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Elkann e Juventus, il cortocircuito dei due mondi

C’è un’immagine che ritorna, ogni volta che si parla di John Elkann e della Juventus: una porta che si apre su una stanza che non è quella che il tifoso si aspettava. Una stanza fredda, ordinata, piena di dossier e di grafici, dove la Juventus è un fascicolo tra molti altri. È in quella stanza che Elkann prende le sue decisioni. Ed è proprio da dentro quella stanza che nasce il cortocircuito che da vent’anni avvelena il rapporto tra la famiglia Agnelli e il popolo juventino.


Una stanza che non è “sbagliata”, ma semplicemente incompatibile con quella in cui vive il tifoso, come se due mappe del mondo non riuscissero mai a sovrapporsi. Perché il punto non è che Elkann non ami la Juve (“la squadra del cuore di mio nonno”), ma che Elkann non abita il mondo della Juve, e non certamente come ogni tifoso vorrebbe lui l’abitasse.

La stanza del tifoso e quella della proprietà

Il tifoso vive in un universo senza pareti: tutto è Juve, tutto è identità, tutto è memoria, appartenenza, orgoglio. Un pacchetto “full supporter” che include anche ferite e ingiustizie mai sanate. Elkann vive invece in un universo fatto di compartimenti stagni: qui la Juventus, lì gli altri asset, più in là la finanza, altrove la politica industriale. Ogni stanza ha le sue regole, i suoi uomini, le sue priorità. E quando un uomo abituato a muoversi tra stanze separate incontra un popolo che vive in un’unica stanza emotiva, il risultato non può che essere un fraintendimento permanente e il concretizzarsi di una frattura percettiva quasi insanabile: il tifoso vive la Juve come un assoluto, Elkann come un asset.


E la verità è che sportivamente probabilmente lo caricaturizza, ma il tifoso della Juve nel suo segreto vorrebbe un proprietario alla De Laurentiis: uno che vive la squadra che possiede come un'estensione del proprio ego, che usa il calcio come un teatro personale, ragiona in termini di simboli, nemici, alleanze, che non avendo in portafoglio 50 aziende da gestire c’è tutto per quella società.

Il tifoso juventino non vuole ovviamente davvero De Laurentiis: vuole l’idea di De Laurentiis, cioè un presidente che viva la Juve come un prolungamento del proprio io, un alter ego pubblico, un totem identitario.


Ed è qui che scatta il cortocircuito. Il tifoso juventino si aspetta un proprietario “alla De Laurentiis”, e si trova invece un proprietario alla Elkann, che è possibilmente l’antitesi di quel modello: Elkann è un amministratore di un conglomerato, non un condottiero. Ragiona per funzioni, non per simboli. Non personalizza il calcio, non lo vive come un campo di battaglia politico.

Il “caso Rossi”: la fotografia più cruda di una asimmetria che sembra insanabile

Ed è qui che si consuma l'asimmetria, dove entra in gioco l’elemento più sottile e più doloroso: l’aspettativa impossibile del tifoso juventino. Il tifoso vuole un proprietario che difenda la Juve come una patria, che la viva come sangue, che combatta come un capo ultras, che senta ogni ferita come un affronto personale. Ma questo tipo di proprietà non può esistere in una struttura come Exor. Il tifoso soffre perché pretende un tipo di leadership che la Juventus non potrà probabilmente mai avere con questa proprietà. E ogni scelta razionale, anche se in realtà orientata al mantenere solida la Juventus, viene percepita come fredda, distante, traditrice. Non è un caso che una buona parte della tifoseria sia rimasta folgorata dall’ingresso di Paolo Ardoino e Tether come soci di minoranza, diventati nell’immaginario gli eroi a cavallo da venerare perché investiti dell’opera di salvezza della Juve dalle grinfie inconcludenti - e incapaci - di Elkann. E poco importa se questa nuova realtà possa garantire la stessa solidità che oggi Exor assicura, se al momento la presenza di Ardoino sembri tutta “chiacchiere e emoticon”: la cosa importante è che almeno nell’immaginario del tifoso juventino stufo di Elkann, Tether rappresenti un'alternativa - reale? - all’attuale proprietà da invocare ed evocare. 


L’esempio emblematico di questo continuo fraintendimento tra il mondo di Elkann e il mondo del tifoso della Juventus è una vicenda che tra i tifosi juventini riaffiora spesso, quando c’è da attaccare John. Ci si riferisce, ovviamente, alla consulenza che Elkann chiese a Guido Rossi dopo che lo stesso aveva “partecipato” a Calciopoli in veste di Commissario Straordinario intestandosi la paternità dell’atto più ripugnante: assegnare, con un atto al di fuori di ogni regola e prassi, lo scudetto revocato a seguito delle vicende di Calciopoli ai nostri acerrimi nemici dell’Inter.


