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Carnevali, Ginevra Elkann e la Juventus

  • Immagine del redattore: Antonio
    Antonio
  • 8 minuti fa
  • Tempo di lettura: 8 min
Dopo la tempesta: diplomazia, non potere

C’è un filo rosso che attraversa vent’anni di storia juventina e che, per quanto i tifosi preferiscano concentrarsi sul campo, racconta molto più del destino di una squadra di calcio: è il filo del potere, della sua conquista, della sua perdita e della sua lenta, faticosa ricostruzione. Perché la Juventus non è mai stata soltanto una società sportiva; è stata un’istituzione, un attore politico, un soggetto capace di influenzare equilibri, linguaggi, rapporti di forza. E proprio per questo, quando è stata colpita, non lo è stata mai nel momento della debolezza, ma sempre nel momento della massima forza.

Ciò che deve recuperare la Juve: credibilità politica 

Come già abbiamo avuto modo in un articolo precedente di raccontare, la realtà che pochi forse riescono ad accettare è che Calciopoli arriva nel 2006 quando la Juventus di Moggi e Giraudo domina il calcio italiano con una superiorità non solo tecnica ma soprattutto politica, con una rete di relazioni, alleanze e capacità di gestione che nessun altro club possedeva. Prisma arriva nel 2021 quando la Juventus di Agnelli, Marotta e Paratici è al suo apice europeo, quando il presidente bianconero guida l’ECA, quando il club ha un peso determinante nei tavoli UEFA e un’influenza crescente nella governance del calcio continentale. È difficile non vedere un pattern: la Juventus è stata colpita quando era troppo forte, non quando era fragile. E se si vuole individuare un obiettivo, non necessariamente l’unico ma certamente uno dei principali, non lo si trova nella classifica, ma nella geografia del potere.


Perché Calciopoli non ha solo retrocesso la Juventus: l’ha decapitata. Ha eliminato la Triade, ha smantellato la struttura di comando più solida del calcio italiano, ha cancellato un modello di gestione che, piaccia o no, aveva costruito un sistema di relazioni che garantiva alla Juventus un peso specifico superiore a quello di qualsiasi altro club. Prisma ha fatto lo stesso: ha rimosso Agnelli, ha spinto fuori Paratici, ha dissolto la dirigenza, ha isolato il club, l’ha reso vulnerabile, l’ha privato di rappresentanza e di interlocutori. In entrambi i casi, la Juventus non ha perso solo punti: ha perso potere.


E quando un club perde potere, succede una cosa che non alla maggioranza dei tifosi non piace: non può permettersi di sfidare il sistema che l’ha colpito. Può solo tentare di rientrarci. È qui che si colloca la scelta di portare Giorgio Chiellini nel consiglio federale in quota Lega Serie A: non un atto di resa, ma un atto di sopravvivenza. La Juventus ha capito che, dopo essere stata espulsa dal sistema, l’unica strada per non esserne definitivamente soffocata era quella di fare buon viso a cattivo gioco, di mostrarsi collaborativa, istituzionale, prevedibile. Chiellini, con la sua credibilità trasversale, è stato il primo passo di questa strategia: un volto rispettato, non divisivo, capace di rappresentare la Juventus senza riattivare anticorpi politici.

Giovanni Carnevali: più di un semplice direttore tecnico 

Il secondo passo è arrivato con la scelta di Giovanni Carnevali. Una scelta che ha diviso i tifosi, tra chi vede in lui un dirigente competente e chi lo considera un emissario di Marotta, complice il rapporto personale che li lega. Ma questa lettura è superficiale, perché riduce una decisione geopolitica a una questione di simpatie. Carnevali non è un uomo di Marotta: è un uomo del sistema. È un dirigente che conosce i codici del calcio italiano, che sa come muoversi nei corridoi, che non crea conflitti, che non polarizza, che non spaventa nessuno. È, in altre parole, esattamente il tipo di dirigente che un club politicamente indebolito deve scegliere se vuole rientrare nel sistema senza essere percepito come una minaccia.


E qui torna attuale una delle frasi più celebri dell’Avvocato Agnelli, pronunciata quando la Juventus prese Moggi: «Lo stalliere del re deve conoscere tutti i ladri di cavalli». È una frase che non parla di moralità, ma di realismo. Significa che, in un ambiente complesso, opaco, competitivo come il calcio italiano, non basta avere un dirigente competente: serve qualcuno che conosca il sottobosco, che sappia evitare le trappole, che sappia riconoscere i segnali, che sappia muoversi tra equilibri instabili. Moggi era questo. Carnevali è la versione istituzionale, addomesticata, compatibile di questo concetto. Non è un uomo forte, non è un rivoluzionario, non è un innovatore. È uno che conosce i ladri di cavalli. E oggi, per la Juventus, questo è più utile di qualsiasi visionario internazionale.


