top of page

FIGC, il grande gioco del potere

19 apr
Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 19 apr

ombre, manovre e destini incrociati attorno alla successione di gravina

Ci sono momenti in cui una grande istituzione è chiamata a guardarsi allo specchio. Non il vetro liscio e compiacente degli anni di gloria, ma quello incrinato e impietoso della crisi. Per la Federazione Italiana Giuoco Calcio, questo momento ha il sapore bruciante di una sconfitta che va oltre il campo: l’eliminazione ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina a Zenica, il 31 marzo scorso, ha consegnato all’Italia il primato grottesco di tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali. Non un incidente. Un sistema. E il sistema, stavolta, sembra non potersi più nascondere.


«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.» — Lev Tolstoj, Anna Karenina

Il calcio italiano è infelice a modo suo, con una sua liturgia della crisi, con i suoi riti di autopunizione collettiva che però non producono mai vera penitenza. Le dimissioni di Gabriele Gravina — rieletto appena nel febbraio 2025 con il 98,68% dei consensi, cifra che ora suona più come atto d’accusa che medaglia — hanno aperto una corsa alla presidenza in cui le procedure elettorali si mescolano a geometrie di potere, conflitti d’interesse e silenzi eloquenti. L’Assemblea Straordinaria Elettiva è convocata per il 22 giugno a Roma. Ma la vera partita si gioca già adesso, nei corridoi, nelle telefonate, negli incontri che non figurano su nessun comunicato ufficiale. Bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è, scriveva Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo non è un romanzo: è un manuale di sopravvivenza istituzionale italiano, riedito a ogni stagione sotto nuove vesti. I nomi cambiano, le facce si avvicendano, la grammatica del potere rimane intatta.


Il muro di Buonfiglio

Il presidente del CONI Luciano Buonfiglio è stato netto: puoi commissariare la federazione per cattiva gestione, per irregolarità amministrative, perché non viene approvato il bilancio o perché non fa partire i campionati. «Non mi sembra che ci siano questi presupposti», ha dichiarato, aggiungendo di augurarsi che non si arrivi a quella misura. Una risposta che vale come atto di governo istituzionale prima ancora che come opinione personale. Buonfiglio ha ricordato che il commissariamento non è uno strumento politico da mobilitare in risposta a una sconfitta sportiva, ma una misura prevista per casi di gravi irregolarità amministrative, patrimoniali o organizzative. E ha aggiunto, con secca lucidità, che un commissariamento privo di fondamento giuridico si tradurrebbe in un ricorso al TAR e probabilmente nella propria decadenza. C’è qualcosa di manzoniano in questa posizione: il rispetto della norma non come rassegnazione, ma come unica forma di civiltà possibile in un contesto dove tutti, intorno, sembrano disposti a piegare le regole al proprio tornaconto. Don Abbondio non era un eroe, ma almeno sapeva distinguere ciò che la legge consentiva da ciò che il potere reclamava. Buonfiglio, in questo frangente, rappresenta quella stessa linea: non difende lo status quo, punta a una riforma strutturale del movimento a partire dai settori giovanili, ma si rifiuta di usare strumenti che, nel fragile impianto dell’ordinamento sportivo italiano, si ritorcerebbero contro chi li impugna. È uno scontro di visioni prima ancora che di procedure.


Il grande manovratore e il ministro di famiglia

Il vero regista dell’operazione Malagò si chiama Beppe Marotta. Il presidente dell’Inter ha smosso mezza Serie A per ottenere le firme sui moduli, raccogliendo 18 preferenze su 20 — diventate poi 19 con l’aggiunta del Verona — una soglia ritenuta essenziale per conferire credibilità alla candidatura, considerando che la Serie A pesa solo il 18% del totale dei voti federali.

