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Alex Zanardi: resilienza come forma di vita, non come slogan


La Dott.ssa Barbara Zedda è psicologa e psicoterapeuta. Analizza i comportamenti individuali e collettivi con un approccio clinico, portando nella lettura dei fenomeni sociali e sportivi uno sguardo rigoroso, diretto e non convenzionale.

C’è un modo di parlare di resilienza che oggi suona consumato: parola-ombrello, spesso usata per nobilitare qualsiasi difficoltà. E poi c’è la resilienza incarnata, quella che non ha bisogno di dichiararsi perché si vede, si sente, si misura nel tempo. La traiettoria di Alex Zanardi appartiene a questa seconda categoria: non un’etichetta, ma un’organizzazione profonda del Sé.



Resilienza come struttura (non come reazione)

Nel suo percorso non osserviamo una risposta episodica al trauma, ma una ricostruzione identitaria stabile. Dopo l’incidente del 2001, la domanda implicita non è “come torno a prima?”, bensì “chi divento adesso?”.

Questo passaggio è cruciale: la resilienza non è nostalgia del Sé perduto, ma generatività—la capacità di creare nuove forme di esistenza a partire dalla perdita.


* Non negazione del dolore, ma integrazione

* Non performance per dimostrare, ma coerenza interna

* Non urgenza di apparire forti, ma continuità nel tempo



Il corpo come alleato, non come nemico

Dove molti vivono il corpo ferito come limite, Zanardi lo trasforma in strumento di relazione con il mondo (handbike, sport, fatica).

Qui c’è un punto psicologico finissimo: il corpo non è più oggetto di lutto, ma soggetto di esperienza.


* Dal “mi è stato tolto” al “posso ancora fare”

* Dalla frattura all’alleanza funzionale con il proprio corpo



Umanità senza retorica

Un tratto che colpisce è l’assenza di compiacimento. Niente eroismo ostentato, ma una semplicità emotiva che rende credibile la forza.


* Umorismo come regolatore affettivo

* Gratitudine non performativa

* Capacità di restare in contatto con l’altro senza bisogno di superiorità


Questa è resilienza relazionale, non solitaria.



Il contrasto con il presente: resilienza vs narrazione di sé

Nel clima attuale assistiamo spesso a una estetizzazione della fragilità o, all’opposto, a una ostentazione di invulnerabilità. Entrambe rischiano di diventare posture comunicative:


* Fragilità esibita → ricerca di riconoscimento immediato

* Forza esibita → difesa contro la vulnerabilità


La differenza con Zanardi è netta: la sua resilienza non è costruita per lo sguardo dell’altro. È una forma di vita che precede la narrazione.

Non chiede conferme, non cerca consenso: esiste e basta, con una coerenza che nel tempo diventa esempio.



Un modello educativo (senza retorica)

Se lo consideriamo modello, non è per ciò che “dice”, ma per ciò che rende possibile pensare:


* Forza → come continuità, non come picco

* Resilienza → come riorganizzazione del Sé

* Umanità → come apertura, non come debolezza

* Passione → come energia orientata

* Amore per la vita → come scelta quotidiana, non come slogan



Chiusura

In un tempo che confonde la resilienza con la sua rappresentazione, la figura di Zanardi rimette ordine:

la resilienza non si dichiara, si costruisce. Non si esibisce, si attraversa. Non serve a convincere gli altri, ma a restare in piedi dentro di sé.


E forse è proprio qui la distanza più grande con il presente:

non nella quantità di dolore che raccontiamo, ma nella qualità con cui lo trasformiamo.

 
 
 

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