Perché la Juventus non può più permettersi un uomo forte. Non può permettersi un dirigente che polarizza, che divide, che attira attenzioni, che genera sospetti, che produce reazioni. Non può permettersi un nuovo Moggi, un nuovo Marotta, un nuovo Paratici. Non può permettersi un dirigente internazionale che chieda poteri pieni, autonomia totale, rivoluzione dei processi, controllo su scouting, academy, metodologia. Non può permettersi un profilo che, per essere efficace, richieda un club forte, stabile, protetto. Perché la Juventus, ad oggi, non è nessuna di queste cose.


La Juventus può permettersi solo una cosa: ricostruire. E per ricostruire non serve un monarca, serve una triade. Carnevali per la politica, Chiellini per l’identità, Tognozzi (o una figura simile) per la parte tecnica. È una triade moderna, meno romantica di quella di Moggi‑Giraudo‑Bettega, meno scintillante di quella di Marotta‑Paratici‑Nedved, ma coerente con il momento storico. Carnevali ricostruisce le relazioni, Chiellini ricostruisce la credibilità, un bravo DS ricostruisce la squadra. È un modello che non punta a dominare il sistema, ma a rientrarci in punta di piedi. Non punta a imporre, ma a sopravvivere. Non punta a vincere la guerra, ma a evitare di perderla prima ancora di combatterla.


E allora sì, forse per capire la strategia della Juventus non serve aspettare la composizione societaria: la strategia è già leggibile. La Juventus ha scelto la strada dell’integrazione, non della sfida. Ha scelto la diplomazia, non il conflitto. Ha scelto la compatibilità, non la rottura. Ha scelto di tornare nel sistema, non di dominarlo. È una scelta che non entusiasma, che non accende la fantasia, che non produce slogan, ma che risponde a una verità semplice: dopo essere stata colpita due volte nel momento della massima forza, la Juventus non può più permettersi di essere percepita come un corpo estraneo. Deve tornare a essere parte del sistema. E per farlo, deve scegliere dirigenti che il sistema accetta.


La Juventus tornerà forte quando avrà ricostruito relazioni, alleanze, rappresentanza, stabilità. Quando avrà di nuovo una voce nei tavoli che contano. Quando avrà smesso di essere un bersaglio e sarà tornata a essere un interlocutore. Quando avrà ricostruito il potere che Calciopoli e Prisma le hanno tolto. Carnevali non è il punto di arrivo: è il punto di partenza. È il primo passo di una strategia che non punta a vincere subito, ma a tornare a esistere. E in un calcio italiano che ha già dimostrato di saper affogare la Juventus quando è troppo forte, questa è la scelta più rivoluzionaria che la Juventus potesse fare.

Ginevra Elkann: la presidenza come atto politico, non sportivo

Se davvero Ginevra Elkann dovesse diventare presidente della Juventus, non sarebbe un gesto di continuità familiare né un ritorno romantico alle radici, ma un atto politico di una chiarezza quasi chirurgica. La Juventus, dopo Prisma, ha capito che non può più permettersi presidenti operativi, presidenti carismatici, presidenti che incarnano una visione o un progetto personale. Ha bisogno di una figura istituzionale, elegante, non divisiva, capace di rappresentare il club senza generare anticorpi nel sistema che l’ha colpita due volte nel momento della massima forza. Ginevra Elkann sarebbe esattamente questo: una presidente di rappresentanza, non di comando; un volto che rassicura, non che spaventa; un simbolo di stabilità, non di ambizione. Sarebbe la conferma definitiva che la Juventus ha scelto la strada della normalizzazione, del rientro nel sistema, della diplomazia. E sarebbe anche un messaggio interno: la Juventus torna in casa, ma non per tornare a dominare — per tornare a esistere.

La triade Carnevali‑Chiellini‑MisterX: la modernità senza muscoli

La Juventus ha sempre funzionato quando ha avuto una struttura plurale, una triade, un equilibrio di poteri complementari. La triade moderna che si sta delineando — Carnevali, Chiellini, Mister X — non ha nulla della potenza muscolare delle triadi del passato, ma ne conserva la logica profonda: la divisione dei ruoli, la specializzazione delle funzioni, la complementarità delle competenze. Carnevali è il gestore politico, l’uomo che conosce i codici del sistema, lo stalliere che sa riconoscere i ladri di cavalli. Chiellini è la figura identitaria, la voce istituzionale, il ponte tra società e squadra, l’ex capitano che può sedersi nei consigli senza generare sospetti. Mister X dovrà essere il costruttore tecnico, l’uomo che deve ricostruire la Juventus sul campo, con metodo, scouting, visione. È una triade meno romantica, meno epica, meno scintillante, ma perfettamente coerente con il momento storico: una triade che non punta a dominare, ma a sopravvivere; non punta a imporre, ma a rientrare; non punta a comandare, ma a non essere più colpita.