Ma Marotta non si è limitato alla Lega. Ha puntato anche in alto, verso il Governo. Il blitz romano del presidente nerazzurro ha portato a un incontro con il suo concittadino e amico Giancarlo Giorgetti, potente ministro dell’Economia e delle Finanze dell’esecutivo Meloni. Il dettaglio che rende questo incontro politicamente rilevante — e istituzionalmente imbarazzante — è noto da quasi due anni. Marta Giorgetti, figlia del ministro, lasciò la FIGC di Gravina per approdare all’Inter di Marotta, dove ha ricoperto il ruolo di Football Travel Officer. Il suo approdo in nerazzurro era presentato come naturale prosecuzione di una carriera, ma la geometria è inequivocabile: trattare al tavolo di governo con quello che di fatto era il datore di lavoro di sua figlia sarebbe stato inopportuno per Giorgetti, un imbarazzo che il ministro aveva scelto di evitare. Ora è Marotta a sedersi a quel tavolo. Con la figlia del ministro in organico.


«Tutto è permesso a chi sa costruire la propria posizione nella coscienza altrui.» — Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

Non si tratta necessariamente di corruzione, né di accordi espliciti. Si tratta di qualcosa di più sottile e pervasivo: ciò che la psicologia sociale chiama reciprocità obbligata — il meccanismo per cui chi ha ricevuto, o percepisce di aver ricevuto, tende quasi automaticamente a restituire. Non occorre che nessuno lo chieda. Il debito si gestisce da solo, nei pensieri, nelle disponibilità, nei silenzi opportuni. Quale peso abbia avuto quell’incontro nelle valutazioni di Giorgetti, nessun comunicato lo rivelerà mai. Ma la geometria resta, silenziosa e nitida come certe verità taciute.


Le parole nell’ombra: il dossier delle intercettazioni

C’è un documento che pesa come un macigno su tutta la vicenda, e che la candidatura di Malagò ha riportato prepotentemente in superficie. Il 2 giugno 2020, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano sulla presunta tangente per l’assegnazione dei diritti televisivi del triennio 2018-2021, la Guardia di Finanza intercetta una telefonata tra Giovanni Malagò e Andrea Zappia, allora manager Sky. Gli atti, depositati con richiesta di archiviazione e pubblicati da Repubblica nel novembre 2022, restituiscono il ritratto impietoso di un uomo che, in privato, esprimeva sul mondo del calcio giudizi che in pubblico non avrebbe mai osato formulare.


«Questi sono delinquenti veri. Se non fosse un’organizzazione di diritto privato li arrestavano tutti, perché li avevano trovati colpevoli di corruzione sei anni fa. E invece con i soldi ci fanno quello che vogliono: se li vogliono regalare tra di loro, portarli in Svizzera… Preziosi? Un vero pregiudicato. Lotito è il capo. E i nostri amici, Juventus e Roma, sono colpevoli quanto lui. Perché alla fine o per un motivo o per un altro, hanno rinunciato a lottare o lo hanno assecondato e sono diventati complici delle sue avventure…» — Giovanni Malagò, intercettato dalla Guardia di Finanza, 2 giugno 2020 (fonte: Repubblica / atti Procura di Milano)

Il contesto è quello dell’assemblea per l’elezione di Gaetano Miccichè a presidente di Lega, che aveva chiuso il periodo di commissariamento presieduto dallo stesso Malagò. Zappia gli aveva appena fatto notare: «È ridicolo, dopo quello che avevi cercato tu di dare ordine a questi sciammanati». E Malagò aveva risposto con quelle parole, amareggiato e senza freni. La ironia della storia è feroce e non richiede commento: l’uomo che in privato definiva i presidenti dei club «delinquenti veri», che indicava in Lotito «il capo» di un sistema corrotto e in Juventus e Roma le «complici delle sue avventure», è oggi il candidato prescelto da quella stessa platea per guidare la federazione che li governa. Le intercettazioni furono archiviate senza rilevanza penale. Ma la rilevanza morale e politica, nell’attuale contesto, è tutt’altra cosa. Pirandello lo aveva intuito meglio di chiunque: siamo tutti, simultaneamente, il personaggio che gli altri vedono e qualcosa di irriducibile che sfugge a ogni definizione pubblica. Il Malagò del palco e il Malagò del telefono sono la stessa persona. E il sistema che oggi lo acclama è lo stesso che egli, in quella telefonata, descriveva con un’esattezza quasi clinica.


