che chi ha vissuto abbastanza stagioni di calcio italiano sa distinguere tra un'inchiesta che si chiude e una che si apre.


L'Italia del calcio ha costruito, negli anni, un sistema di potere opaco, autoreferenziale e straordinariamente efficiente nel produrre immunità. Una governance che ha saputo resistere all'esterno invocando l'autonomia dello sport, mentre all'interno esercitava pressioni che di autonomo avevano ben poco. Una federazione che ha protetto i propri designatori anche quando questi si sentivano — per usare le parole di chi li ha osservati da vicino — "inattaccabili."


Questa volta, però, qualcosa è diverso. Le procure ordinarie — che operano fuori dal "perimetro della giustizia sportiva", come ha detto De Meo, e che non rispondono a Gravina né a Chinè né a nessun altro dentro quella filiera — stanno lavorando. I telefoni sono stati sequestrati. Le intercettazioni esistono. I testimoni parlano.


E il governo, forse per la prima volta con una continuità che va oltre il singolo episodio, sembra aver deciso che lo Stato non intende più fare un passo indietro.

La partita, quella vera, è appena iniziata

Tutti gli elementi riportati in questo articolo si basano su atti giudiziari, dichiarazioni pubbliche di soggetti coinvolti e fonti di stampa verificate. Le posizioni degli indagati sono da considerarsi tali fino a eventuale sentenza definitiva.

 
 
 

1 commento


Articolo molto interessante, scritto con chiarezza espositiva e con una struttura logica che consente al lettore di seguire agevolmente una vicenda complessa. Ho apprezzato in particolare il tentativo di ricostruire il contesto generale attraverso il richiamo a fatti, dichiarazioni pubbliche e atti giudiziari, non limitandosi alla cronaca superficiale.

Un altro elemento positivo è la costante indicazione delle fonti e il richiamo al principio di presunzione d'innocenza degli indagati, aspetti che contribuiscono a conferire rigore e correttezza al lavoro giornalistico. Pur trattando un tema inevitabilmente controverso, l'articolo offre numerosi spunti di riflessione e dimostra un apprezzabile sforzo di indipendenza critica nell'analisi dei rapporti tra sport, istituzioni e potere.. COMPLIMENTI !

Mi piace
bottom of page