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Dal controllo alla fatica del controllo: cosa raccontano davvero le due interviste di Giuseppe Chinè


Intervista alla Dott.ssa Barbara Zedda, psicologa e psicoterapeuta

Dottoressa Zedda, cosa emerge dal confronto tra le due interviste di Giuseppe Chinè, una precedente e una successiva alle recenti vicende che coinvolgono l’ambiente Inter?


Il dato più interessante non riguarda tanto cosa viene detto, ma come viene detto.

Nel primo video osserviamo una comunicazione fluida, integrata, con una postura aperta, un ritmo del parlato regolare e una coerenza evidente tra contenuto verbale e non verbale. Il soggetto appare in pieno controllo della situazione, senza segni evidenti di sforzo.


Nel secondo video, invece, si registra un cambiamento significativo: la comunicazione diventa più trattenuta, più costruita. Emergono micro-pause prima delle risposte, una minore fluidità del ritmo e una generale rigidità corporea. È come se il soggetto fosse impegnato non solo a rispondere, ma anche a monitorare costantemente ciò che sta dicendo.


Quindi possiamo parlare di nervosismo?

Più che di nervosismo in senso generico, parlerei di un aumento del carico cognitivo ed emotivo.

Nel secondo video si osserva una comunicazione “sotto carico”: il soggetto appare più attento, più cauto, più impegnato nel controllo del contenuto. Questo tipo di assetto produce inevitabilmente micro-segnali di tensione: labbra più compresse, minore spontaneità espressiva, maggiore rigidità posturale.


Sono elementi sottili, ma molto indicativi: quando il sistema è sotto pressione, il corpo tende a tradurre ciò che il linguaggio cerca di mantenere sotto controllo.



Cosa ci dice il linguaggio non verbale in questo caso?


Nel primo video il non verbale è coerente e integrato: il volto è disteso, lo sguardo stabile, i movimenti naturali.

Nel secondo, invece, compaiono segnali di iper-monitoraggio: lo sguardo appare più controllato, l’espressività meno spontanea, e si notano micro-tensioni che indicano uno sforzo interno di regolazione.


Questo passaggio è molto importante, perché segnala uno slittamento da una comunicazione naturale a una comunicazione gestita.



Quindi cambia la strategia comunicativa?


Sì, in modo piuttosto evidente.

Nel primo caso siamo di fronte a una comunicazione assertiva e diretta; nel secondo, invece, emerge una comunicazione più difensiva, più prudente, caratterizzata da un maggiore filtraggio delle risposte.


È il passaggio da una comunicazione che scorre a una comunicazione che viene costruita mentre si produce.



In sintesi, qual è la lettura psicologica di questo cambiamento?


La sintesi è questa: nel secondo video aumenta il bisogno di controllo.

E quando aumenta il bisogno di controllo, aumenta inevitabilmente anche lo sforzo per mantenerlo.


Questo si traduce in una comunicazione meno fluida, più rigida, attraversata da micro-fratture che tradiscono un incremento della pressione interna.


Chiusura


Nel primo intervento vediamo una comunicazione padronale, pulita, integrata.

Nel secondo, invece, non cambia tanto il contenuto, quanto il modo in cui quel contenuto viene sostenuto.


È una comunicazione che si fa più prudente, più trattenuta, più faticosa.


E nel calcio, come nella vita, quando una comunicazione diventa improvvisamente così controllata, raramente è un caso.


Perché il punto non è solo ciò che viene detto.

Il punto è quanto diventa difficile dirlo.


E quando il controllo aumenta, spesso non è per precisione.

È perché c’è qualcosa che non può permettersi di sfuggire.

 
 
 

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