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Baresi, Scirea, Riva e la Bestia Nerazzurra

4 ago
Tempo di lettura: 7 min
Il calcio che abbiamo perso e quello che ci vogliono imporre
Le bandiere che non ci sono piu

Ci sono uomini che non appartengono soltanto alla storia del calcio, ma alla storia morale di un Paese.

Uomini che hanno incarnato un codice etico, un modo di stare al mondo, un'idea di sport che oggi sembra lontana, quasi irraggiungibile. Franco Baresi, Gaetano Scirea, Gigi Riva: tre bandiere che non hanno solo giocato, ma hanno educato.

Hanno insegnato che il calcio e silenzio, sacrificio, rispetto, dignita. Che la maglia non e un privilegio, ma una responsabilita. Che il talento non vale nulla senza la schiena dritta.


La loro scomparsa - fisica o simbolica - non e solo un lutto sportivo. E la perdita di un riferimento morale. E il segnale che un'epoca e finita, e che cio che resta oggi e un movimento che ha smarrito i propri valori fondativi. Non e un caso che, mentre salutiamo un gigante come Baresi, ci ritroviamo a discutere di un sistema calcio che non promuove piu meritocrazia, dignità, rispetto delle regole e degli uomini. Un sistema che, invece di formare nuovi Baresi, Scirea o Riva, sembra impegnato a costruire un modello opposto: rumoroso, divisivo, opaco, politicizzato.


E il dolore per Baresi non e un dolore isolato. E lo stesso dolore che abbiamo provato quando abbiamo perso Scirea, l'uomo che non ha mai alzato la voce, che non ha mai cercato un titolo di giornale, che ha incarnato la purezza del ruolo, la compostezza, la nobiltà del gesto. E il dolore che abbiamo provato quando abbiamo perso Gigi Riva, che ha scelto di restare a Cagliari per dignita, per amore, per coerenza, rifiutando contratti, potere, gloria.


Baresi, Scirea, Riva non sono solo tre campioni. Sono tre modi di intendere la vita. Tre modi di intendere lo sport. Tre modi di intendere la responsabilità. Sono la prova vivente che il calcio puo essere un luogo dove gli uomini crescono, si formano, diventano migliori. E sono la prova vivente che oggi quel luogo non esiste più.


Quando se ne va un uomo cosi, non perdiamo solo un giocatore. Perdiamo un simbolo. Perdiamo un codice. Perdiamo un riferimento. Perdiamo la memoria di ciò che il calcio dovrebbe essere. E cio che il calcio non è più.

 

Le figure che uniscono e quelle che disuniscono

Ed e proprio osservando queste bandiere che comprendiamo la frattura culturale del calcio italiano. Ci sono figure che uniscono, che fanno innamorare, che tengono insieme un Paese intero: Baresi, Scirea, Riva. Uomini che non hanno mai diviso, mai insultato, mai alimentato odio. Uomini che hanno fatto tifare per l'Italia anche chi non tifava per il loro club. Uomini che hanno trasformato la Nazionale in un sentimento collettivo, non in una fazione.


E poi ci sono figure che disuniscono, che dividono, che polarizzano, che trasformano la maglia azzurra in un'estensione di appartenenze di club.

Figure che alimentano la cultura deldisprezzo, della superiorita, della provocazione. 

Figure che, con comportamenti, dichiarazioni oatteggiamenti, hanno contribuito a far si che una parte del Paese arrivasse perfino a tifare contro la Nazionale.


In questo quadro, non si può ignorare il ruolo di Ignazio La Russa, che con i suoi comportamenti pubblici e le sue dichiarazioni apertamente parziali e diventato uno dei simboli piu evidenti della disunione. Il suo discorso in Senato, intriso di riferimenti calcistici di parte, pronunciato da una delle massime cariche istituzionali dello Stato, ha rappresentato per molti italiani la conferma che la neutralita, il senso delle istituzioni e il rispetto del ruolo sono stati sacrificati sull'altare della tifoseria.


Quando un Presidente del Senato si esprime come un capo ultras, non unisce: divide. Non rappresenta: schiera. Non tutela la Nazionale: la frammenta. E alimenta quella percezione tossica per cui l'Italia non e più la squadra di tutti, ma la squadra di qualcuno.

