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i tempi della clava, malagò si, malagò no.

18 ago
Tempo di lettura: 4 min
Tempistiche sospette: quando Malagò andava bene, e quando non va più bene.

La prima domanda da porsi è la più semplice: perché il caso Malagò esplode solo ora?


Per settimane, anzi mesi, la sua candidatura è stata presentata come la soluzione ideale. Marotta lo ha voluto, lo ha sostenuto, lo ha difeso. Malagò era “l’uomo giusto”, il profilo perfetto per guidare la FIGC in un momento di caos totale. Nessuno fiatava, nessuno sollevava dubbi, nessuno osava mettere in discussione la regolarità della sua elezione.


Poi, improvvisamente, tutto cambia.

Le stesse voci che lo avevano sostenuto ora tacciono.

Le stesse istituzioni che avevano garantito la regolarità della candidatura ora chiedono

verifiche.


Il CONI si muove, la FIGC finge di non sentire, la Procura Federale dorme.

È un tempismo che non può essere ignorato.

Quando Malagò era utile, nessuno parlava.

Quando Malagò diventa scomodo, si apre il fascicolo.


È la dinamica perfetta descritta da Berruto, quando afferma che “la giustizia sportiva viene

spesso utilizzata per demolire gli oppositori e gli avversari interni alle governance delle

federazioni.”

La domanda è inevitabile: dove sono oggi quelli che dicevano che Malagò era la scelta

migliore?


Oppure avevano paura di parlare, perché la clava — quella che decide chi colpire e chi

risparmiare — avrebbe potuto abbattersi su di loro?

E allora il sospetto diventa concreto: è la stessa dinamica che tiene zitti club, giornali e

televisioni su Arbitropoli?


La stessa pressione che, secondo le intercettazioni, veniva esercitata per ottenere arbitri

“graditi”?


Un sistema che non parla per paura, che non denuncia per convenienza, che non reagisce per

timore di essere colpito.


Un sistema che implode: il caso Malagò come sintomo, non come causa

Il nodo centrale è semplice: Malagò non poteva essere eletto.

Lo Statuto FIGC è chiaro, e non lascia margini interpretativi. Il requisito del tesseramento

precedente alla candidatura non è un dettaglio burocratico, ma una condizione essenziale.


Secondo il ricorso dell’Avv. Renato Miele, quel requisito mancava. E se mancava, l’elezione è

viziata alla radice.


Il problema non è solo giuridico. È politico, istituzionale, culturale.

Perché un sistema che ignora le regole per convenienza è un sistema che non può funzionare.

E il fatto che il tema esploda solo ora, a distanza di poche settimane dall’elezione, dimostra che

la questione non è la regolarità, ma la convenienza.


Il patto Marotta–Malagò: una scelta che ignorava i segnali

Quando il calcio italiano era allo sbando, molti chiedevano il commissariamento.

Era la soluzione più logica per ripulire un ambiente devastato da scandali, inefficienze e conflitti

d’interesse.


Invece no: Marotta ha voluto Malagò, nonostante fosse noto che il requisito del tesseramento

fosse quantomeno incerto.


Una volta insediato, Malagò ha iniziato a prendere decisioni impopolari, spesso in contrasto

con la stessa Lega guidata da Marotta.


Una contraddizione evidente: chi lo ha voluto, oggi sembra non riconoscersi nelle sue scelte.

Fonti istituzionali confermano tensioni interne su nomine, riforme e gestione arbitrale.


La Procura Federale: silenzi, spifferi e un’indagine che scotta

Mentre il vertice federale si muoveva in ordine sparso, la Procura Federale sembrava

paralizzata.


Non ha agito sui requisiti della candidatura.

Non ha risposto alle sollecitazioni del CONI.

Non ha aperto un fascicolo quando avrebbe dovuto.


Eppure, secondo atti e testimonianze, la stessa Procura avrebbe spifferato ai giornali vicini

all’area interista le risultanze preliminari dell’indagine su Interopoli.

Un’indagine delicatissima, che riguarda pressioni sul designatore arbitrale per ottenere arbitri

“graditi”.


Le intercettazioni depositate agli atti mostrano conversazioni che non lasciano spazio a

interpretazioni benevole.

In questo contesto, il silenzio sul caso Malagò appare ancora più sospetto.


Perché dormire su un vizio formale così evidente, mentre si alimentano indiscrezioni su

un’indagine che coinvolge una sola parte del sistema?


Il contrattacco: improvvisamente Malagò diventa un problema

Ed ecco che la macchina si accende, il CONI chiede alla FIGC di indagare, la FIGC finge di non sentire, la Procura Federale continua a non muoversi.


Ma il tema esplode comunque: Malagò non aveva i requisiti.


È legittimo chiedersi se questa improvvisa attenzione non sia una reazione al caos generato

dall’indagine su Interopoli.


Un diversivo? Un modo per spostare il focus?

O semplicemente la conferma che il sistema si muove solo quando conviene?


Binaghi lo aveva previsto: “Malagò distribuisce potere, ma non cambia nulla”

Chi conosce le dinamiche federali non è sorpreso.


Il presidente del CONI è sempre stato abile nel costruire equilibri, nel distribuire incarichi, nel

gestire rapporti politici.

Ma cambiare il calcio italiano è un’altra cosa.

Binaghi lo disse chiaramente, e la sua frase oggi suona profetica:

“Malagò è bravissimo a distribuire il potere, ma non cambierà nulla.”

E infatti nulla è cambiato.


A parte la scelta di Orsato, il resto è stato un susseguirsi di scelte discutibili: Oriali, con un

passato giudiziario ingombrante; Mancini, l’allenatore che ha abbandonato l’Italia per i

petroldollari dopo aver fatto la morale alla Juventus ai tempi di Calciopoli.


La clava della giustizia sportiva: il quadro descritto da Berruto

Il sistema giudiziario sportivo è il vero nodo.


Lo ha spiegato bene Mauro Berruto, ex CT della nazionale di volley e oggi voce autorevole del

mondo sportivo:

“La giustizia sportiva viene spesso utilizzata per demolire gli oppositori e gli avversari interni

alle governance delle federazioni.”


Una frase che non necessita commenti.

È la fotografia perfetta di ciò che sta accadendo: una giustizia che non garantisce equilibrio, ma

che viene brandita come una clava contro chi non appartiene al blocco dominante.


Il sistema non è in crisi, è già crollato

Il caso Malagò non è un incidente.


È il sintomo di un sistema che ha perso credibilità, trasparenza e autorevolezza.

Un sistema che non sa più distinguere tra regole e convenienze, tra giustizia e opportunità

politica, tra istituzioni e tifoserie.


Il calcio italiano non è in crisi: è già crollato.


E ciò che stiamo vedendo non è la ricostruzione, ma la lotta per controllare le macerie.


 
 
 

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