Binaghi e il verdetto dell’antipatia

Angelo Binaghi, presidente della Federtennis, ha ricostruito con la franchezza pungente che lo contraddistingue il momento in cui Malagò, allora presidente del CONI, si presentò alla Giunta di Firenze proponendo il commissariamento della FIGC perché non si riusciva a eleggere il presidente. Binaghi intervenne negando l’assenso, ritenendo sbagliato un commissariamento a tutto tondo.


«Per come ci conosciamo, se mi dite che le riforme deve farle Malagò, mi metto a sorridere. È capacissimo nei campionati del mondo di attrazione dei consensi e della distribuzione del potere: è simpatico, per fare rivoluzione e riforme bisogna essere antipatici.» — Angelo Binaghi, presidente Federtennis

C’è qualcosa di leopardiano in questa diagnosi. Nello Zibaldone, Leopardi annotava che le grandi riforme richiedono una specie di crudeltà verso le cose esistenti, una volontà di rottura che non può coesistere con il desiderio di essere amati. Chi vuole essere amato da tutti non può riformare nulla: la riforma fa sempre male a qualcuno, e chi fa male perde consensi. Malagò è, per ammissione del suo stesso critico più acuto, un maestro del consenso. Ed è esattamente questo che preoccupa chi vorrebbe dal prossimo presidente federale qualcosa di più scomodo e necessario.


«Lo ringrazio, è la prima volta in cui mi ha fatto un complimento dicendo che sono simpatico», ha risposto Malagò con eleganza. Una risposta perfetta, naturalmente. Come ci si aspetterebbe da chi è simpatico per vocazione.


Abodi: il tempo della pazienza è finito

Il contributo più articolato e politicamente rilevante del dibattito è venuto dal ministro per lo Sport Andrea Abodi, protagonista dell’evento «Il Foglio a San Siro» il 16 aprile. Un intervento che non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche e che, nelle sue intenzioni dichiarate, suona come un ultimatum rivestito di ragionevolezza.


«Siamo rimasti dove eravamo, a sentire sempre le stesse rimostranze del mondo del calcio. Il resto dello sport invece si è evoluto, si è posto delle domande, ha diversificato le strategie, ha seminato e ora sta raccogliendo i frutti.» — Andrea Abodi, ministro per lo Sport

Vi è in questa diagnosi un’eco di quanto Italo Calvino scriveva nelle Lezioni americane a proposito della leggerezza come antidoto alla pesantezza del mondo: il tennis, il volley, il rugby hanno alleggerito le proprie strutture, si sono fatti permeabili al cambiamento, hanno smesso di portare il peso morto delle proprie tradizioni come un privilegio acquisito. Il calcio, al contrario, si è fatto sempre più pesante, sempre più ingombrante, sempre meno capace di muoversi. Sul commissariamento, il ministro ha usato la franchezza come strumento: «Non voglio commissariare perché non posso, ma serve che ci sia unità d’intenti. Una soluzione va trovata. E se non è stata trovata con il 99,97% di consensi per anni, come si fa a trovarla al 22 giugno?» Quella percentuale — 98,7% — diventa nell’analisi di Abodi non un segno di forza, ma quasi una contraddizione in termini: come può un sistema che ha espresso un consenso così unanime non essere riuscito a riformarsi? La risposta, che Abodi lascia implicita ma che la psicologia delle organizzazioni conosce bene, è nel paradosso del consenso unanime: quando tutti sono d’accordo, nessuno è responsabile di nulla. L’unanimità produce impunità, e l’impunità produce immobilismo. Gravina non è caduto nonostante il 98,7%. È sopravvissuto così a lungo anche grazie ad esso. E poi l’ultimatum velato: «Ricordatevi che comunque nel 2017 il ministro Giorgetti, allora sottosegretario, fu costretto a forzare la mano e ha prodotto una riforma del sistema sportivo che sta garantendo stabilità e risorse economiche. Fu costretto. Io non voglio essere costretto, mi affido ancora una volta alla vostra lungimiranza.» E infine, la critica più diretta al metodo: «Non posso confrontarmi con delle componenti che per prima cosa nominano un candidato.» Avete eletto un nome prima ancora di concordare un programma. Il gattopardo si aggiorna, ma il metodo resta invariato.


