top of page

DOSSIER INTEROPOLI

24 lug
Tempo di lettura: 7 min
Anatomia di un sistema che si è incrinato

Il calcio italiano sta attraversando una fase di crisi strutturale che non riguarda solo gli errori arbitrali, ma la cultura che li circonda e la narrazione che li giustifica.


Da un lato, l’inchiesta Interopoli mostra come l’arbitro venga trattato come una variabile tecnica, un fattore di risultato.


Dall’altro, il caso Open Var evidenzia come la comunicazione arbitrale sia stata contaminata da interlocuzioni improprie tra chi decide le designazioni e chi le commenta in televisione.


Unire questi due livelli significa osservare un sistema che ha perso neutralità, credibilità e impermeabilità.

L'ARBITRO COME VARIABILE TECNICA: IL PARADOSSO CHE MINA LA REGOLARITÀ DEL GIOCO

 

Il cuore del caso: non le telefonate, ma il loro contenuto culturale

Le intercettazioni dell'inchiesta ribattezzata Arbitropoli, e oggi sempre più definita Interopoli, raccontano un mondo che non ha bisogno di clamori per essere inquietante.


Non servono complotti, né trame oscure.


Basta ascoltare — con attenzione — ciò che emerge dalle conversazioni tra il designatore Gianluca Rocchi e l'ambiente Inter.


In quelle telefonate non si discute di arbitri come professionisti, si discute di arbitri come variabili tecniche, come se fossero un elemento della rosa, un fattore che incide sul risultato, un parametro da selezionare per aumentare le probabilità di vittoria.


Ed è qui che nasce il problema.

Un problema concettuale, prima ancora che giudiziario.

 

Le intercettazioni che contano: richieste, pressioni, cedimenti

Dall'articolo di Tuttosport emergono decine di frasi, ma solo alcune sono decisive per comprendere la dinamica:

“Loro vorrebbero Colombo, perché gli garba un mondo.”

Basta che non mi mandi più Doveri a fare l'Inter: porta una sfiga mondiale, non vinciamo mai con lui.”
“Con Doveri si perde sempre e con Fabbri non si vince mai.” “Preferisco metterci uno che è pulito con l'Inter.”
“Volevan Colombo, lo mando a Bologna, fa casino e ora non lo rivogliono più.” “Ora chi vogliono di arbitri?”
“L'Inter rompe il cazzo ancora a bestia.”
“È stato designato l'arbitro che gli garba più di tutti.”

 

Qui non siamo davanti a un semplice “gradimento”, qui siamo davanti a un criterio di scelta, e il criterio è devastante nella sua semplicità:


L'arbitro è gradito se l'Inter vince con lui.

L'arbitro è sgradito se l'Inter perde con lui.


Non si parla di qualità arbitrale. Non si parla di errori, non si parla di stile di direzione. Si parla di score.

Il paradosso: l'arbitro trattato come un fattore di risultato

Questo è il punto concettuale che ribalta tutto. Un arbitro non è un calciatore. Non è un trequartista che ti crea superiorità. Non è un difensore che ti garantisce solidità. Non è un portiere che ti salva la partita.

Un arbitro è — deve essere — un'incognita neutrale. Le regole valgono per tutti.

 

La partita la decide il campo.

E invece, dalle intercettazioni, emerge un paradigma opposto:

Se vinci con un arbitro lo vuoi.

Se perdi con un arbitro non lo vuoi più.

Se un arbitro “porta male”va evitato.

Se un arbitro “garba un mondo” va designato nelle partite cruciali.

 

Questo ragionamento, di per sé, è già un cortocircuito culturale, ma diventa un problema quando il designatore cede, perché se chi gioca sceglie chi dirige, allora chi dirige incide sul risultato.

E se chi dirige incide sul risultato, allora chi sceglie l'arbitro sceglie il risultato.

 

Il nodo giuridico: quando la scelta dell'arbitro diventa alterazione della competizione

 

Nel diritto sportivo, l'illecito non è solo la mazzetta. Non è solo la promessa di utilità.

Non è solo la corruzione.

