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Chi ha schiacciato i cuori dell'Heysel?

  • Immagine del redattore: Debora
    Debora
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Heysel, 41 anni dopo.


E' una ferita che ancora sanguina, anche dopo 41 anni, che non si rimarginera' mai. Una domanda a cui non sappiamo dare una risposta.

Si può morire per una partita di calcio? NO.


Il 29 maggio 1985 è una data che l’Italia non ha mai davvero dimenticato, anche se per troppo tempo ha fatto finta di farlo. Quella sera, allo stadio Heysel di Bruxelles, 39 tifosi — in gran parte italiani, in gran parte juventini — persero la vita travolti dalla violenza degli hooligans inglesi, schiacciati contro un muro che non avrebbe mai dovuto cedere. Una tragedia che precedette la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, trasformando una festa attesa da milioni di persone in un lutto collettivo.


Io, allora, avevo 12 anni. Avevo aspettato quella partita con l’impazienza e la purezza che solo un bambino conosce. La Juventus in finale, la televisione accesa, la famiglia riunita. E poi, all’improvviso, il caos. Le immagini confuse, i corpi che cadevano, la telecronaca che non sapeva cosa dire. Non capivo. Non riuscivo a comprendere come si potesse morire per una partita di calcio, come la violenza potesse irrompere così brutalmente in un luogo che doveva essere soltanto sport, passione, appartenenza.


Il 30 aprile 2026, quasi 41 anni dopo, la Camera dei Deputati ha approvato l’istituzione del 29 maggio come Giornata della Memoria per le vittime dell’Heysel. Un atto dovuto, tardivo, ma finalmente reale. Ora la proposta passerà al Senato, ma il segnale politico e civile è arrivato: il Paese riconosce ufficialmente ciò che per decenni è rimasto affidato soltanto alle famiglie, ai superstiti, ai tifosi che non hanno mai smesso di ricordare.


È un riconoscimento che arriva con un ritardo che pesa. Perché la memoria non dovrebbe mai essere un optional, né un gesto burocratico. È un dovere morale. È il modo in cui una comunità decide chi vuole essere.


La tragedia dell’Heysel non è stata “colpa del calcio”, come qualcuno ha provato a dire negli anni. È stata il risultato di una cultura della violenza che allora veniva tollerata, minimizzata, quasi accettata come parte del folklore sportivo. Una cultura che ha schiacciato vite, famiglie, destini.


E oggi, mentre il Parlamento compie finalmente un passo che molti attendevano da tempo, resta una domanda che continua a risuonare, come un’eco che non si spegne. Una domanda che Claudio Baglioni ha trasformato in poesia e che ancora oggi ci interroga:

“Chi ha schiacciato i cuori dell’Heysel?”


La risposta non è semplice. Non è una sola. È un intreccio di responsabilità, omissioni, follie collettive. Ma ricordare significa almeno provare a non ripetere. Significa guardare in faccia quella notte e dire che non può e non deve più accadere.


Il 29 maggio diventerà — finalmente — un giorno per fermarsi. Per leggere quei 39 nomi. Per restituire dignità a un dolore che non ha mai avuto davvero giustizia. Per ricordare che lo sport è vita, non morte. E che nessun muro, mai più, dovrà cedere sotto il peso dell'odio.

 
 
 

1 commento


ing.andrea.lelli
2 giorni fa

Grazie Debora.

Articolo centrato, "delicato", profondamente rispettoso ma non privo della giusta dose di analisi critica, perché il ricordo diventi memoriale, perché il cordoglio non divenga mai rassegnazione.

Andrea (@Pinkfloyd762910)

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