Ciao sono io, se è tutto pronto passo più tardi a pagare.
- Cristiano Murtas

- 24 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 24 apr
Il racconto di una vendita pubblica che sembra scritta da uno sceneggiatore di commedie, non da un’amministrazione comunale
L’inizio: un telefono che squilla
La storia della vendita di San Siro non comincia con un bando, né con una delibera, né con un atto pubblico.
Comincia con un telefono che squilla.
E con una frase che, se l’avessimo sentita in una fiction, avremmo detto: “Dai, non esagerate.”
Invece è tutto vero. E Milano, suo malgrado, sembra diventata il set di una serie tragicomica.
A squillare è il telefono di Paolo Scaroni, presidente del Milan, che agli inquirenti racconta di aver ricevuto una chiamata dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Una chiamata non di cortesia, ma di sollecitazione: bisognava accelerare la manifestazione di interesse per l’acquisto dello stadio.
La Guardia di Finanza annota che Sala avrebbe “spinto” affinché Inter e Milan formalizzassero l’interesse. Una pressione diretta, mentre la procedura avrebbe dovuto essere imparziale, trasparente, aperta.
Una scena che ricorda un vecchio sketch di Corrado:
Pronto? Chi è? È la trasparenza che chiama… ma non risponde nessuno.
La chat che non doveva esistere
Mentre il telefono squilla a Palazzo Marino, un altro squilla nella sede dell’Inter.
È il 6 agosto 2024 quando Alessandro Antonello, CEO Corporate nerazzurro e oggi indagato, scrive al consulente Fabrizio Grena, anche lui indagato:
Scaroni mi ha detto che Sala li ha chiamati per spingere sulla manifestazione di interesse.
Un passaparola che sembra la versione amministrativa di “Telefono senza fili”, solo che qui non si gioca: si decide il destino di un quartiere.
E ogni squillo, ogni messaggio, ogni pressione aggiunge un tassello a un mosaico che non dovrebbe esistere.
I “contatti febbrili”
Secondo Repubblica, i contatti non erano sporadici, ma “febbrili”.
Dirigenti comunali e consulenti dei club si scambiavano messaggi, bozze, documenti.
Materiali che passavano “prima sul tavolo degli assessori, poi nelle mani delle squadre”.
Una corsia preferenziale che ricorda più un backstage televisivo che un iter amministrativo.
Una specie di fast track, ma senza biglietto.
E soprattutto senza trasparenza.
Le mail riservate e gli incontri nascosti
Affaritaliani aggiunge un tassello decisivo: la “svolta” politica verso la vendita arriva dopo una serie di incontri riservati tra dirigenti comunali, Inter, Milan e consulenti esterni.
La Guardia di Finanza trova:
bozze di delibere inviate ai club prima della pubblicazione,
documenti urbanistici anticipati,
mail interne che chiedevano “coordinamento”,
pressioni per accelerare la manifestazione di interesse.
Sembra la trama di Boris
“Dai, dai, dai! Che dobbiamo chiudere la puntata!”
Solo che qui non si chiude una puntata: si apre un’indagine.
Gli atti nascosti e le chat cancellate
Calcio e Finanza ricostruisce chat in cui Giancarlo Tancredi, ex assessore all’Urbanistica e indagato, discute su quali atti mostrare e quali no.
Simona Collarini, ex dirigente Urbanistica e indagata, compare in scambi su tempistiche e materiali.
Alcune chat risultano cancellate.
Fantozzi, davanti a tutto questo, avrebbe detto:
"È una cagata pazzesca.”
Gli “uomini Inter”: la rete completa
Dentro questa rete ci sono gli “uomini Inter”, un gruppo eterogeneo ma connesso da chat, mail, telefonate e parole chiave nei telefoni.
C’è Alessandro Antonello, CEO Corporate e indagato.
C’è Fabrizio Grena, consulente Emerald, anche lui indagato.
C’è Ada Lucia De Cesaris, avvocata, ex vicesindaca e consulente Inter, indagata.
C’è Giuseppe Marotta, amministratore delegato dell’area sportiva.
E c’è Katherine Ralph, consulente esterna che compare in chat, sms e mail, figura-ponte tra Inter e dirigenti comunali.
Non è indagata, ma è parte del quadro.
E il quadro è chiaro.
Le parole chiave nei telefoni
Nei telefoni sequestrati, la Guardia di Finanza trova parole chiave ricorrenti:
“Marotta”, “De Cesaris”, “Ralph”, “Antonello”, “Grena”, “Collarini”, “Tancredi”.
Un mosaico che racconta chi parlava con chi, e su cosa. Una rete fitta, continua, riservata.
Il dirigente che non voleva aprire il telefono
Il capitolo più surreale arriva quando la Guardia di Finanza bussa alla porta del Direttore Generale del Comune, Christian Malangone, anche lui indagato.
Gli chiedono la password del PC.
Lui dice no.
Gli chiedono di sbloccare il telefono.
Lui dice ancora no.
La GdF è costretta al sequestro forzato, alla copia forense, all’analisi avanzata dei dati.
Una scena che sembra uscita da Striscia la Notizia:
Apri il telefono! — “No.” — Perché? — “Perché no.
La turbativa d’asta spiegata bene
La turbativa d’asta — lo ricordano i PM — non è solo quando si truccano le offerte.
È anche quando una gara è solo formalmente pubblica, ma sostanzialmente chiusa, con contatti riservati, anticipazioni, pressioni, scambi di documenti che impediscono la concorrenza.
Telefonate, chat, mail anticipate, incontri riservati e gestione parallela degli atti alterano la parità di condizioni e trasformano un bando pubblico in una vendita privata.
Le frasi dei PM sono nette:
La procedura non garantiva alcuna effettiva apertura al mercato.
L’operazione appare fortemente connotata da una veste speculativa.
Il vincolo storico e i documenti scomparsi
Come se non bastasse, il nodo del vincolo storico aggiunge un’ombra ulteriore:
foto e documenti che dimostrerebbero il superamento dei 70 anni — e quindi l’impossibilità di demolire lo stadio — risultano “non più reperibili”.
Un dettaglio che, in un film, sarebbe il colpo di scena.
Nella realtà, è solo l’ennesima anomalia.
Non uno stadio: un quartiere intero
Ma il punto più grave è un altro:
non è stato venduto uno stadio.
È stato venduto un quartiere.
E non si sa ancora a chi.
Un intero pezzo di Milano, un’area strategica, un simbolo identitario, ceduto attraverso un
percorso che i PM definiscono opaco, irregolare, distorto.
Epilogo imparziale: il calcio è passione, la legalità è un dovere
Da tifoso, il desiderio è semplice e legittimo:
ogni grande società italiana dovrebbe avere uno stadio di proprietà.
È modernità, è sviluppo, è futuro.
Ma questo desiderio non può diventare una scorciatoia.
Non può trasformarsi in una giustificazione per vendere un bene pubblico in modo irregolare, per cedere un intero quartiere senza trasparenza, per creare corsie preferenziali, per alterare procedure che devono essere uguali per tutti.
Le due cose non possono coesistere.
Prima del tifo, prima della maglia, prima della rivalità sportiva,
c’è il senso civico.
C’è il rispetto delle regole.
C’è la responsabilità verso una città e verso i suoi cittadini.
Il calcio è passione.
La legalità è la base su cui quella passione deve poggiare.



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