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Il calcio dei “lestofanti” e delle pressioni politiche

Baldini rompe il silenzio:

“Lestofanti con in mano le redini del gioco”

Coverciano, 29 maggio 2026. 

Silvio Baldini, commissario tecnico ad interim della Nazionale italiana, si presenta alla conferenza stampa in vista delle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia e dice quello che molti pensano ma pochissimi hanno il coraggio di dire.

“Il calcio italiano è in mano a dei dirigenti che pensano più ai propri interessi che alla crescita del gioco del calcio. Dirigenti che io definisco lestofanti come ho detto già altre volte. Finché non ci saranno dirigenti seri sarà un problema perché questi lestofanti hanno in mano i fili di questo gioco.”

Non una boutade. Non una provocazione da spogliatoio. Una diagnosi chirurgica sul sistema. Il problema, secondo Baldini, non sono le nazionali giovanili — che ottengono ottimi risultati — ma la transizione verso la nazionale maggiore: i giovani vengono bloccati da un mercato che preferisce acquistare giocatori anziani perché “questo aiuta a fare i propri interessi”.

I numeri gli danno ragione, e sono impietosi.


La prova nei dati: Inter la più anziana, Juventus tra le più giovani

I dati Transfermarkt sulla Serie A 2025-26 raccontano una storia precisa. La Juventus si distingue come una delle squadre con l’età media più bassa del campionato, con una strategia chiaramente orientata al lungo termine e alla crescita dei talenti. All’altro estremo troviamo l’Inter, con una media di 29,35 anni, tra le rose più anziane dell’intero campionato.

Non è un caso isolato né una stagione anomala. Già nella stagione 2024-25, la Juventus aveva un’età media di 25,2 anni insieme al Milan, mentre l’Inter guidava la classifica delle rose più “mature” con una media di 28,5 anni. Un gap strutturale, non congiunturale, che riflette precise scelte di mercato: comprare esperienza, non costruire futuro. Il modello che Baldini critica non è un’astrazione: ha un nome, ha un indirizzo, ha un bilancio.


I “lestofanti” hanno un nome?

la mappa dei conflitti d’interesse

Le parole di Baldini acquistano un peso specifico diverso se si guarda chi siede ai tavoli che contano nel calcio italiano.

Andrea Butti — Lega Serie A, Head of Competitions

È il responsabile della compilazione dei calendari di Serie A. Ex dipendente dell’Inter, il club nerazzurro è parte del suo curriculum professionale. A maggio 2026 è stato convocato dalla


Procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta sul sistema arbitrale italiano: la Procura, coordinata dal pm Maurizio Ascione, lo ha chiamato a testimoniare verificando anche i suoi legami pregressi con l’Inter e con il designatore arbitrale Rocchi. Chi stabilisce i calendari — chi gioca quando, chi riposa prima di uno scontro diretto, chi affronta le trasferte più gravose nelle settimane decisive — ha dunque un passato nerazzurro documentato.


Ezio Simonelli — Presidente della Lega Serie A

A margine di un evento pubblico a maggio 2026, dopo la conquista dello scudetto da parte dell’Inter, ha definito il titolo “meritato” e si è spinto a descrivere i nerazzurri come la squadra “al vertice in Italia e in Europa”. Parole che non appartengono al registro istituzionale di un presidente di Lega, ma al repertorio di un tifoso. Simonelli è peraltro colui che presiederà la presentazione del calendario 2026-27 il 5 giugno a Parma, insieme allo stesso Butti.


Giancarlo Viglione — Responsabile dell’Ufficio Legislativo FIGC

È il profilo forse più clamoroso di questa mappa, proprio perché ricopre un ruolo che per definizione dovrebbe incarnare la terzietà istituzionale. Nel maggio 2024, giorno della festa scudetto dell’Inter a San Siro, era stato immortalato con un sorrisone stampato in volto vicino alla panchina nerazzurra durante i festeggiamenti: in un filmato divenuto virale aveva dato un cinque a Simone Inzaghi. Al Gran Galà del Calcio 2025, le telecamere di Sky Sport lo hanno pizzicato nuovamente in visita al tavolo occupato da giocatori e dirigenti dell’Inter, tra abbracci e conversazioni informali con Ausilio e altri vertici nerazzurri.

Viglione era stato immortalato anche in un ristorante insieme al presidente FIGC Gravina e a Beppe Marotta, e non una volta sola. “Cosa ci facevano a cena al ‘The Wilde’ a Milano il presidente della federcalcio Gravina con il presidente dell’Inter Marotta, il responsabile dell’ufficio legislativo della Figc Viglione e l’avvocato del club nerazzurro Angelo Capellini?”, aveva scritto Dagospia.

A maggio 2026 Viglione è stato ascoltato dal pm Ascione nell’ambito dell’inchiesta arbitrale, in particolare sui filoni legati alle presunte designazioni pilotate e alla gestione del centro VAR di Lissone. L’audizione è durata circa due ore e mezza. Il giorno seguente, Viglione è stato visto incontrarsi con Marotta e il suo avvocato, alimentando il sospetto — circolato sui social — che il dirigente federale fosse andato a “relazionare” il presidente dell’Inter sull’audizione, comportandosi come un dirigente nerazzurro piuttosto che come un funzionario della Federazione.

Milano Finanza ha riportato che tra i piani del probabile candidato alla presidenza FIGC Giovanni Malagò ci sarebbe l’intenzione di affidargli il ruolo apicale di segretario generale, una scelta descritta come “gradita a Marotta” proprio per via delle sue note simpatie interiste. Il cerchio si chiude su se stesso.


