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Essere interisti: il nuovo reato

Vi ricordate di Tosatti e Scardina?

Quando dire che un arbitro tifa Inter diventa un'offesa capitale, qualcosa nel sistema dell'informazione sportiva italiana si è definitivamente rotto.

Dunque, ci siamo arrivati. Dopo anni di convegni sull'etica giornalistica, dopo fiumi di inchiostro versati in nome della trasparenza, dopo ogni solenne proclama sul diritto del pubblico a sapere, il confine invalicabile del giornalismo sportivo italiano si è materializzato qui: scrivere che un arbitro è tifoso dell'Inter. Non è una provocazione. È esattamente quello che è successo. Ho pubblicato un post su X nel quale ricordavo — documentando — che Colombo segue l'Inter da tifoso, con suo padre, allo stadio. Apriti cielo. Ravezzani inorridito. Capuano, prezioso custode della morale calcistica, in prima linea. E persino Gianluca Rossi, avvocato interista che poche settimane fa rivolgeva a Cardani — reo di aver definito «spettacolo indecoroso» una partita finita 0-0 — la frase memorabile: «Ma datti fuoco». Ecco: quell'avvocato oggi si indigna per la mia violenza verbale. La domanda è semplice, quasi elementare: essere interisti è diventato un'offesa?

IL PRECEDENTE CHE TUTTI FINGONO DI NON RICORDARE

C'è stato un tempo, in questo paese, in cui gridare «mafioso» era gesto eroico. Era il 2006, era Calciopoli, e il calcio italiano scopriva — o fingeva di scoprire — che le designazioni arbitrali potevano essere manovrate. I giornali fecero a gara nel titolare a caratteri cubitali. I talk show si riempirono di indignati professionisti. Chi non urlava abbastanza forte veniva sospettato di connivenza. Moggi era il mostro, e chiunque si azzardasse a contestare la narrazione diventava automaticamente un complice. Non si discuteva, non si approfondiva, non si distingueva tra ciò che emergeva dalle intercettazioni e ciò che veniva costruito attorno ad esse. Si eseguiva il copione. Con solerzia, con vigore, con la coscienza pulita di chi sa di stare dalla parte giusta della storia. Quei giornalisti — alcuni dei quali oggi si indignano per il mio post — erano convinti di fare giornalismo. Forse lo erano davvero. Ma la domanda che nessuno si è mai posto con onestà è questa: se denunciare le simpatie arbitrali era sacrosanto allora, perché èscandaloso adesso?

IL PARADOSSO DELLA FRITTATA CAPOVOLTA

La risposta, naturalmente, è che non è cambiata la sostanza della questione. È cambiata la squadra coinvolta. Nel 2006, il sospetto di favoritismi riguardava la Juventus. Andava denunciato, investigato, sbattuto in prima pagina. Nel 2026, il sospetto di favoritismi — stavolta documentato da una Procura della Repubblica, non da intercettazioni selezionate — riguarda l'Inter. E allora la notizia non è la notizia: la notizia è chi la scrive. Questo è il meccanismo. Vecchio come il giornalismo di parte, ma mai così sfacciato come in questi giorni. Si è passati dal «denunciare è un dovere» al «denunciare è un reato» nel giro di vent'anni esatti, senza che nessuno di quei commentatori abbia sentito il bisogno di spiegare la differenza.

UN ARBITRO INTERISTA PUÒ ESSERE IMPARZIALE?

È la domanda che il sistema teme. Non perché la risposta sia scontata — un essere umano può riuscire a separare la passione dalla funzione, almeno in linea teorica — ma perché porla obbliga a confrontarsi con un principio che il calcio italiano ha sempre eluso: la prevenzione del conflitto di interessi. In ogni ordinamento giuridico evoluto, il conflitto di interessi non si valuta solo ex post, quando il danno è già fatto. Si previene. Si dichiara. Si gestisce. Un giudice che ha legami personali con una delle parti si astiene, non perché sia necessariamente in malafede, ma perché l'apparenza dell'imparzialità è essa stessa un valore da tutelare. Nel calcio italiano questo principio è stato storicamente applicato con selettività ammirevole. A geometria variabile, direbbe qualcuno con meno diplomazia di me.

