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Compagni, dietrofront!! Ora l’Inter deve valere poco.

C’è un momento, nella storia delle narrazioni costruite, in cui la realtà presenta il conto. E quel momento, per l’universo mediatico che per anni ha gonfiato artificialmente il valore dell’Inter, è arrivato. È arrivato nel modo più ironico, più beffardo, più devastante: non per un crollo del mercato, non per un’inchiesta, non per un default. Ma per una causa civile in Lussemburgo. Una causa che mette Suning contro Oaktree, il “fallito” Zhang contro il fondo che ha preso il club. Una causa che, se Suning dovesse vincere, obbligherebbe Oaktree a pagare circa 400 milioni. E qui si consuma la commedia finale: per non pagare, Oaktree deve sostenere che l’Inter vale poco.

Sì, proprio quella Inter che fino a ieri veniva raccontata come un colosso da oltre un miliardo. Sì, proprio quella Inter che i media, le agenzie, i consulenti, gli “esperti”, i siti amici, hanno pompato fino allo spasimo. Sì, proprio quella Inter che veniva presentata come un brand globale, un asset strategico, un gigante finanziario. Ora, improvvisamente, deve valere poco. E i nodi vengono al pettine.


La narrazione gonfiata: un sistema perfetto, chiuso, autoreferenziale

Per anni, il valore dell’Inter non è stato un dato: è stato un racconto. Un racconto costruito da un ecosistema smontato pezzo per pezzo: consulenze intrecciate, algoritmi opachi, community orientate, media compiacenti. Il meccanismo era semplice: numeri certificati da KPMG, proiezioni futuristiche di Football Benchmark, valori di mercato dei giocatori modellati da community dichiaratamente interiste, e una stampa pronta a rilanciare tutto come verità assoluta.


Ed è proprio KPMG il fulcro tecnico del bluff. Perché nei suoi modelli di valutazione, il valore dell’Inter veniva gonfiato attraverso una variabile che definire “creativa” è un eufemismo: il valore potenziale di uno stadio che l’Inter non possiede, non controlla e che con ogni probabilità non potrà mai costruire. Un valore ipotetico, teorico, immaginario, inserito come se fosse un asset reale. Un valore che non esiste nei bilanci, non esiste nelle proprietà, non esiste nelle autorizzazioni, e che oggi è ancora più irrealistico alla luce delle indagini serrate per turbativa d’asta che hanno travolto il progetto del nuovo stadio.


Il risultato era una bolla narrativa: l’Inter veniva presentata come un gigante economico anche quando analisi indipendenti – come Forbes – raccontavano una storia molto diversa. Il valore del club veniva costruito su fondamenta inesistenti, su proiezioni fantasiose, su asset immaginari, su algoritmi che premiavano ciò che conveniva premiare. E la stampa, anziché interrogarsi, rilanciava.


Il Patto Marciano: la parte che nessuno spiegava

Ed è qui che entriamo in ciò che la stampa ha sempre evitato di spiegare: il meccanismo giuridico che oggi sta facendo saltare la narrazione.


Nel maggio 2024 Suning non è riuscita a rimborsare a Oaktree il maxi-prestito triennale da circa 375-395 milioni, comprensivo degli enormi interessi accumulati. Di conseguenza, il fondo americano ha escusso il pegno sulle quote del club custodite nella holding lussemburghese Grand Tower S.à r.l., prendendo il controllo automatico dell’Inter. Ma la legge non consente al creditore di appropriarsi di un bene senza bilanciarne il valore: se il valore di mercato dell’Inter è superiore al debito non pagato, Oaktree deve versare a Suning la differenza.


Ecco perché “ballano 400 milioni”. Il cuore dello scontro in Lussemburgo risiede nella stima del valore dell’Inter nel maggio 2024, affidata a periti indipendenti. Suning sostiene che il club valesse 1,2-1,3 miliardi, forte dello scudetto della seconda stella e dei risultati commerciali. Oaktree, invece, applica criteri rigidi e calcola il valore al netto della mastodontica mole di debiti consolidati, incluso il bond da oltre 400 milioni. La discrepanza tra le due valutazioni genera proprio quel divario di circa 400 milioni citato dal giornalista Flavio De Luca intervenuto nella trasmissione "il processo di Biscardi".