Beppe Marotta — Presidente dell’Inter

Figura non secondaria nel sistema ma centrale nella costellazione di relazioni descritte. Più volte chiamato in causa nell’inchiesta arbitropoli e nelle dinamiche della governance federale, la sua influenza all’interno del calcio italiano — dalla Lega agli ambienti FIGC — è riconosciuta da tutte le parti. È il punto di convergenza attorno a cui ruotano, con frequenza imbarazzante, i principali soggetti che dovrebbero garantire la neutralità del sistema.


Gravina e il coraggio postumo: quando si parla solo da dimissionari

 

Poche settimane prima delle parole di Baldini, un’altra voce aveva alzato il tiro. Dopo aver lasciato la presidenza FIGC a seguito di forti pressioni politiche e del fallimento della qualificazione mondiale, Gabriele Gravina ha pubblicato un documento di 12 pagine in cui mette a nudo il sistema, esponendo leghe, club e politica alle proprie responsabilità.


“Stiamo vivendo un momento di grande crisi, serve una riflessione profonda che non spetta solo alla Federazione, spetta al mondo della politica italiana che ho visto si è immediatamente prodigato nella richiesta di dimissioni. Io vorrei chiedere se abbia fatto almeno un provvedimento utile a sostenere la crescita del movimento calcistico.”


Parole giuste. Tardive, ma giuste. Perché dette dopo le dimissioni, quando il rischio è zero, pesano meno di quelle che non si è avuto il coraggio di pronunciare quando si era ancora in carica. Il documento di Gravina è un atto di onestà intellettuale postuma: utile alla diagnosi, inutile alla cura.


La Russa: quando la seconda carica dello Stato fa il tifoso a spese del sistema

Il capitolo più inquietante non riguarda però i dirigenti sportivi, ma la politica che entra a gamba tesa nel calcio con il paravento del “tifo”.


Ignazio La Russa, Presidente del Senato della Repubblica Italiana — seconda carica dello Stato — è un tifoso dell’Inter dichiarato e irriducibile. Fin qui, nulla di strano. Il problema è quando il tifo diventa intervento istituzionale travestito da battuta.


Il catalogo delle sue dichiarazioni pubbliche sul calcio è imbarazzante per chiunque ricopra quella carica. In una dichiarazione pubblica a Milano ha affermato: “Volevo fare il ministro dello Sport, così mi sarei riposato e anche divertito. Giorgia Meloni mi ha detto di no e ho fatto il presidente del Senato. Ma non lo volevo fare per l’Inter — come ha detto Giorgia — ma per andare contro la Juve.” Una battuta, certo. Ma un Presidente del Senato che dichiara pubblicamente di aver voluto un dicastero per danneggiare una specifica squadra di calcio ha già valicato ogni soglia di opportunità istituzionale.


A un convegno dell’AIA (Associazione Italiana Arbitri), La Russa si è rivolto direttamente agli arbitri presenti con le parole: “Arbitri, meno errori contro l’Inter… ne fate troppi!” Un’uscita pronunciata di fronte alla categoria che designa le direzioni di gara, da parte dell’uomo che rappresenta la seconda istituzione dello Stato. Il confine tra battuta e pressione, in quel contesto, è sottilissimo.

Commentando le polemiche arbitrali a Radio Rai, La Russa ha anche teorizzato l’esistenza di un’egemonia storica anti-Inter: “Come la sinistra ha avuto l’egemonia culturale per anni, nel calcio c’è stata l’importanza della Juventus e del Milan di Berlusconi, che ha determinato un orientamento meno favorevole all’Inter.” Una narrativa che — non casualmente — è la stessa amplificata da Football Benchmark, da certi media sportivi e da una parte dell’ecosistema informativo che circonda il club nerazzurro.


L’eccesso di competenze non si ferma al calcio. Il programma Report della Rai ha dedicato un’inchiesta intitolata “In nome del padre” al ruolo istituzionale del presidente del Senato e alle vicende dei figli, in un lavoro che esamina se e come il peso politico della carica abbia potuto influenzare contesti che esulano dalle prerogative di un presidente del Senato. Un’inchiesta che —

in un Paese dove le istituzioni vengono rispettate — non avrebbe nemmeno dovuto essere necessaria.


Il sistema: tutto si tiene

Il quadro che emerge dalle parole di Baldini e Gravina, incrociato con i dati sulle rose, con i nomi che circolano nell’inchiesta arbitropoli e con il pattern delle dichiarazioni politiche di La Russa, non è una serie di episodi scollegati. È un sistema.


Un sistema in cui chi fa i calendari ha lavorato per il club più titolato. Un sistema in cui il responsabile dell’ufficio legislativo della Federazione festeggia gli scudetti nerazzurri in campo con i giocatori e cena con il presidente del club. Un sistema in cui il presidente della Lega celebra uno scudetto come se fosse un tifoso. Un sistema in cui la seconda carica dello Stato interviene sugli arbitri dall’alto di un convegno istituzionale. Un sistema in cui si preferisce acquistare un trentasettenne esperto anzié lanciare un ventenne di talento — perché il trentasettenne è funzionale ai risultati di breve periodo di chi gestisce il club, non al futuro del calcio italiano.

Baldini ha chiamato questi personaggi “lestofanti”. È una parola forte. È anche, alla luce dei fatti, una parola precisa.


Il calcio italiano ha perso tre Mondiali consecutivi. I motivi non sono misteriosi. Sono strutturali, documentati e — in alcuni casi — hanno nome e cognome.

 
 
 

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