intervista alla dott.ssa psicologa barbara zedda
La comunicazione corporea, o comunicazione non verbale (CNV)
«Non guida chi alza la voce, ma chi stabilisce quando gli altri possono usarla»
Abbiamo mostrato alla Dott.ssa Barbara Zedda, psicologa e psicoterapeuta esperta in comunicazione e linguaggio del corpo, il video che circolava sui social dell'incontro tra Andrea Abodi, Giuseppe Marotta e Giovanni Carnevali avvenuto a margine dell'evento «Il Foglio a San Siro». Audio assente, immagini eloquenti. Le abbiamo chiesto di leggerlo per noi.
Il video che abbiamo visto non ha audio. È possibile capire qualcosa di significativo da un incontro senza sentire le parole?
Non solo è possibile: spesso è più rivelatore. Le parole possono essere calibrate, misurate, corrette in tempo reale. Il corpo, molto meno. Nel breve scambio che ho osservato, le parole scorrono, ma sono i corpi a stabilire le gerarchie.
Partiamo da Abodi. Come si presenta fisicamente in questo scambio?
Il ministro Andrea Abodi si muove dentro un perimetro rigidamente istituzionale: postura composta, gestualità ridotta al minimo, mimica filtrata. È un corpo che non cerca spazio, ma lo presidia. Non entra nella relazione, la contiene.
E Marotta? La sua lettura è diversa?
Molto diversa. Qui il corpo diventa strumento attivo: si orienta, accompagna, anticipa. La gestualità non si limita a seguire il discorso — lo organizza. Lo sguardo non si limita a registrare — aggancia e trattiene. È una presenza che non rompe mai il codice formale, ma lo piega con precisione.
Può spiegare meglio cosa intende con «piegare il codice formale»?
È proprio in questo scarto che si gioca la partita più interessante. Marotta non invade: ricalibra il campo relazionale. Interviene un attimo prima, resta un attimo di più, occupa esattamente lo spazio necessario per diventare il punto di riferimento implicito dello scambio. È una forma di dominanza che non si dichiara, ma si installa.
Carnevali invece che ruolo gioca in questo triangolo?
Sul fondo, Giovanni Carnevali appare più contenuto: pochi gesti, espressività ridotta, sguardo che monitora. Il suo è un corpo che legge e si adatta, più che guidare. Una presenza coerente, ma non centrale.
Esiste quindi una gerarchia in questo scambio, anche senza che nessuno la dichiari esplicitamente?
Assolutamente sì. La vera linea di confine non è chi parla di più, ma chi definisce il ritmo. Come ricorda Paul Watzlawick, non si può non comunicare: anche quando il linguaggio resta formale, il corpo continua a trasmettere segnali, spesso più incisivi delle parole. E nella prospettiva interazionista di Erving Goffman, ogni scambio è una messa in scena, in cui i soggetti negoziano continuamente ruoli, posizioni e quella che lui chiama «faccia». Qui è proprio il piano non verbale a svelare la struttura reale dell'interazione.
Dove si colloca, da un punto di vista clinico e teorico, questo tipo di comunicazione?
Quando la regolazione della relazione diventa così precisa da anticipare, orientare e contenere l'altro, il confine si sposta: non siamo più solo nella competenza comunicativa, ma in una forma di influenza silenziosa e strutturante.
Una sintesi, Dottoressa.
In superficie, è un dialogo tra pari. Sotto traccia, è un equilibrio già deciso. Perché, alla fine, non guida chi alza la voce — ma chi, senza farsene accorgere, stabilisce quando gli altri possono usarla.




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