L'INDIGNAZIONE COME STRUMENTO

Torniamo a Ravezzani, a Capuano, a Rossi. La loro reazione non è solo sproporzionata: è rivelatrice. L'indignazione performativa — quella che si manifesta sui social con la velocità di un riflesso condizionato — serve a una cosa sola: spostare il dibattito dal contenuto alla forma. Dal «è vero che Colombo tifa Inter?» al «come osi scriverlo?». È una tecnica collaudata. Funzionava nel 2006, quando chi difendeva la Juventus veniva etichettato come tifoso incapace di ragionare. Funziona oggi, quando chi solleva domande sull'Inter viene descritto come un hater alla caccia di like. Il bersaglio cambia. Il meccanismo no. E intanto, da qualche parte a Milano, una Procura della Repubblica sta raccogliendo atti su come vengono designati gli arbitri in questo paese. Ma di quello, per ora, è meglio non parlare.

I NOMI CHE NESSUNO VUOLE RICORDARE

Ci sono giornalisti che hanno pagato con la vita l'accusa di essere «vicini a Moggi». Non è un'iperbole. È una cronaca. Giorgio Tosatti era il decano del giornalismo sportivo italiano. Ex direttore del Corriere dello Sport-Stadio, ex presidente dell'USSI, opinionista storico di Rai e Mediaset. Quarant'anni di carriera impeccabile, di scoop, di analisi rispettate da dirigenti e calciatori di ogni bandiera. Quando esplose Calciopoli, alcune intercettazioni — rese pubbliche con quella frettolosità che in Italia accompagna sempre le grandi stagioni giustizialiste — lo mostrarono in conversazioni confidenziali con Moggi. Tanto bastò. Il Corriere della Sera e la Rai, a cui aveva dato decenni di lavoro autorevole, non gli offrirono alcun sostegno. Le indagini, sia ordinarie che sportive, non trovarono nulla a suo carico — assolutamente nulla. Ma il danno era fatto. Giorgio Tosatti morì nel 2007, a settant'anni, per complicanze cardiache. L'anno più duro della sua vita era stato il 2006. Ignazio Scardina era caporedattore di Rai Sport dal 2000 al 2006. Uno dei volti storici di Novantesimo Minuto e della Domenica Sportiva. Fu accusato da alcuni colleghi — tra cui persone che lui stesso aveva formato professionalmente — di aver favorito, con servizi compiacenti, gli amici di Moggi. La Rai si costituì parte civile contro di lui. Subì un processo lungo, estenuante, umiliante. Alla fine fu assolto su tutta la linea: per non aver commesso il fatto. Ma l'amarezza accumulata in quegli anni, come scrissero i colleghi alla sua morte nel 2018, lo minò dentro fino alla fine. «Ucciso da Calciopoli», dissero in molti. Non era una metafora. Tosatti e Scardina portavano la lettera scarlatta. Non quella di chi aveva commesso qualcosa: quella di chi era stato visto in compagnia di qualcuno. In un paese civile, si chiama infamia. Nel giornalismo sportivo italiano, si chiamava — e si chiama ancora — fare il proprio mestiere.

UNA POSTILLA FINALE, PER CHI HA LA MEMORIA CORTA

La storia del giornalismo sportivo italiano è anche la storia di ciò che si è scelto di non raccontare. Di ciò che si è preferito non vedere. Di ciò che conveniva ignorare. Io ho scritto che Colombo è un tifoso dell'Inter. È una notizia. Non un'accusa, non un insulto: una notizia. Se qualcuno la trova scandalosa, forse il problema non è la notizia.


 
 
 

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