Quella consulenza è stata probabilmente l’episodio che più racconta di ogni altro due mondi che guardano la stessa persona e vedono due storie completamente diverse.

Perché per il tifoso, Rossi è il volto dell’ingiustizia e il carnefice. Mentre nel suo approccio a compartimenti stagni, per Elkann … era solamente un tecnico professionalmente stimato e utile in un contesto industriale, non un nemico della Juve.

E qui si sono scontrati due mondi, quello del potere industriale e quello del potere sportivo. Il primo è verticale, razionale, funzionale, e pone le sue basi sulle competenze, sulle reti di sistema, sui tecnici affidabili, per garantire continuità, gestione del rischio e reputazione nei mercati. Dall’altra parte c’è invece un tipo di potere molto più orizzontale, emotivo, simbolico. Che pone le sue basi sull’identità, la narrazione, l’appartenenza, la memoria.


E se nel primo caso si guarda al curriculum di Guido Rossi, dal quale emerge come un giurista di sistema, un bravo e affidabile tecnico di crisi, uno che sa come si gestiscono le emergenze, nell’altro mondo è chiaramente invece l’uomo che incarna l’ingiustizia più forte vissuta dal tifoso juventino, forse addirittura maggiore di quella di essersi visto togliere due scudetti vinti senza ombre sul campo.

Due mondi diversi, due letture opposte della stessa persona. Elkann sceglie Rossi come tecnico, il tifoso lo vede come nemico. E quando il proprietario della squadra che è stata usurpata di qualcosa di suo sceglie proprio il “nemico” che l’ha consegnata al peggiore dei rivali, il tifoso non pensa certo “ha scelto un tecnico utile.” Pensa “ha scelto lui contro di noi.”


Perché – ed è giusto così – il tifoso non ragiona in termini di governance, incentivi, conflitti di interesse. Ragiona in termini di fedeltà. E la fedeltà, nel calcio, è assoluta. Non ammette sfumature, non ammette stanze separate. Se ami la Juve, non puoi chiamare Rossi. Punto.


Il tradimento sportivo non nasce da un fatto, ma dalla rottura di un patto simbolico: è la dinamica perfetta della psicologia del tradimento sportivo.

E lo vogliamo dire? De Laurentiis non avrebbe mai chiamato Rossi, anche fosse stato l’unico professionista adeguato sulla faccia della Terra. Ma è vero perché De Laurentiis non deve tenere insieme banche, fondi, partecipazioni, equilibri di sistema. Il tifoso juventino si aspetta un presidente “alla De Laurentiis”, ma la Juventus non potrà mai avere un presidente così. Non è quel tipo di azienda, non è quel tipo di famiglia, non è quel tipo di governance.

Il precedente dei precedenti: Gianni Agnelli 

Ma c’è poi un’altra radice, ancora più profonda, che nessuno ha mai avuto il coraggio di nominare: la mitizzazione di Gianni Agnelli. L’Avvocato non è stato solo un proprietario e in un certo periodo anche il Presidente. È stato un archetipo. Un uomo che ha incarnato un’epoca, un potere, un’estetica. Carisma totale, influenza culturale, presenza scenica, frasi che diventavano aforismi, gesti che diventavano simboli, rapporto diretto con la squadra.


Il tifoso juventino non ha mai elaborato il lutto della sua assenza: un lutto collettivo non riconosciuto, che continua a proiettare ombre su tutto ciò che è venuto dopo.

Il tifoso ha interiorizzato l’idea che “il proprietario” sia quello. Che la Juventus meriti quello. E allora succede una cosa crudele: se Giovanni Agnelli nella sua aura mitologica è percepito come 100, qualsiasi successore che arriva a 70 viene vissuto come 20. Non è un confronto, ma un’ingiustizia percettiva. Nessuno, dopo di lui, avrebbe mai potuto colmare quel vuoto simbolico.

