Giovanni Malagò e la corsa alla FIGC: perché la sua candidatura resta sospesa
- Cristiano Murtas

- 20 apr
- Tempo di lettura: 4 min
La possibile candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC è diventata uno dei temi centrali del dibattito sportivo italiano. Dopo la fine del suo mandato al CONI, concluso il 26 giugno 2025, l’ex numero uno dello sport italiano è stato indicato dalla Lega Serie A come candidato di riferimento per le elezioni federali del 22 giugno 2026.
Nonostante questo sostegno, Malagò continua a mantenere una posizione prudente, dichiarando di voler decidere solo dopo aver incontrato tutte le componenti federali.
Un sistema elettorale che richiede maggioranze trasversali
A seguito delle dichiarazioni rilasciate dopo l’incontro con la Serie A, qualcuno può essersi stupito del profilo prudente che emerge dalle sue parole, ipotizzando un possibile passo indietro nella corsa a Via Allegri. In realtà, le sue posizioni rispondono a logiche molto semplici e mostrano come Malagò conosca bene il perimetro politico entro cui si sta muovendo.
La FIGC non funziona secondo una logica maggioritaria. L’assemblea elettiva è composta da più componenti – professionisti, dilettanti, calciatori, allenatori, arbitri – ciascuna con un peso ponderato. Nessuna di queste può determinare da sola l’esito del voto.
Per questo motivo, anche un sostegno compatto della Serie A, pur significativo, non è sufficiente a garantire l’elezione.
In questa partita a scacchi cominciata con le dimissioni di Gravina, la Lega Nazionale Dilettanti guidata da Giancarlo Abete appare oggi l’area più distante da un possibile progetto Malagò, mentre l’Assocalciatori è considerata l’ago della bilancia. La Lega Pro, a sua volta, sta ridefinendo le proprie posizioni dopo la fase di transizione seguita all’uscita di scena dell’ex presidente federale.
In un quadro così fluido, una candidatura annunciata troppo presto rischierebbe di polarizzare il fronte e rendere più difficile la costruzione di una maggioranza.
Il sostegno della Serie A: forte, ma non decisivo
La Lega Serie A ha espresso un sostegno quasi unanime: 18 club su 20 hanno indicato Malagò come candidato, con le sole eccezioni di Lazio e Verona, che non hanno firmato il documento pur senza opporsi formalmente. In alcune ricostruzioni, il fronte favorevole arriva addirittura a 19 club su 20.
Questo consenso, definito “impressionante” dallo stesso Malagò, è stato uno dei motivi che lo hanno spinto a prendere in considerazione la candidatura. Ma, come lui stesso ha ricordato, non basta per vincere.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Malagò ha chiarito di non aver ancora deciso se portare avanti la candidatura. Ha spiegato che incontrerà Lega B, Lega Pro, AIC e Associazione Allenatori prima di sciogliere la riserva, che ritiene necessario un programma condiviso con tutte le componenti e che parlerà anche con il ministro Abodi prima di assumere una decisione definitiva.
Ha inoltre precisato di non essersi candidato spontaneamente, ma di aver ricevuto una richiesta di disponibilità da parte della Serie A, e che valuterà solo dopo un’indicazione formale e dopo aver completato il giro di consultazioni.
Una fase segnata da instabilità e aspettative elevate
Le dimissioni di Gravina hanno aperto una fase di forte instabilità. La crisi della Nazionale, culminata con l’eliminazione dai playoff, ha aumentato la pressione mediatica e politica sulla Federazione.
A questo si aggiungono le tensioni tra Governo e governance del calcio, che rendono più delicata ogni scelta strategica, e il “fantasma” del commissariamento: uno scenario che oggi non ha basi tecniche per concretizzarsi, ma che continua ad aleggiare nelle parole e nei desideri di molti.
Il contesto in cui si muove questa fase pre-elettorale è tutt’altro che sereno. In una situazione così instabile, una candidatura annunciata troppo presto rischierebbe di irrigidire le posizioni e compromettere la costruzione di una maggioranza.
Il nodo politico: perché il rapporto con Abodi pesa sulla scelta di Malagò
Uno degli elementi meno espliciti ma più rilevanti nella prudenza di Giovanni Malagò riguarda il rapporto con il ministro per lo Sport, Andrea Abodi. Tra i due non c’è ostilità aperta, ma la distanza politica è evidente e rende la candidatura di Malagò più delicata.
Che Abodi – pur mantenendo toni istituzionali – stia cercando alternative alla candidatura di Malagò non è un mistero. In più occasioni il ministro ha ribadito che la scelta del presidente FIGC “spetta alle componenti” e che il suo interesse non è “chi sarà il presidente, ma che sia in grado di fare ciò che non è stato fatto con il 98% del consenso”: un riferimento implicito alla gestione Gravina e alla necessità di un cambio di sistema, non solo di persona.
Parallelamente, Abodi ha più volte insistito sul rischio di un semplice “cambio di regime” senza riforme strutturali, sottolineando che il Governo è pronto a “fare qualsiasi cosa, nel lecito, per un cambio di registro” nel calcio italiano. Questa posizione, espressa in audizione al Senato, è stata letta da diversi osservatori come un segnale di diffidenza verso soluzioni percepite come troppo interne al sistema, categoria in cui alcuni collocano anche Malagò.
Dalle schermaglie tra i due emerge una valutazione politica molto attenta: Malagò sa che una sua eventuale presidenza FIGC nascerebbe in un contesto in cui il Governo – e in particolare il ministro Abodi – non appare pienamente favorevole alla sua figura. Per questo le sue dichiarazioni pubbliche mantengono un profilo conciliante e insistono sulla necessità di ascoltare tutte le componenti prima di assumere una decisione. È la strategia di chi conosce bene il rischio di fare passi falsi prima del tempo.
Conclusione: una prudenza che risponde alla logica del sistema
La cautela di Giovanni Malagò non è un ripensamento improvviso, ma una scelta coerente con la complessità del sistema elettorale FIGC, la necessità di un consenso ampio e trasversale, il contesto politico-sportivo instabile e la sua storia istituzionale.



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