 

L'illecito è qualsiasi condotta che altera la regolarità della competizione, e la regolarità della competizione si fonda su un principio cardine:

 

Le condizioni devono essere uguali per tutti. L'arbitro non può essere un vantaggio competitivo. Se una società:

 

  • avanza richieste, esprime gradimenti basati sullo score, ottiene modifiche alle designazioni, vede esclusi gli arbitri “sgraditi”,riceve arbitri “graditi” nelle partite chiave;

  • allora la competizione non è più neutrale, è calibrata, è modulata, è influenzata.


E questo, concettualmente, è alterazione, non serve provare che l'arbitro favorisca una squadra.

Basta provare che la squadra sceglie l'arbitro.

 

Interopoli non è un caso di corruzione. È un caso di cultura sportiva distorta.

Il punto non è se qualcuno abbia “comprato” un arbitro, il punto è che dalle intercettazioni emerge un'idea tossica:

L'arbitro non è un garante, ma un fattore tecnico. Non è un terzo, ma un elemento della partita.

Non è un'incognita, ma una variabile da controllare.


Se vinci con lui, lo vuoi, se perdi con lui, lo scarti.

E se il designatore ti ascolta, la partita non è più solo  tua: è anche sua.


Questo è il cuore di Interopoli.


Non un reato, ma un illecito concettuale, la trasformazione dell'arbitro da garante a strumento, ed è questo che mina la regolarità del campionato.


Non una telefonata, non una frase, ma un paradigma.

Un paradigma che, oggi, non possiamo più ignorare.

Inizialmente abbiamo trattato un paradigma culturale distorto: l’arbitro non è più un garante, ma un fattore tecnico da selezionare in base allo score.


Ma adesso vi riveliamo che questa distorsione non si limita al campo: riguarda anche la narrazione pubblica delle decisioni arbitrali, dove la trasparenza del Var è stata compromessa da rapporti impropri.


Il passaggio è naturale: quando la scelta dell’arbitro è influenzata, e quando la sua analisi televisiva è contaminata, la competizione perde la sua neutralità.

Open Var, Marelli e le intercettazioni: anatomia di un sistema che si è incrinato

 

L'ipotesi che l'Open Var possa essere ridimensionato o addirittura chiuso – come riportato da La Repubblica – arriva nel momento peggiore per la credibilità del sistema arbitrale italiano.


Non è un caso: la crisi dell'apparato non nasce oggi, ma affonda le radici in una stagione di interpretazioni altalenanti, pressioni indebite, rapporti opachi e, soprattutto, interlocuzioni improprie tra il designatore Gianluca Rocchi e chi, come Luca Marelli, ha avuto un ruolo centrale nel racconto televisivo delle decisioni arbitrali.


È qui che la vicenda assume un peso specifico enorme: perché se il Var è lo strumento che dovrebbe garantire trasparenza, la sua narrazione pubblica – affidata proprio a figure come Marelli – non può essere contaminata da informazioni provenienti da ambienti societari o da chi decide le designazioni.

 

Il nodo centrale: le interpretazioni “creative” degli episodi arbitrali

Negli ultimi anni il pubblico ha assistito a un fenomeno evidente: lo stesso episodio arbitrale veniva interpretato in modi diametralmente opposti a seconda della partita, del contesto, della squadra coinvolta. Una dinamica che ha generato:


●  squadre penalizzate,

●  squadre favorite,

●  e una percezione crescente di incoerenza sistemica.


La credibilità del settore arbitrale si è erosa al punto che Rocchi, in un momento di tensione, dichiarò:

«Se sento parlare di malafede, mi dimetto.»

Parole che oggi suonano quasi profetiche, perché poco dopo sarebbe esplosa quella che i media hanno ribattezzato Interopoli, poi evoluta – per la natura dei soggetti coinvolti – in Interopoli: un'inchiesta in cui tutte le intercettazioni rilevate dal pm Ascione riguardano una sola società: l'Inter.

 

Le intercettazioni: il filo che collega Rocchi, Marelli e le designazioni “gradite”

Le conversazioni captate dagli inquirenti sono devastanti per la percezione di imparzialità del sistema. Ecco i passaggi più significativi, riportati integralmente:


Rocchi su Colombo

«Volevan Colombo, lo mando a Bologna, fa casino e un lo vogliono più.»

Un riferimento diretto alla partita Bologna–Inter, dove Colombo – definito “arbitro gradito” all'Inter – fu effettivamente designato in un contesto di presunte pressioni societarie.


