il confine che non deve essere superato
- Antonio

- 2 giorni fa
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E quando quel confine si sposta, si muove tutto il sistema.
Una conferma, non una sorpresa
Ci sono notizie che non cambiano la storia, ma la mettono a fuoco. L'aggiornamento di oggi nella vicenda dell'inchiesta sul mondo arbitrale, con il nome di Giorgio Schenone che compare in un'intercettazione con Rocchi, è esattamente questo: una conferma. Una conferma di ciò che avevamo già ricostruito, e che ora diventa quasi impossibile ignorare.
Rocchi era nel luogo sbagliato
La telefonata del 2 aprile 2025 non nasce da un decreto mirato sul designatore. Nasce da una microspia già attiva in una stanza di San Siro per un'altra indagine, legata a un altro reato, su un altro soggetto. Rocchi entra, parla, e finisce dentro un'ambientale che non era per lui. Era nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato. E questo, oggi, non è più un ragionamento: è un fatto.
La teoria dei cerchi concentrici
C'è poi un secondo elemento che torna con forza. La Procura di Milano continua a far filtrare informazioni con il contagocce. Prima l'audio. Poi la data. Poi il luogo. Ora un nome. È un metodo, non un caso. È la conferma della nostra teoria dei cerchi concentrici: l'indagine parte da un nucleo, ma si allarga, ingloba, tocca altri soggetti, altri reati, altri contesti. E quando la Procura parla a gocce, è perché sa molto di più. E perché, con buona probabilità, ci sono altri indagati non
ancora emersi.
Chi è davvero il club referee manager
Dentro questo quadro si inserisce Schenone. Non è indagato, ma è citato. E questo basta per aprire un fronte delicato, perché il club referee manager è una figura che oggi viene raccontata come se fosse un "interlocutore naturale" del designatore. Ma non lo è — e non lo è per un motivo semplice: non esiste in nessuna norma. Non è una figura illecita in sé: il problema è come la si interpreta e che ruolo le si attribuisce. Serve ad accogliere gli arbitri, gestire i protocolli di gara, garantire il rispetto delle procedure. Non ha poteri tecnici, non può interfacciarsi con il designatore, non può trasmettere "gradimenti" o "sgradimenti". E proprio perché non è una figura ufficiale, ogni deviazione dal suo perimetro operativo diventa delicata.
Non di esistenza, ma di comportamento
In queste ore si leggono molti dire "ma anche la Juve ce l'ha", come se la questione fosse di parità numerica. Ma il punto non è chi ce l'ha — è che tipo di figura è e come si comporta. Il fatto che oggi nell'inchiesta venga citato solo il club referee manager dell'Inter non significa che sia illecito avere quella figura. Significa che in questo caso specifico emerge un contatto improprio, e che la Procura lo ritiene rilevante. È una differenza sostanziale.
Parlare e chiedere: la faglia su cui si gioca tutto
Da chi avrebbe dovuto ricevere Rocchi le presunte lamentele dell'Inter? Da nessuno. Perché non può riceverle. La narrazione secondo cui "è normale che sapesse chi erano gli arbitri sgraditi" è una costruzione difensiva. È un tentativo di attribuire al club referee manager un ruolo che non ha, perché altrimenti il contatto con Rocchi diventa inspiegabile e soprattutto ingiustificabile. E se il contatto è improprio, si apre un fronte disciplinare e uno di responsabilità oggettiva — perché nella giustizia sportiva non serve un reato, non serve un avviso di garanzia: basta il comportamento del dirigente. Parlare di arbitri è fisiologico. Chiedere arbitri è illecito. La ricostruzione giornalistica parla di "arbitri graditi", ma precisa che non si tratta di parole testuali: è una sintesi investigativa. E questo rende tutto più serio. Perché se la Procura ritiene quella telefonata "centrale", significa che non sta guardando solo ciò che è stato detto, ma ciò che quella conversazione implica.
Si sta cercando di normalizzare ciò che normale non è
Il post di chi si interroga se il PM "scopra solo ora" l'esistenza del club referee manager è la prova plastica della confusione che si sta alimentando. Ma davvero si può pensare che un magistrato che dirige un ufficio complesso non sappia cosa sia un club referee manager, o non sia perfettamente consapevole dei suoi limiti e dei suoi divieti? La verità è un'altra: si sta cercando di normalizzare ciò che normale non è. Si sta cercando di attribuire al club referee manager un ruolo che non ha, perché altrimenti il quadro diventa scomodo.
Due domande su Ascione, una risposta su ciascuna
Possono nascere alcune domande. La prima: avrà continuato a intercettare anche dopo? Sicuramente non Rocchi — le intercettazioni possono proseguire solo sul soggetto per cui sono state autorizzate, e Rocchi non era il bersaglio. La seconda: perché l'interrogatorio in Guardia di Finanza? Niente misteri: la GdF è la polizia giudiziaria delegata, e quando un fascicolo è operativo e la PG ha già in mano la parte tecnica, è prassi ordinaria che l'interrogatorio avvenga lì. Non è un segnale di minore importanza, né di maggiore gravità.
Il mosaico si ricompone
E allora il quadro si ricompone, con una coerenza che oggi appare quasi inevitabile. Rocchi non era intercettato: era dentro un'ambientale attiva per altro reato. La Procura sa molto più di quanto stia dicendo. Il ruolo di Schenone potrebbe aprire un fronte disciplinare e uno di responsabilità oggettiva. La differenza tra parlare e chiedere è la faglia su cui si gioca tutto. E la narrazione mediatica sta cercando di spostare l'attenzione, attribuendo ruoli e competenze che non esistono.



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