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Calciopoli e il segreto istruttorio violato

Quando una fuga di notizie salvò l'Inter e condannò la Juventus

Mentre la Procura di Milano gestisce con rigore esemplare il segreto sull'inchiesta Rocchi, vale la pena ricordare cosa successe vent'anni fa, quando qualcuno decise che quel segreto non era cosa sua.

C'è una differenza enorme tra il giornalismo che racconta ciò che sa e il giornalismo che racconta ciò che immagina presentandolo come realtà acquisita. In queste settimane, leggendo le ricostruzioni dei principali organi di stampa sull'inchiesta della Procura di Milano che ha nel mirino l'ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi e l'intero sistema delle designazioni in Serie A, si ha la netta sensazione di assistere alla seconda categoria. "Saprebbe", "avrebbe detto", "starebbe emergendo": il condizionale usato come scudo grammaticale per spacciare illazioni come esclusivi. Calcio e Finanza scrive che Rocchi non avrebbe parlato con nessuno. La Repubblica sostiene il contrario, che avrebbe interloquito con tutte le società. Entrambe non possono avere ragione. E probabilmente nessuna delle due ha accesso a ciò che conta davvero.

Il motivo è semplice, e fa onore al lavoro del PM Maurizio Ascione: il segreto istruttorio, in questa indagine, è stato custodito con una serietà che nel calcio italiano non è affatto scontata. Nessun verbale trapelato. Nessuna intercettazione pubblicata. Nessun nome dei testimoni confermato ufficialmente. I giornali si nutrono di retroscena e suggestioni, ma il nucleo dell'inchiesta rimane blindato. E questo è esattamente come dovrebbe essere.

Per capire perché, basta tornare indietro al maggio 2006

L'Espresso, il "libro nero" e la fine di un'indagine

Calciopoli è lo scandalo che ha segnato per sempre il calcio italiano, o almeno così viene raccontato. La realtà, emersa con anni di ritardo e confermata da chi quelle indagini le condusse, è più complessa e molto più scomoda per chi ne ha beneficiato.

L'ex Procuratore della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore, che guidò il filone penale dell'inchiesta, ha raccontato con chiarezza come si svolsero i fatti: le indagini erano partite dalla Juventus perché era il club sul quale si erano raccolti più elementi, ma l'intenzione era di estenderle ad altre squadre — quasi tutte, disse Lepore senza giri di parole. Il 22 maggio 2006, tuttavia, L'Espresso pubblicò un dossier di 428 pagine, ribattezzato "Il libro nero del calcio", contenente le intercettazioni ancora coperte da segreto istruttorio. Il risultato fu immediato e devastante: tutti i telefoni sotto sorveglianza vennero chiusi, gli indagati smisero di parlare, e l'inchiesta rimase congelata sulla sola Juventus.

Lo stesso Lepore fu esplicito nell'indicare la dinamica: la fuga di notizie proveniva da persone esterne all'indagine ma che avevano interesse a bloccarla. Dopo quella pubblicazione, i telefoni cominciarono a tacere e non fu più possibile portare avanti gli altri filoni dell'inchiesta.

La prima vittima successiva sarebbe stata l'Inter. Come confermò nel 2011 anche il procuratore federale Stefano Palazzi, che chiuse la cosiddetta Calciopoli bis con una relazione di 72 pagine, le intercettazioni in suo possesso — le telefonate di Massimo Moratti e Giacinto Facchetti ai designatori Bergamo e Pairetto — erano sufficienti a certificare una responsabilità diretta nel condizionamento del settore arbitrale. A salvare il club nerazzurro fu esclusivamente la prescrizione, intervenuta perché il tempo necessario per aprire un nuovo procedimento era già scaduto nel momento in cui quelle intercettazioni vennero finalmente esaminate.

Le intercettazioni che scomparvero

La storia è ancora più opaca se si considera cosa accadde prima della pubblicazione sul settimanale. Documenti successivamente analizzati dalla difesa di Luciano Moggi nel processo di Napoli rivelarono che il nucleo dei Carabinieri incaricato delle intercettazioni aveva classificato le telefonate di Giacinto Facchetti e Massimo Moratti con Bergamo con il massimo grado di rilevanza — il cosiddetto "triplo baffo rosso" — esattamente come quelle di Moggi. Eppure, mentre quelle del dirigente bianconero erano regolarmente confluite nei fascicoli dei PM, quelle dei vertici nerazzurri non erano mai arrivate ai magistrati.

Per i Carabinieri che erano all'ascolto, le telefonate di Facchetti e Moratti erano rilevanti almeno quanto quelle di Moggi. Eppure alcune centinaia di intercettazioni, tutte segnalate come significative, si persero nel passaggio tra chi le aveva classificate e chi avrebbe dovuto trasmetterle all'autorità giudiziaria.

Il contenuto di quelle telefonate, emerso solo anni dopo, era inequivocabile. Tra le 74 intercettazioni alla base della linea difensiva di Moggi nel processo di Napoli, 43 riguardavano l'Inter: 40 vedevano Facchetti parlare con tutti e sette i designatori monitorati, le restanti coinvolgevano Moratti direttamente. L'avvocato difensore di Moggi definì "madre di tutte le intercettazioni" la telefonata tra Facchetti e Bergamo del 23 dicembre 2004, nella quale il presidente dell'Inter discuteva apertamente di designazioni arbitrali chiedendo di inserire Collina per una partita contro la Juventus.

Il segreto istruttorio non è un dettaglio burocratico

Vent'anni dopo, mentre una nuova inchiesta scuote il mondo arbitrale italiano, quella lezione dovrebbe essere patrimonio comune. Il segreto istruttorio non è una formalità procedurale: è il presupposto che consente a un'indagine di svilupparsi senza che gli indagati possano chiudere i canali di comunicazione, concordare versioni, eliminare prove, o semplicemente smettere di fare ciò che facevano. Violarlo — che si tratti di un giornalista compiacente, di un inquirente infedele o di un editore spregiudicato — non è un'esclusiva giornalistica. È sabotaggio.

Nel 2006 quel sabotaggio produsse effetti concreti e misurabili: un'indagine troncata, una squadra salvata dalla prescrizione, un'altra condannata in solitudine. La storia ha poi restituito, almeno parzialmente, una verità più complessa. Ma la Juventus ha pagato un prezzo reale — in punti, in titoli, in Serie B — per una vicenda in cui il club più potente coinvolto nella stessa inchiesta uscì illeso.

Oggi la Procura di Milano lavora in silenzio. I giornali si inseguono con ricostruzioni contraddittorie, e la tentazione di trasformare l'indagine in un campo di battaglia narrativo è evidentemente forte. Ma ogni intercettazione pubblicata prima del tempo, ogni verbale trapelato, ogni nome bruciato anzitempo è un potenziale colpo alle indagini stesse.

Sarebbe interessante sapere quanti di quelli che oggi invocano trasparenza sull'inchiesta Rocchi si ricordano, o preferirebbero dimenticare, cosa produsse la trasparenza forzata del 2006.

 
 
 

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