Rocchi a Marelli (20 maggio)

«Vediamo se gli va bene almeno questa… perché poi alla fine non ci andava più bene nessuno. E Doveri…»

Segue un omissis, poi:

«Perché lì ho capito che l'Inter era in difficoltà…»

E ancora:

«Con Doveri si perde sempre e con Fabbri non si vince mai.»

Infine, su Colombo:

«Volevan Colombo, lo mando a Bologna, fa casino e un lo vogliono più.»

 

Rocchi sulle pressioni

«Perché l'Inter non mi hanno rotto il cazzo nessuno, mai. Non mi hanno rotto il cazzo mai. Invece quest'anno hanno rotto i coglioni. Perché? Perché fanno ridere.»

Rocchi sulla Champions

«Se non la vincono stiamo a posto…»

Interrogato dagli inquirenti, Rocchi ha negato interlocuzioni dirette con dirigenti dell'Inter, sostenendo di aver riportato a Marelli solo ciò che gli veniva riferito da Pinzani, “in particolare ciò che veniva dall'ambiente dell'Inter”.

 

Il punto cruciale: Marelli sapeva

Questa è la domanda che oggi brucia: Marelli era consapevole delle criticità del sistema?

Le intercettazioni mostrano un designatore che parla con un commentatore televisivo come se fosse un interlocutore interno al sistema, condividendo:


●  pressioni societarie,

●  gradimenti e sgradimenti,

●  difficoltà dell'Inter,

●  valutazioni sugli arbitri,

●  e persino considerazioni sulla Champions League.


In altre parole: informazioni riservate, che un commentatore non dovrebbe mai conoscere prima di analizzare un episodio arbitrale in diretta.


Questo apre un problema enorme: la moviola televisiva, anziché essere un presidio di trasparenza, rischia di essere stata influenzata da dinamiche interne alle società e alle designazioni.

 

Il danno per DAZN e per l'Open Var

Non è gradevole – per usare un eufemismo – scoprire che in un'emittente come DAZN possano verificarsi interlocuzioni di tale rilevanza. La conseguenza è inevitabile:


●  la fiducia del pubblico crolla,

●  la trasmissione Open Var ne esce minata,

●  le disdette aumentano, come riportato da più fonti interne al settore.


Il Var nasce per garantire trasparenza. Se la sua narrazione pubblica viene percepita come condizionata, il sistema perde la sua ragion d'essere.

 

Il contesto giudiziario: un sistema sotto assedio

L'inchiesta del pm Ascione ha già evidenziato designazioni pilotate, arbitri “graditi” e “sgraditi”,

pressioni sulle scelte, episodi come la “bussata” al Var in Udinese–Parma, un quadro di ingerenze che ha portato alla sospensione di Rocchi e all'indagine per frode sportiva.


In questo scenario, la posizione di Marelli – pur non essendo indagato – diventa delicatissima: perché la sua funzione non è giudiziaria, ma mediatica, e proprio per questo dovrebbe essere impermeabile a qualsiasi pressione o informazione riservata.

 

la frattura è ormai evidente

La crisi dell'Open Var non è un incidente isolato. È la conseguenza naturale di un sistema che ha perso coerenza, ha perso credibilità, ha perso trasparenza, e ha permesso che confini invalicabili venissero superati.


Le intercettazioni tra Rocchi e Marelli non sono solo un dettaglio dell'inchiesta: sono la prova che la narrazione arbitrale è stata contaminata.

E quando la narrazione si contamina, il pubblico smette di credere. Le disdette non sono un atto di protesta: sono la reazione fisiologica di chi non si fida più.


Ciò che emerge, in conclusione, è un quadro coerente: il problema non è episodico, ma sistemico.


L’arbitro viene trattato come un elemento della rosa, selezionabile in base ai risultati ottenuti da una squadra mentre la narrazione arbitrale televisiva risulta influenzata da informazioni riservate e pressioni societarie.

Quando chi gioca influenza chi dirige, e quando chi commenta conosce dinamiche interne prima di analizzare gli episodi, la competizione perde la sua neutralità. La fiducia del pubblico crolla, la credibilità del sistema si incrina, la trasparenza evapora.


Interopoli e la crisi dell’Open Var sono due facce della stessa frattura: la trasformazione dell’arbitro da garante a strumento e della moviola da presidio di trasparenza a narrazione condizionata.

 
 
 

Commenti


bottom of page