"La proprietà non vuole spendere soldi perché ha una spada di Damocle sulla testa che arriverà a scadenza tra fine estate e inizio, perché ha un contenzioso a porte chiuse in Lussemburgo sul valore dell'Inter del 2024. E balano 400 milioni."

A questo si aggiunge un elemento che la stampa ha quasi sempre ignorato: la quota del 31% detenuta da LionRock. Suning aveva l’obbligo contrattuale di rilevarla entro la stessa finestra temporale in cui doveva rimborsare Oaktree. In pratica, nel giro di quarantotto ore avrebbe dovuto trovare liquidità per saldare il prestito e per acquistare la quota minoritaria. Non essendoci riuscita, ha perso tutto il pacchetto azionario. Questo intreccio di scadenze e obblighi ha contribuito a rendere ancora più drammatica la situazione e a precipitare l’escussione del pegno.


Ed è qui che nasce la famosa “spada di Damocle”. Se il tribunale dovesse accogliere le richieste di Suning, Oaktree sarebbe costretta a sborsare una cifra imprevista e massiccia per liquidare i cinesi. Finché questa pendenza non arriverà a una sentenza definitiva, la proprietà tende a mantenere una linea di estrema prudenza, evitando spese folli o sbilanciamenti di cassa. Ecco perché “non vuole spendere”: non è una strategia sportiva, è una precauzione giudiziaria.


Il paradosso giudiziario: quando la verità diventa un problema

La causa in Lussemburgo è il punto di collisione tra la propaganda e il diritto. Per anni la stampa ha idolatrato Zhang, presentandolo come il visionario che aveva portato l’Inter nell’élite europea. Per anni i report “scientifici” hanno gonfiato il valore del club fino a cifre irreali. Per anni si è costruita l’immagine di un impero finanziario solido, innovativo, in crescita. Ora, però, quella stessa narrazione rischia di costare 400 milioni a Oaktree. E allora tutto cambia.


Il sistema mediatico che ha pompato il valore dell’Inter ora deve sgonfiarlo. Gli opinionisti che parlavano di un club da 1,3 miliardi ora riscoprono improvvisamente i debiti, le criticità, le fragilità strutturali. I siti che pompavano ogni dato utile alla narrazione ora frenano, ridimensionano, contestualizzano. Il motivo è semplice: se l’Inter vale tanto, Oaktree rischia di pagare tanto. Se l’Inter vale poco, Oaktree si salva. E allora, compagni, dietrofront: ora l’Inter deve valere poco.


La beffa finale: Zhang, il “fallito”, diventa il detonatore della verità

C’è un’ironia feroce in tutto questo. Zhang, dipinto per anni come il salvatore, poi come il visionario, poi come il martire, poi come il fallito, ora diventa il detonatore della verità. Se vince la causa, costringe il sistema a guardarsi allo specchio. Costringe i media a smentire se stessi. Costringe i consulenti a ridimensionare i loro algoritmi. Costringe le community a rivedere i loro valori. Costringe Oaktree a dichiarare che l’Inter vale poco. E costringe tutti a fare ciò che non hanno mai voluto fare: ammettere che la narrazione era una costruzione, non una realtà.


Conclusione: il bluff è finito

La verità è semplice: il sistema che ha gonfiato il valore dell’Inter ora deve sgonfiarlo. La narrazione che ha idolatrato Suning ora deve ridimensionarlo. La stampa che ha costruito un gigante ora deve raccontare un club fragile. I consulenti che hanno pompato numeri ora devono spiegare perché quei numeri non valgono in tribunale. Il bluff è finito. E non perché qualcuno l’ha smascherato: ma perché la realtà, finalmente, ha presentato il conto.


 
 
 

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