Il video di San Siro: quando le immagini parlano più delle parole.

L’evento «Il Foglio a San Siro» del 16 aprile ha offerto anche un documento visivo destinato a circolare ben oltre la kermesse milanese. Sul palco della sala executive si sono avvicendati Marotta, Scaroni e Carnevali, tutti a dichiarare il proprio sostegno alla candidatura di Malagò. Ma è fuori dal palco che le dinamiche più significative si sono consumate. Le riprese che circolano mostrano Marotta in un colloquio visibilmente acceso con il ministro Abodi. I due si trovano nello stesso ambiente, ma su posizioni che in quel momento non potrebbero essere più distanti: da un lato il presidente dell’Inter, architetto della candidatura Malagò, convinto che la scelta sia giusta e che vada difesa anche nel dialogo con il Governo; dall’altro il ministro, che ha appena detto pubblicamente che presentarsi alle elezioni senza prima aver concordato i contenuti è un errore metodologico prima ancora che politico. Al fianco di Marotta, in quei momenti, c’è Giovanni Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo e figura di cui il presidente nerazzurro si fida ciecamente. Un amico di lungo corso, uno dei pochi che nel calcio italiano ha costruito una carriera sulle competenze prima che sulle relazioni. Carnevali ha ritenuto Malagò una persona adatta a gestire una federazione, ma ha riconosciuto che la situazione richiede riflessione: «bisogna capire questa cosa», con quella prudenza che distingue chi conosce i meccanismi da chi li subisce.


«Ciascuno di noi è simultaneamente il personaggio che gli altri vedono e qualcosa di irriducibile che sfugge a ogni definizione pubblica.» — Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

Quello che le immagini catturano di Marotta e Abodi è esattamente questo: due uomini che si parlano avendo in mente non solo ciò che dicono, ma la versione di sé che l’altro sta costruendo in quel momento. Marotta che preme, Abodi che resiste, Carnevali che osserva. Il calcio italiano che, nel tentativo di trovare un presidente, rivela ancora una volta la propria incapacità di trovare prima una visione comune.


amore mio, perchè sostieni malagò

Così, Juventus? La domanda originale — perché sostenere Giovanni Malagò? — si è allargata fino a diventare una domanda sul sistema intero. Un sistema che nomina candidati prima di concordare programmi, che incontra ministri sfruttando vincoli familiari, che confonde la costruzione del consenso con la costruzione del futuro. E che ora è chiamato a scegliere il proprio presidente tra le voci di chi, in privato, lo descriveva come un’assemblea di delinquenti. Abodi ha riassunto con una lucidità scomoda: «Non sono più nella condizione di attendere: ho 14 mesi prima di chiudere il mio mandato, non posso farlo senza aver sistemato un problema che conosco molto bene e che è datato da prima del 2010.» La data del 22 giugno si avvicina. Le candidature ufficiali si chiuderanno il 13 maggio. Nel frattempo il calcio italiano continua a fare quello che sa fare meglio: discutere di potere mentre il potere lo abbandona.


«A questo mondo oscuro, al di là della civiltà ufficiale, nessuno ha posto rimedio, perché nessuno lo conosce davvero dall’interno.» — Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Cambiando il meridione con la federazione, la frase resta intatta nella sua feroce esattezza. Il calcio italiano è un mondo che si autogestisce, si autopromuove e si autocelebra — e che al cambiamento vero oppone sempre, con instancabile creatività, la forma del cambiamento. Come insegnava Sciascia, la verità è sempre visibile e sempre negata. Sempre detta e sempre taciuta. E il silenzio, oggi, pesa più di qualsiasi risposta.


 
 
 

Commenti


bottom of page