Juventus come terreno di faide familiari 

C’è poi un’altra tentazione, più sottile e più insidiosa, che attraversa una parte del tifo: leggere tutto ciò che è accaduto — dal 2006 al post‑Prisma — come un capitolo di una saga dinastica, una partita a scacchi interna alla famiglia Agnelli in cui la Juventus sarebbe stata sacrificata come la regina per consentire a John di consolidare il proprio ruolo. È una narrativa seducente, perché trasforma un sistema complesso in una storia semplice: i buoni, i cattivi, l’erede legittimo, il rivale da eliminare, il sacrificio necessario. Ma è una narrativa che non regge né psicologicamente né industrialmente. Perché presuppone un livello di intenzionalità, di cinismo e di narcisismo che Elkann non ha mai mostrato. Elkann non è un uomo che vive di scena, di riconoscimento, di gloria personale: è un amministratore che tende a sottrarsi, non a esporsi. Il narcisista vuole essere amato; Elkann vuole che i conti tornino. E soprattutto: il potere industriale non sacrifica asset strategici per dinamiche familiari. Li protegge, li sterilizza, li mette in sicurezza. La Juventus non è mai stata la regina da sacrificare: è stata, semmai, il pezzo più delicato da non far cadere. 


Certo, le dinamiche all’interno della “famiglia” sono molto particolari, e le vicende giudiziarie personali che hanno coinvolto Elkann in questi ultimi mesi sono lì a dimostrarlo. Ma se guardiamo in maniera analitica ad esempio il post‑Prisma, è difficile sostenere che sia stato un regolamento di conti, quanto piuttosto un’operazione di risk management: Andrea Agnelli aveva gestito la Juve come una start‑up iper‑aggressiva, basata su leve finanziarie e ricavi futuri, e quando la pandemia ha spezzato quel filo, Elkann ha fatto ciò che fa un proprietario, non un rivale: ha contenuto i danni, ha chiuso i fronti giudiziari, ha sterilizzato la governance. Non è stato un sacrificio, ma una messa in sicurezza. Non un atto di orgoglio, ma un atto di sopravvivenza industriale. La verità è che la narrativa del “sacrificio della regina” è così resistente perché offre una spiegazione semplice a un dolore complesso: dà un movente, dà un colpevole, dà un senso. Ma è una spiegazione che appartiene al mondo delle emozioni, non a quello dei fatti. 


In questo vuoto si è infilata una narrativa tossica, costruita pezzo dopo pezzo, come tutte le storie che nascono da un trauma collettivo. Calciopoli è stato un trauma, e ogni trauma cerca un colpevole interno. La sequenza temporale – Rossi punisce la Juve, poi entra nell’orbita FIAT – è diventata una storia lineare, perfetta, emotivamente soddisfacente. Il vuoto comunicativo di Elkann ha fatto il resto. Quando non costruisci tu la narrativa, la costruiscono gli altri e la subisci.


La narrativa tossica è resistente perché offre una spiegazione semplice a un dolore complesso: è così che nasce una narrativa tossica. Non perché è vera, ma perché è credibile per chi ha bisogno di crederci.

Quello che Elkann non ha mai capito: il calcio è politica 

E poi c’è l’ultimo punto, quello che chiude il cerchio e che interroga il proprietario della Juve in prima persona: Elkann non ha mai capito la dimensione politica del calcio. Non l’ha capita perché non appartiene al suo mondo. Per lui il calcio è sport, business, intrattenimento. Per il tifoso, invece, il calcio è (anche) politica.

E nel calcio la politica non è un accessorio: è la struttura portante. Chi non la capisce, la subisce. 


È politica nelle procure, nelle federazioni, nei media, nelle designazioni, nelle alleanze, nelle narrative pubbliche. Giovanni Agnelli lo sapeva. Andrea Agnelli lo ha imparato a sue spese. Elkann no. Elkann ha sempre trattato la Juve come un asset. Ma la Juve non è un asset. La Juve è un attore politico. E se non giochi la partita politica, la subisci.

Elkann non ha mai capito che nel calcio non basta essere forti solo sul campo. Bisogna essere forti anche politicamente. E quando non lo sei, succede quello che è successo e che tutti noi sentiamo – a differenza sua – come ferite che bruciano: Calciopoli, la questione plusvalenze, penalizzazioni, narrative ostili, isolamento istituzionale.


Alla fine, tutto si riduce a questo: non è tradimento, è disallineamento di mondi. Il tifoso vede tradimento. Elkann vede governance. Il tifoso vive la Juve come una famiglia. Elkann la vive come una partecipazione. Il tifoso vive nel mondo del calcio. Elkann vive nel mondo della finanza. E quando due mondi così distanti si toccano, non nasce un complotto. Nasce un cortocircuito. Un cortocircuito che dura da vent’anni e che continuerà a durare finché qualcuno non avrà il coraggio di costruire un ponte tra quelle due stanze. Perché senza quel ponte, non ci sarà mai comprensione, ma solo rumore. 


 
 
 

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