Non e un caso che, negli ultimi anni, la Nazionale sia diventata percepita come “di qualcuno” e non “di tutti”. Non e un caso che, mentre i simboli che univano se ne vanno, emergano protagonisti che dividono. Non e un caso che, mentre i valori si dissolvono, la Bestia Nerazzurra si rafforza.

 

Il nuovo corso della Nazionale e la Bestia Nerazzurra

E in questo contesto che nasce il cosiddetto “nuovo corso” della Nazionale italiana, presentato da Giovanni Malago come un progetto di rinascita, ricostruzione, visione. Ma la retorica della rinascita non può nascondere cio che molti osservatori - da Fabio Ravezzani a Ivan Zazzaroni - hanno denunciato negli anni: l'esistenza di un sistema mediatico e istituzionale che ruota attorno a un baricentro di influenza ben preciso, ribattezzato da piu analisti come Bestia Nerazzurra, un ecosistema narrativo e politico che da anni orienta scelte, equilibri e destini del calcio italiano.


Secondo numerosi editoriali, il suo epicentro sarebbe Giuseppe Marotta, indicato come figura di enorme peso nel palazzo del calcio. Non e un mistero che Marotta abbia espresso posizioni nette su arbitraggi, corsi arbitrali, equilibri federali, perfino sulla scelta dei vertici della FIGC. Lo abbiamo visto accanto a Gianluca Rocchi a parlare di formazione arbitrale; abbiamo letto ricostruzioni su incontri e pressioni per sostenere nuovi assetti federali e candidature di vertice.

 

Governance senza valori: Pirlo fuori, Mancini dentro

In questo clima, la governance del calcio italiano sembra aver smesso di essere garante di regole e valori, diventando piuttosto gestore di equilibri politici. 


Il caso piu emblematico e quello di Andrea Pirlo, inizialmente indicato come candidato forte per la panchina della Nazionale. Malago ha dichiarato che la sua esclusione e stata dettata da “ragioni di opportunita”, legate a una collaborazione pregressa non comunicata in modo trasparente. Ma la percezione diffusa - alimentata anche da commentatori come Paolo Bargiggia - e che Pirlo sia stato silurato non per motivi tecnici o etici, bensi perche non sostenuto da una determinata frangia di potere.

La stessa Federazione che giudica “non opportuno” Pirlo, accoglie invece figure come Gabriele Oriali, il cui nome e legato al caso Recoba e alla falsificazione del passaporto uruguaiano.

E affida la Nazionale a Roberto Mancini, che negli anni di Calciopoli si vanto pubblicamente di guidare una squadra “penalizzata dal sistema Juventus”, salvo poi emergere - attraverso le note intercettazioni di Facchetti valutate da Palazzi - che l'illecito sportivo attribuito all'Inter era grave e coperto dalla prescrizione.

 

La giustizia sportiva come clava: il pensiero di Berruto

Per comprendere il cuore del problema, e utile richiamare le parole di Mauro Berruto, che ha piu volte descritto la giustizia sportiva come strumento usato artatamente per colpire chi non si allinea politicamente al potere.


Secondo questa lettura, la giustizia sportiva non e un presidio neutrale di regole, ma una clavaselettiva: per la stessa fattispecie di irregolarita, alcune società vengono distrutte, altre sfiorate appena.


Le pressioni su un componente della CoViSoc, la vicenda della doppia curva, il caso del petardo lanciato contro un calciatore avversario in Inter-Genoa, le intercettazioni di Arbitropoli, il caso Carassai e il dossier San Siro con Antonello indagato: sono fatti che delineano un quadro di opacità sistemica. Non e l'esempio da seguire, non e il terreno in cui si formano uomini come Baresi, Scirea, Riva.

 

Due pesi e due misure: la regola non e più la regola

Il principio dei due pesi e due misure attraversa tutti i livelli del calcio italiano. La Juventus e stata colpita duramente in più occasioni: dal caso Conte-scommesse, con il celebre “non poteva non sapere”, al caso infiltrazioni 'ndrangheta in curva, con Andrea Agnelli convocato in Commissione Antimafia, squalificato e con la curva chiusa. In altri contesti, per episodi di gravita comparabile, si e visto al massimo un buffetto: una multa, qualche giornata di squalifica, nessuna chiusura di settore, nessuna stigmatizzazione pubblica.