Come cambierebbero i rapporti con FIGC e Lega con Chiellini vicepresidente

Il passaggio di Chiellini come vicepresidente della Juventus avrebbe un impatto immediato e profondo sui rapporti con FIGC e Lega. Non perché Chiellini sia un uomo di potere — non lo è — ma perché è un uomo di credibilità. È rispettato da tutti, non porta rancori, non è percepito come minaccia, non appartiene a correnti, non ha un passato da dirigente “muscolare”. È l’unico ex capitano della Juventus che può sedersi nei tavoli istituzionali senza riattivare anticorpi politici. Con Chiellini vicepresidente, la Juventus tornerebbe ad avere una voce nei consigli che non genera sospetti, che non polarizza, che non divide. La FIGC lo ascolterebbe, la Lega lo considererebbe un interlocutore affidabile, i club non lo percepirebbero come un emissario di potere. Sarebbe il primo passo per ricostruire alleanze, per tornare a essere parte del sistema, per smettere di essere un corpo estraneo. È la diplomazia che sostituisce la forza, la credibilità che sostituisce l’influenza, la rappresentanza che sostituisce il comando.

La triade Agnelli‑Nedved‑Paratici era troppo muscolare?

Forse sì. Forse la triade Agnelli‑Nedved‑Paratici non era mal assortita tecnicamente, ma era troppo muscolare politicamente. Agnelli era un presidente ambizioso, europeo, capace di sedersi ai tavoli UEFA con un peso che nessun altro presidente italiano aveva. Nedved era un vicepresidente emotivo, frontale, simbolico, spesso percepito come provocatorio. Paratici era un direttore sportivo iperattivo, spregiudicato, capace di muoversi sul mercato con una libertà che pochi altri avevano. Era una triade potentissima, ma anche una triade che generava sospetti, reazioni, resistenze. Era una triade che sembrava voler dominare, non partecipare. E che come tale, nel calcio italiano, non poteva durare. E Prisma è stato il modo in cui il sistema ha ricordato alla Juventus che, in Italia, il potere non si prende: si negozia.

La Juventus che torna a esistere

La Juventus che sta nascendo oggi non è la Juventus che molti tifosi sognano, ma è l’unica Juventus possibile in questo momento storico. È una Juventus che ha capito che il potere non si ricostruisce con la forza, ma con la pazienza; non con la sfida, ma con la diplomazia; non con l’ambizione, ma con la credibilità. È una Juventus che ha imparato che il sistema non si affronta quando si è deboli, ma quando si è tornati a essere parte del sistema. È una Juventus che ha scelto Carnevali non per vincere il mercato, ma per non perdere la politica; che ha scelto Chiellini non per comandare, ma per rappresentare; che potrebbe scegliere Ginevra Elkann non per guidare, ma per garantire. È una Juventus che non vuole più essere un corpo estraneo, ma un interlocutore. È una Juventus che non vuole più essere colpita, ma ascoltata. È una Juventus che non vuole più essere eccezionale, ma normale — almeno per un po’. Perché solo tornando normale potrà tornare, un giorno, a essere eccezionale.


E all’alba di una sentenza che potrebbe riaprire spiragli verso la possibilità di una revisione del proprio passato, questa scelta di una linea più morbida potrebbe in un primo momento sembrare un paradosso. Perché intuitivamente cercare di rientrare in punta di piedi proprio nel sistema a cui si potrebbe chiedere conto del passato, sembra evidentemente una resa e potrebbe far pensare ad una sicura immobilità. Invece forse è vero il contrario: è proprio una Juventus che arriva “debole” che può agire in maniera forte se la giustizia europea gli darà gli strumenti, perché non percepita come un club che vuole ribaltare il sistema, come chi vuole fare la guerra o che voglia utilizzare la CGUE come un’arma politica. Ma al contrario, presentandosi al sistema con un assetto societario che non può essere inteso come d’assalto, la Juventus porterà l’autorevolezza di chi non vuole scontri, ma solo che sia rispettato il diritto. La Juventus deve rientrare nel sistema proprio per essere in una posizione autorevole per chiedere: prima si normalizza, poi si rivendica. Prima si diventa interlocutore, poi si fanno valere i propri diritti. 


 
 
 

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