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Chi stavano intercettando davvero a San Siro?

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il sillogismo della soglia edittale e i suoi limiti

C'è un equivoco che attraversa il dibattito sulle presunte intercettazioni di San Siro: l'idea che, siccome la frode sportiva oggi supera i cinque anni di pena massima, allora "si possono fare intercettazioni" e dunque "quelle intercettazioni sono sicuramente nate da questa indagine". È un sillogismo comodo, quasi rassicurante nella sua linearità, ma non regge alla prova del diritto processuale. E soprattutto non regge alla prova della logica investigativa.

La soglia edittale è solo il punto di partenza

Perché l'art. 266 c.p.p. non è una porta che si apre con una chiave sola. La soglia edittale è il primo livello, quello che consente di dire che un reato è astrattamente intercettabile. Ma l'astrazione non autorizza nulla: è solo il punto di partenza. Il secondo livello — quello che decide davvero — è la verifica della necessità, della proporzione, dell'indispensabilità. È lì che si gioca la partita. Ed è lì che un reato episodico, non strutturato, non associativo come la frode sportiva incontra un ostacolo evidente: motivare un'ambientale non è impossibile, ma è certamente più difficile. E questo basta per dire che non possiamo automaticamente attribuire quell'audio a questa indagine.

Intercettazioni di contesto e intercettazioni in flagranza: non è la stessa cosa

C'è poi un altro elemento che nel dibattito pubblico è rimasto completamente fuori fuoco. Le intercettazioni non sono tutte uguali. Quelle che hanno fatto scuola — come il celebre "così supercazzoliamo la Consob" del caso Juventus — erano intercettazioni di contesto: persone che parlano in astratto di un comportamento potenzialmente illecito. È come dire: "Sto pensando di uccidere Mario". Molto diverso è intercettare qualcuno mentre il reato si consuma: "Sono a casa di Mario e lo sto uccidendo". Le prime sono frequenti, fisiologiche, spesso inevitabili. Le seconde sono rare, delicate, difficili da giustificare. E qui, invece, si parla — o si lascia intendere — di un'ambientale che cattura il momento stesso in cui si consumerebbe il presunto illecito. È un salto qualitativo enorme, che richiede una motivazione altrettanto enorme.

Un solo audio: la domanda che nessuno fa

Ma c'è un dato ancora più semplice, quasi banale, che però nessuno sembra voler guardare: se Rocchi fosse stato davvero sotto intercettazione, non avremmo un solo audio. Un'ambientale non è una fotografia: è un flusso continuo. Registra tutto, per giorni o settimane. Se il bersaglio fosse stato Rocchi, avremmo captazioni a Lissone, a Coverciano, in riunioni, in spostamenti, in briefing. Invece non c'è nulla. Nulla fuori da San Siro. E quando un'ambientale produce un solo audio, e sempre nello stesso luogo, la domanda non è "perché intercettavano Rocchi?". La domanda è: chi stavano intercettando a San Siro?

San Siro non è un luogo neutro

Perché San Siro non è un luogo neutro. È un crocevia. In quello stadio, in quel periodo, circolavano soggetti coinvolti in filoni molto più gravi della frode sportiva: rapporti tra ultras e dirigenti, dinamiche di sicurezza, gestione dei biglietti, possibili reati associativi, possibili reati economici, possibili episodi di violenza privata aggravata. Reati per cui la soglia è superata, la natura è strutturata, la captazione è tipica, la motivazione è semplice. È infinitamente più plausibile che una microspia fosse stata installata per uno di questi filoni, non per un episodio di frode sportiva.

Il principio del materiale di reato diverso

E qui si innesta un meccanismo che il pubblico raramente conosce, ma che nella pratica giudiziaria è ordinario: le intercettazioni nate in un'indagine possono essere utilizzate per aprirne un'altra. È il principio del "materiale di reato diverso": se durante un'attività autorizzata per un certo fatto emergono indizi di un reato ulteriore, la Procura può trasmettere gli atti e aprire un nuovo fascicolo. È un passaggio previsto, fisiologico, quasi quotidiano. Ma funziona in un solo senso: l'intercettazione nasce altrove, e poi viene "girata" al fascicolo nuovo. Non il contrario.

Da dove nasce davvero questa inchiesta?

E allora la domanda che nessuno sta facendo diventa inevitabile: da dove nasce davvero questa inchiesta? Perché non nasce dall'esposto di Rocca. Non nasce dalla denuncia del tifoso del Verona. Non nasce da un input sportivo. Non nasce da un sospetto su Rocchi. Se non nasce da lì, allora deve nascere altrove. Da un altro reato. Dalla presenza, nell'incontro di San Siro, di un soggetto già attenzionato in un'altra indagine: un'indagine con caratteristiche tali da rendere giustificabile un'ambientale, perché legata a un presunto reato "importante", strutturato, tipicamente intercettabile. In quel caso, la microspia non sarebbe stata installata per Rocchi, ma avrebbe semplicemente captato anche lui mentre parlava con chi era già sotto controllo.

Un cambio di prospettiva

Il punto, alla fine, è tutto qui. La frode sportiva oggi è astrattamente intercettabile, sì. Ma un'ambientale per questo reato è difficile da motivare. E il fatto che esista un solo audio, e solo in uno stadio, sposta il baricentro dell'intera vicenda: non su Rocchi, ma sul luogo. Non sull'arbitro, ma sull'ambiente. Non sulla partita, ma su ciò che si muoveva attorno a quella partita. È un cambio di prospettiva che non risolve il caso, ma lo illumina. E che soprattutto restituisce alla domanda iniziale la sua forma corretta: non "perché intercettavano Rocchi?", ma "chi stavano intercettando davvero?". Una domanda che, per ora, resta senza risposta. Ma che è l'unica che valga la pena di porsi.

 
 
 

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