Sul fronte della governance, Pirlo viene escluso per “opportunità etica”, mentre Oriali e Mancini vengono legittimati. Sul fronte della narrazione, la Nazionale viene progressivamente colorata da una matrice filo-interista, con giocatori simbolo di un club che negli anni e stato al centro di molte delle vicende piu controverse del sistema. Le tre mancate qualificazioni ai Mondiali - 2018, 2022, 2026 - sono il risultato di un movimento che ha smarrito la propria identita.

 

Il calcio che non educa piu: Bastoni, Dimarco e la cultura del disprezzo

In questo contesto, episodi come il caso Bastoni o l'esultanza di Dimarco in Nazionale dopo la vittoria sulla Bosnia - considerata “la più scarsa” - diventano simboli di un clima: un calcio che non educa al rispetto, ma alla superiorità presunta, alla mancanza di empatia sportiva.


Ed e proprio qui che occorre ampliare lo sguardo. Il caso Bastoni non e solo sportivo: e culturale. Bastoni e stato al centro di polemiche per una simulazione plateale, diventata virale, che ha alimentato la percezione di un calcio che premia la furbizia più del rispetto. E stato citato da Fabrizio Corona nelle sue dichiarazioni sulle presunte scommesse di alcuni calciatori, con Bastoni indicato come uno dei nomi “attenzionati” - dichiarazioni poi smentite, ma che hanno contribuito a creare un clima di sospetto.


Non solo: Bastoni e stato sfiorato anche da un filone di indagine relativo a un giro di prostituzione minorile che coinvolgeva un suo conoscente.


Non e stato indagato, ma il suo nome e comparso nelle carte,e questo ha alimentato ulteriormente la percezione di un


ambiente che non tutela più l'immagine dei propri protagonisti.


Il caso Rosa Camuna, il premio della Regione Lombardia assegnato tra polemiche a figure vicine all'Inter, ha aggiunto un ulteriore tassello alla narrazione di un sistema che premia sempre gli stessi, indipendentemente dal merito.

 

Il dolore per Baresi: non muore un campione, muore un simbolo

Ed e qui che il dolore per la scomparsa di Baresi diventa simbolico. Non si tratta solo di un grande giocatore che se ne va. Si tratta del simbolo che non c'è più. Un simbolo che rappresentava un calcio fondato su valori che oggi non vengono piu promossi. 

Un simbolo che, nella testa degli innamorati, e un marchio indelebile che non andra mai via.


E questo dolore si amplifica quando lo si accosta a Scirea e Riva. Scirea, che non ha mai cercato una polemica, che non ha mai insultato un avversario, che non ha mai tradito il proprio stile. Riva, che ha scelto la dignita invece del denaro, la coerenza invece del potere, la fedelta invece della convenienza.


Tre uomini che hanno insegnato che il calcio e un luogo dove si diventa migliori. Tre uomini che hanno mostrato che la grandezza non e un trofeo, ma un comportamento. Tre uomini che hanno dimostrato che il rispetto e più importante della vittoria.

Quando se ne va un uomo cosi, non perdiamo solo un campione. Perdiamo un faro. Perdiamo un codice morale. Perdiamo la prova vivente che il calcio può essere un luogo di formazione, non di deformazione.

 

Rifiutare l'assuefazione: un dovere degli sportivi

Coerentemente a questo pensiero, ogni sportivo dovrebbe avere il coraggio di rifiutare questa deriva, di pretendere uno standard di valori elevato, alla pari con quello che ci ha fatto innamorare della Nazionale.


Perchè noi non ci innamoriamo dei sistemi. Ci innamoriamo degli uomini: quelli integri, quelli dignitosi, quelli che non piegano la schiena.


Finche il recinto in cui si formano i protagonisti del calcio sara quello di oggi - fatto di disparita, opacità, clava giudiziaria e narrativa piegata - non potremo aspettarci nuovi Baresi, nuovi Scirea, nuovi Riva.


Il vero nuovo corso non sarà quello annunciato in conferenza stampa.

Sarà il giorno in cui il sistema calcio decidera di tornare a mettere regole, valori e dignita al centro. Fino ad allora, rifiutare questa assuefazione non e un vezzo. E un atto di coerenza.

 
 
 

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